Recensioni

A proposito di Lou Reed, c’è un elemento apparentemente marginale ma che forse dice qualcosa di significativo su di lui: mi riferisco al pullulare di aneddoti che riguardano la sua vita artistica e l’interazione con la stampa, certo, ma anche quelli ricavati dal quotidiano, dallo scontrarsi e incontrarsi col pubblico, con la gente. C’era qualcosa nel suo essere rockstar che in qualche modo inceppava il meccanismo standard, rendeva problematico non solo delimitare i contorni dell’individuo ma anche del personaggio.
La proverbiale scontrosità (eufemismo) di Lou è contraddetta (se preferite: bilanciata) da altrettante testimonianze che ne sottolineano la generosità, addirittura l’affabilità. Lo stesso avviene nelle sue canzoni: si pensi all’abisso che intercorre tra una Candy Says e una White Light White Heat, tra una Ocean e una Sister Ray, tra una Vicious e una Perfect Day. C’era qualcosa di irriducibilmente problematico nel suo essere rockstar, musicista, scrittore, individuo. Le tessere del puzzle non s’incastravano, non lo hanno mai fatto: dalla Pickwick Records ai Metallica, dall’elettroshock al tai chi, da The Ostrich a Junior Dad, c’è sempre stato qualcosa di slogato in Lou.
Will Hermes, giornalista e scrittore, nel curriculum collaborazioni con Rolling Stone, The New York Times e la NPR, all’attivo già due saggi tra cui l’apprezzatissimo New York 1973-1977. Cinque anni che hanno rivoluzionato la musica (Codice, 2014), per questo nuovo lavoro ha svolto un lavoro di documentazione imponente e che potremmo definire – con una certa disinvoltura – d’altri tempi. Vale a dire, non si è limitato a incrociare dati estratti dalla bibliografia e pescati in rete, ma ha spulciato gli archivi su Reed messi a disposizione dalla NY Public Library, per poi integrare il tutto con interviste mirate a persone che hanno incrociato in vario modo il cammino di Lou. La cui vita, dall’infanzia al decesso, è stata quindi inserita nelle cornici mutevoli delle epoche attraversate, restituendo con efficacia la temperie culturale e politica, così come il formicolare delle dinamiche umane e sociali ad altezza di marciapiede. Permettendoci così di assaporare di molti eventi e di altrettante svolte la densità e l’asprezza, il dolce e il tossico, il brivido del decollo e il pantano del cul de sac.
L’accuratezza del dettaglio non appesantisce la lettura, che scorre sempre agile, carburata dal costante attrito di un’esistenza sempre più ingombrante (quella di Reed, of course) con i personaggi che ne hanno incrociato il cammino, figure altrettanto complesse e importanti (Delmore Schwartz, Warhol, Cale, Nico…), cruciali rispetto al suo percorso (Bowie) oppure marginali (Dylan, Springsteen, Patti Smith, Zappa), celebri oppure rimaste nel cono d’ombra della sua figura, ciò che vale in primo luogo per i suoi amori (l’indimenticata musa Shelley Albin, la prima moglie Bettye Kronstad, l’enigmatica Rachel Humphreys, la pragmatica Sylvia Reed) fino all’incontro definitivo con Laurie Anderson.

Proprio la mutevole temperatura dei rapporti umani emerge come una costante che definisce il “dialogo” di Reed con gli altri e – per estensione – con il (resto del) mondo: una sorta di accordo dissonante che muta la concordia in disprezzo, l’intesa artistica in divergenza, l’affetto in avversione. Lou non è mai soddisfatto, non si sente mai abbastanza apprezzato, valorizzato, amato. Sembra che per lui l’unica soluzione sia pretendere il massimo della libertà, negli eccessi chimici, nel sesso, nella forma e nell’espressione. Nel controllo e nella perdita di controllo. Nella frattura tra autorità e identità.
Eppure l’ultima cosa che desiderava era, con ogni evidenza, una solitudine da numero primo: quindi non faceva altro che cercare nuove intese, altre sensibilità assieme alle quali innescare il meccanismo dell’ispirazione. Per poi far saltare il tavolo, di nuovo. Accadrà con i Velvet, con Warhol, con Bowie, con Quine, di nuovo con i Velvet dei quali nei 90s favorirà la reunion per poi spegnere cinicamente l’interruttore (Victor Bockris – anch’egli biografo di Reed, uno che seguiva la band dai tempi della Factory – non glielo perdonerà). Ma non sempre andava così: Lou non perderà occasione infatti di elogiare e aiutare talentacci come Jonathan Richman o Anohni, per i quali anzi palesava addirittura una sorta di venerazione. Per non dire dell’adorazione totale che ha tributato fino all’ultimo respiro all’amata Laurie Anderson.
