Recensioni

6.8

Da anni mosca bianca del rock più o meno underground italiano, i due Bachi Da Pietra sono diventati tre già dal precedente Reset con l’ingresso di Marcello Batelli e continuano nel processo di dissezione e analisi critica della nostra più stretta contemporaneità. In questo tecnoevo sempre più spersonalizzante e dispersivo, fatto di solitudini al silicio e depotenziamenti delle coscienze critiche, il lavorio di scavo indefesso dei Bachi è portato avanti dalle parole che un fine paroliere come Succi sa accumulare con gusto per il sarcasmo e con notevole capacità di osservazione e riflessione sul reale, mentre sul versante musicale i tre spingono sulla commistione tra analogico ed elettronico, con una vena “radiofonica” (leggi “meno ostica e inintellegibile” rispetto al passato) molto accentuata rispetto al passato e, al tempo stesso, col mantenimento di una cifra stilistica oramai più che consolidata e riconoscibile nonostante le variazioni sul canone.

Insomma, che sia musica più “metallona” – vedi alla voce Il mio Impero che riprende le atmosfere di Necroide –, idealmente limitrofa a ciò che definivamo “alternative rock” nei 90s (Un Lampo E Noi) o reminiscente delle prime mosse dell’allora duo (la bassa battuta più rabbia sussurrata più elettronica industrial dell’iniziale Meno Male); che siano particolari esplorazioni electro-pop (Mai Fatto 31 o la incupita e massimalista Invano) o, a dimostrazione dell’irrequieta curiosità del trio, esondazioni in territori quasi industrial/hip-hop (Buster Keaton, ma anche Al Bel Canto), poco conta dato che è il messaggio che deve arrivare, non la forma col quale lo si veicola.

C’è però da dire che chi scrive, praticamente ossessionato dalla prima discografia dei Bachi, quando erano davvero qualcosa di speciale e praticamente inaudito o quasi sul panorama genericamente rock italiano e correvano il rischio (purtroppo reale) di rimanere roba per pochi e vedere vanificata la circolazione di quel messaggio che tanto significa nella storia della band e dei singoli componenti, rimane un po’ freddo di fronte a questo cambio di passo che sembra sacrificare la sperimentazione alla accessibilità, il lirismo alla rima baciata, l’evanescenza alla concretezza.

Sia chiaro, Accetta E Continua è un bel disco com’è al solito quando i Bachi decidono di pubblicarne uno: decisamente engagé, mai banale, sempre pronto a pungolare le coscienze assopite, curioso e ricercato in ogni particolare, ma che lascia chi li segue dai primissimi vagiti con un po’ di nostalgia per quel lirismo disseccato e amaro che li contraddistingueva. Ovviamente, ad averne di gruppi come questo passati in radio o ascoltati da un pubblico più giovane e ampio, però una spunta di amarezza in soggettiva rimane.

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