Recensioni

7.2

Apre come una big brass band intenta a sonorizzare un hard-boiled di serie b il nuovo dei C’mon Tigre, ma è solo un inganno, una sensazione del momento perché da subito il pezzo prende la piega di un terzo, quarto e quinto-mondismo eccentrico e variopinto com’è solito per l’ignoto e misterioso duo italiano. Liquidi brasilianismi, bosse vecchie e nuove, jazz sui generis e acid quanto basta, atmosfere cinematiche e, insieme, visionarie: tutto questo (e tanto altro) e siamo solo a Goodbye Reality, pezzo inaugurale del disco e vero e proprio portale per entrare nelle dimensioni sovrapposte, da stratificazione di metaversi, che è l’universo C’mon Tigre, sempre pronto ad accogliere input e sollecitazioni da qualsiasi parte del mondo (e oltre) esse arrivino. Specularmente, a chiudere l’album, Keep Watching Me, un tappeto di saudade e voci delicate (quella di Arto Lindsay) che si muovono di nuovo in modalità Brazil, ma un Brasile suadente e disteso, ammaliante e ovattato, fatto di poesia, meraviglia e incontaminazione (dalle brutture del mondo, si direbbe, visto l’argomento del pezzo, ovvero l’essere continuamente monitorati).

In mezzo, si sarà capito, un nuovo mondo da (ri)scoprire e (ri)semantizzare e inglobare nell’universo del duo, ovvero il Sudamerica; un Sudamerica fatto di stupore e realismo, di occhi vecchi e sguardi nuovi, di delicatezze e ossimori, di incontri e scontri in cui i due innominati novelli scopritori si muovono a proprio agio proprio nel tentativo di produrre musiche che colmino distanze, che creino ponti e fusioni tra differenti parti di uno stesso mondo. Che svolgano, in sostanza, ciò che alla musica si è sempre chiesto, ovvero fondere mondi distanti e avvicinarli, trattenerne le peculiarità ma farle evolvere, crescere, germogliare. Che siano cover “improbabili” come accade per l’attualizzazione di Odiame, pezzo del cantante ecuadoriano Julio Jaramillo, la sarabanda di The Botanist guidata da Seun Kuti, le svarionate funk di 64 Seasons o l’ossessività circolare e frenetica di Sento Un Morso Dolce (voce e testo di Giovanni Truppi), poco cambia. I C’mon Tigre sono esploratori della musica senza confini né paletti e hanno una sensibilità che riesce a coniugare pop e sperimentazione, avanguardia e accessibilità, ma soprattutto produce ponti e unisce tanti punti geografico-musicali solo in apparenza distanti.

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