Hermes segue avventure e sventure di Reed e attorno a Reed, pennella con sobrietà i momenti di grazia, i passaggi a vuoto e le bastardate a muso duro, suggerisce ipotesi allacciando fili e mettendo in risonanza dichiarazioni, stralci di interviste, testimonianze. Lou è il centro gravitazionale della narrazione, ovviamente, ma è più una massa che muovendosi con passo viscoso e tenacia ingrugnita attrae corpi e forze, dinamiche e perturbazioni.
Pagina dopo pagina, la lettura lascia sedimentare una sensazione sempre più solida: attrazione e repulsione nei confronti del music biz, ovvero il conflitto tra arte e commercio, tra opera e prodotto, hanno costituito il principale carburante e forse perfino la sostanza del suo percorso. Che non a caso si avviò come compositore seriale di canzoni usa e getta mentre già covava mire avanguardistiche, sperimentando nei Velvet Underground una sconvolgente prima sintesi di queste istanze/angolazioni. Cui Warhol fornì una sorta di sostrato poetico, senza peraltro risolvere la questione, che tornò a chiedere il conto nel tempo:
Delmore Schwartz poteva anche avergli detto di non svendersi. Ma Warhol, che era sempre stato un pubblicitario, considerava l’ingresso nella cultura mainstream una parte legittima della sua pratica artistica. Quando Reed rubò a Warhol il concetto che gli affari sono arte (…), lo fece con un pizzico di sarcasmo e condiscendenza. Ma negli anni Ottanta, parlando dei suoi problemi economici in Off the Record di Joe Smith, Reed si era chiesto come mai il suo senso degli affari avesse perso colpi. “Mio padre era proprietario di aziende”, disse malinconico, “dovrei avercelo nel sangue, da qualche parte”
In qualche modo, questo dissidio intrinseco generava una spinta, un’inerzia, un’energia che trovava riflesso e forte valenza simbolica nelle varie manifestazioni duali di Reed: la sua inafferrabile sessualità, la brusca variabilità del carattere, l’oscillare tra poli espressivi antitetici (tra un disco e l’altro, tra i pezzi di uno stesso album) e – last but not least – le sconcertanti svolte esistenziali. Immerso nel cuore contrastato della “città che non dorme mai” – tra i marciapiedi dove si consumano i relitti delle utopie anni Sessanta, nel nuovo ordine dei Novanta, tra le macerie soffocanti dell’undici settembre – questo percorso assume l’aspetto di una parabola, una traiettoria alla ricerca sempre insoddisfatta di sé.
Lou Reed non era il Re di New York, ma di una New York, quella prodotta dal suo sguardo pietoso e spietato, che rende la Big Apple crogiolo e punto di fuga, sineddoche di un tempo (di uno spazio) sempre più frantumato nel conflitto tra pulsione modernista e valori, sclerotizzato dalla tensione tra economia e trame sociali, tra atomizzazione e controllo.
Proprio grazie alla sua angolazione a-morale, il rock di Lou Reed – una strenua congiunzione tra suono e testo che ha definito livelli espressivi ancora oggi esemplari – possedeva (possiede) la chiave per raccontare il collasso del presente (suo e nostro) decifrandone le cicatrici, esplorandone le ferite, scrutando nel buio bianchissimo del suo ventre squarciato.
Hermes ha condotto la narrazione della vita di Reed uomo e artista mantenendo la giusta distanza, senza impallare l’obiettivo ma non sottraendosi quando era il caso di far emergere uno sguardo, un’angolazione. Non parlerei di una biografia definitiva solo perché Lou Reed è materia in cui scavi solo per scoprire stratificazioni ulteriori, o che attraversi seguendo connessioni di superficie che riverberano in sempre nuove profondità.
Ascoltare la sua musica oggi, a dieci anni dal decesso, genera il sospetto che abbiamo appena iniziato a sentirla davvero.
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