Recensioni

7.5

Siamo pronti a scommettere che qualcuno di voi non ha ancora mai sentito parlare di Andy Shauf, sebbene i più attenti ricorderanno che da queste parti gli abbiamo ripetutamente dedicato ampio spazio, e a buon diritto.

Mai sufficientemente celebrato dall’intellighenzia discografica, il canadese Andy Shauf è un indiscusso talento del songwriting, inspiegabilmente non ancora assurto all’olimpo dei cantautori più rilevanti di questo tempo desolato. Eppure, a soli 35 anni e con otto lavori alle spalle, ha testimoniato un’escalation costante di chiavi e stilemi narrativi, sino a giungere a questo Norm che ha tutta l’aria di meritare una definitiva e compiuta consacrazione.

Il punto di partenza è qui una suggestione cinematografica: il capolavoro di David Lynch, Mulholland Drive; quel suo ruotare sui binomi, sugli ossimori e sulla doppiezza ispira il personaggio che dà titolo al disco, che con fare apparentemente innocuo si interroga su grandi e scomode questioni, e che si fa via via più sinistro, svelando quell’ineliminabile complessità e stratificazione che, a ben guardare, è un assunto imprescindibile di ogni essere umano.

Norm è un disco delicatissimo ma denso, che nasce da una ricerca sonora interessante: Shauf ha dichiarato di aver studiato la tecnica del pitch shifting dell’artista olandese Cat System Corp., maestro del “vaporwave” e dell’ambient futuristico che ha contribuito a creare il genere “mallsoft”: composizioni atmosferiche progettate per fare da sottofondo nei centri commerciali; a fare da contraltare, anche tanta musica analogica: chitarra, batteria, pianoforte e clarinetto, col risultato di una mirabile alternanza tra sintonie sintetiche e solidissimo artigianato folk.

Ciò che colpisce è la straordinaria capacità di dosare il tutto con una leggerezza (anche visuale, basta guardare i video dei primi tre singoli estratti): un contro-bilanciamento perfetto e furbissimo per sottrarsi alla sofferta drammaticità dei testi. Ad esempio, la traccia d’apertura (l’incantevole Wasted On You – che disegna una melodia perfetta meticolosamente cesellata in una sequenza di archi sintetici), si affida a un esilarante video caricaturale in cui il Padreterno e il suo unico figlio intessono una complicatissima conversazione, finendo poi per ballare, a un certo punto, qualcosa che somiglia vagamente alla Macarena. L’effetto macchiettistico è, manco a dirlo, straniante: uno sfioramento causale con il divino, frutto probabilmente della lettura della Bibbia durante la pandemia, ma anche un racconto oscuro, persino sadico, sull’amore celeste e sulla morte, che tratteggia con sintesi spietata l’assurdità e la violenza del destino mortale:

What happens when they die?
Maybe eternal life, but only if they find Me.
Maybe I’ll send you down, give them a clue.
 And then they’ll kill you, so I will ask them:
Was all my love, wasted on you?

La connessione con l’Eterno ritorna più volte, come quando nella title track, Norm ha una rivelazione mentre si addormenta sul divano guardando l’equivalente del nostro “OK, il prezzo è giusto” e Dio gli parla in sogno promettendogli una qualche terra promessa. Ma chi è questo Norm? Un cuore spezzato? Un sociopatico? Un maniaco sul punto di compiere un gesto efferato? Non lo sapremo mai fino in fondo, quello che sappiamo è che verremo via via trascinati alla deriva, in un vortice di piccole storie, piene di dettagli apparentemente insignificanti ma che in definitiva sono l’essenza di tutto, proprio come in un film di David Lynch.

Basti pensare alla struggente Catch Your Eyes o ai controtempi spaziali di Telephone, nella cui dolcezza disarmante dei sussurri sentiamo affiorare una rabbia sottile e minacciosa, puntualmente bellissima. La stessa conclusione, All Of My Love, che riprende il ritornello della traccia d’apertura Wasted On You, ha il sapore di un epilogo amaro, capace di farci presagire il peggio.

Il pregio principale di questo disco è il suo spirito: l’innatendu sotteso a ogni traccia, quel sottotesto capace di trasformare una raffinatissima ballata in qualcosa di ben più inquietante, portatrice di una miriade di suggestioni ambivalenti, come a ribadire che nulla è davvero mai come sembra. L’ascolto complessivo, per quanto soave ed elegiaco, riesce nel miracolo di suonare a tratti claustrofobico e persino perturbante. Il tutto senza smettere di farci innamorare, proprio mentre ci fa a pezzi.

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