Recensioni

Per il tredicesimo album in studio Jamie Stuart e Angela Seo reclutano il batterista David Kendrick (Sparks, Devo, Gleaming Spires) scrivendo l’opera più criptica e scura della loro carriera. Ignore Grief riprende stavolta dal post-punk il lato più squisitamente post-industriale, rileggendolo con postura lo-fi tipicamente Xiu Xiu e saltando a piè pari le divagazioni più commestibili del precedente OH NO per esasperare di oscurità e dolore il caos nevrotico di Girl With Basket Of Fruit.
Un “disco di metà”, come recita la nota stampa: metà delle canzoni cantate da Stewart e l’altra metà da Seo; metà dei brani sono di musica industrial e l’altra metà di classica contemporanea; metà del disco è reale e l’altra metà è immaginaria. Quest’ultimo è il perfetto escamotage che permette al gruppo di mimetizzare il confine tra finzione e reale, tratteggiando storie di atrocità inaudita – da un bambino venduto alla prostituzione da sua madre a una studentessa delle medie rapita e uccisa, persone che scelgono alcol e cocaina a discapito della famiglia, passando attraverso gli aspetti più cupi e oscuri della spiritualità settaria, e fino al suicidio come fuga da una vita violenta legata allo sfruttamento sessuale.
D’altro canto la componente più surreale viene inquadrata attraverso le lenti del “Teen Tragedy”, antico sottogenere r’n’r utilizzato come terreno di confronto tra la band e il vissuto dei suddetti personaggi. Musica dura e rumorista, dicevamo, in cui Seo recita le proprie parti come la paziente di una seduta psicanalitica che vuole rintracciare l’origine dei propri traumi, mentre Stuart ci va giù con la sua tipica insofferenza: vaudeville horrorifici a base di metallurgia Einstürzende Neubauten (666 Photos of Nothing, The Real Chaos Cha Cha Cha), visioni Throbbing Gristle virate in ost da B-movie (Maybae Baeby), divagazioni EBM traviate di primitivismo (Esquerita, Little Richard) e afonie tribali scartavetrate da feedback (Brothel Creeper, Brothel Cree). Un funzionale baccanale in cui non mancano riuscite quanto strambe sperimentazioni di fantasie nere traslate in hip hop surreale (Border Factory), mentre la componente più classica passa per suite che si aprono in baccano improvvisato (Tarsier, Tarsier, Tarsier, Tarsier), attraverso liturgie neo folk scalfite da sax free e bordoni post-industriali (Dracula Parrot, Moon Moth e Pahrum), e anche nella chiusura con For M, lunga composizione che rimescola di giustezza tutti gli ingredienti, facendo però emergere una sensazione di già sentito così posta in finale d’opera.
Nonostante qui e là emerga un po’ di mestiere e la mancanza di qualche guizzo decisivo in più da renderlo completamente disagiato, Ignore Grief è nel complesso un lavoro solido e con un concept ben articolato che mantiene alta la visionarietà del gruppo.
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