Recensioni

(Sapevo che un giorno sarei arrivato a usare la formuletta: “i lettori meno giovani ricorderanno”. Per chi scrive si tratta di una vera e propria lapide su ciò che resta della giovinezza, o della sua illusione. Inutile girarci intorno: la situazione impone di farlo. Andiamo avanti). I lettori meno giovani ricorderanno, forse, l’impatto dei primi dischi targati Xiu Xiu. La band sembrava un alieno. Anzi, un asteroide oscuro, di quelli intrisi di virus provenienti da altre dimensioni, chiaramente – o, meglio: programmaticamente – destinati allo status di culto, molecole capaci di scombussolare l’equilibrio chimico della miscela alternativa pur in quei primi anni Zero che di squilibri ne sapevano abbastanza, impegnati com’erano a fare i conti con le scosse d’assestamento del post-rock.
In un certo senso la band messa in piedi da Jamie Stewart e Cory McCulloch operava con finalità simili, ovvero mettendo in discussione riti e finalità del rock. Ma, diversamente da quanto in genere accadeva nel post rock – ovvero un ripensamento su ambiti e finalità del rock a partire dalla forma delle canzoni (dilatate, serializzate, disarticolate, rarefatte…), nonché dal ruolo dei musicisti stessi -, gli Xiu Xiu operavano dall’interno delle canzoni, di cui non mettevano in discussione la struttura di base, bensì le penetravano come parassiti per divorarne viscere e ossa, quindi le squarciavano un po’ come i simpatici mostriciattoli di Alien quando uscivano dal petto dei loro ospiti. All’epoca, e con buone ragioni, la critica si concentrò sulla voce di Stewart, da molti paragonato a un Mark Hollis nevrastenico: se i testi (impegnati a dipingere scenette ad alto tasso di crudeltà e perversione) e gli arrangiamenti collocavano il fulcro dalle parti di un art-rock memore di no e new wave, toccava al canto imprimere il marchio di una sensibilità lacerata, il cui codice acquistava senso e forza misurandosi con gli estremi dello spettro espressivo: il sussurro psicotico da un lato, l’urlo lancinante dall’altro, in mezzo il buio di un’anima batterica, ridotta alla propria stessa ferita.
Adesso, quasi vent’anni dopo, i lettori giovani sono diventati meno giovani, chi scrive ha visto appassire la maggior parte delle illusioni e gli Xiu Xiu (nel frattempo assestatisi attorno alle figure di Stewart e Angela Seo) sono ancora tra noi. A squarciare canzoni dall’interno? Sì. Più o meno. Ce lo conferma questo nuovo lavoro, anche se a tratti l’approccio sembra essersi fatto un pizzico più conciliante, al punto che una A Bottle Of Rum o una Saint Dymphna potrebbero difendersi egregiamente nelle playlist di area shoegaze e persino dream pop, per non dire della abbacinante ma tutto sommato canonica (in senso electro-wave) rilettura di One Hundred Years dei Cure. Altro sintomo: ognuna di queste quindici tracce vede i Nostri avvalersi di una collaborazione esterna, per quelli che vanno considerati senza indugio dei duetti.
Da Liz Harris (Grouper) a Owen Pallett, da Sharon Van Etten a Chelsea Wolf, la sensazione è perciò di uno schiudersi da parte di Stewart e Seo, del desiderio di rompere la campana di vetro, come se si fossero visti di spalle avviati sul sentiero di un’eccessiva autosufficienza, a stretto rischio di cul de sac. L’operazione di OH NO, va detto, è riuscita, anche se non in pieno. Affiora infatti un po’ di aridità nella costruzione di questi teatrini claustrofobici (i temi sono in fondo gli stessi di sempre: perversioni, pulsioni suicide, squallore, dipendenze, senso di sconfitta e abbandono…), e nell’insieme le collaborazioni arricchiscono la tavolozza tanto quanto ne confondono il centro cromatico, sfiorando la “sindrome del featuring” che si avverte in tanta produzione commerciale. Sembra tutto un po’ troppo progettato, impegnato a rispettare i parametri di un linguaggio, un canone-Xiu Xiu, a cui gli ospiti sono chiamati a rendere tributo (vedi il patchwork di espedienti di una Goodbye For Good – con Greg Saunier – o di A Classic Screw – con Fabrizio Modonese Palumbo).
Tuttavia, c’è del fascino in una I Dream of Someone Else Entirely (con Owen Pallet) che immerge gli Smiths in una soluzione gotica e dreamy, così come nella wave aromatizzata world di Knock Out (con Alice Bag), nell’allucinazione sadica e vetrosa di Fuzz Gong Fight (canta la Seo), nell’asciuttezza scostante di Sad Mezcalita (con una brumosa Van Etten) e nello sperso trasporto di It Bothers Me All the Time (con Jonathan Meiburg), mentre a Rampus Room (con Angus Andrew) tocca il ruolo di crisi epilettica emotiva con le sue apnee arty strattonate da un funk androide. C’è del fascino, sì, anche se rimane contorto, problematico, ballardiano: ti attrae e ti respinge, come un incidente sulla carreggiata opposta nel cuore della notte.
Il senso degli Xiu Xiu oggi non ha – non può avere – molto in comune con quello di quasi venti anni fa, in quel frangente storico che prevedeva paradigmi che crollavano ovunque, e occorreva esporre bene le ferite prima di prendere qualunque decisione. Eppure, va dato atto a Stewart e Seo di continuare se non altro a rappresentare un’anomalia del sistema, di essere ancora in grado di sbuzzare canzoni senza badare ai parametri e alle direttive algoritmiche, proponendosi come una mostruosità ricercata, l’invitato alla festa con il costume davvero spaventoso. Il loro sarà pure un gioco destinato a perdersi nei diverticoli delle playlist come lacrime nella pioggia, ma consola sapere che c’è ancora qualcuno disposto a giocarlo.
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