Recensioni

Alla fine, resta un senso di insoddisfazione. Che però è significativa. Anzi: non escluderei che sia stata addirittura messa in programma. Todd Haynes evita il documentario biografico standard, come del resto era prevedibile attendersi dall’autore di Velvet Goldmine e Io non sono qui. La sua è una ricognizione attorno al perimetro del fenomeno Velvet Underground che sembra evitare volutamente l’affondo, l’analisi, per affidarsi al potere allusivo dei flash, dei frammenti (parole, immagini, suoni) come tessere di un mosaico volatile, estemporaneo.
Vengono chiamati a testimoniare John Cale e Moe Tucker, gli unici sopravvissuti dei quattro (più una) che dettero vita al formidabile album d’esordio. Alle loro voci si aggiungono principalmente quella di Lou Reed (estrapolata da interviste), di Martha Morrison (moglie di Sterling), della star warholiana Mary Woronov, di Jonathan Richman (ancora oggi un fan sfegatato), di Jackson Browne e di Danny Fields tra gli altri. Ma se gli interventi – le testimonianze – sono pennellate, il quadro non viene mai inquadrato per intero. Haynes sembra accettare un fatto: non puoi contenere i VU in una pellicola di due ore (scarse). Non puoi neppure andarci vicino. A questa consapevolezza ne affianca un’altra: sa a quale pubblico si rivolge. Sa che non ha bisogno di spiegare i Velvet Underground. Ed eccolo quindi procedere per fotogrammi o sequenze brevi, per allusioni ed elusioni. Scelta tutto sommato comprensibile: sulla musica e sulle canzoni, soprattutto, non è il caso di dilungarsi. Le canzoni arrivano, e sono.
Vale anche per lo sgranarsi dei fatti: Cale arriva dall’Inghilterra carico di avanguardia, le sue stelle polari sono John Cage prima e La Monte Young poi; Lou è invece quello con la penna letteraria intinta nel calamaio del rock’n’roll, l’ambizioso, lo scorbutico, lo stronzo. Lou è anche quello dell’elettroshock, certo, quello della bisessualità latente e manifesta, quello con un talento spiccato per le canzoni dal numero di accordi inversamente proporzionale all’appeal, perciò compositore a gettone per la Pickwick Records (malgrado non fosse un granché con la chitarra, sostiene uno dei componenti dei Primitives, la prima band di Lou).
Cale e Reed: questi due se la intendono, annusano l’uno nell’altro le rispettive diversità ma anche una chimica potenzialmente e poi effettivamente esplosiva. Il reclutamento di Sterling e Moe è conseguente: chitarra senziente l’uno e tamburo primitivista l’altra, una quadratura tanto improbabile quanto perfetta. Che però va a incastonarsi nel reame esplosivo (e plastico, e inevitabile) di Andy Warhol, il quale impone al progetto – all’opera – la variabile teutonica Nico. Quest’ultima è aliena, intrusa, persino osteggiata, eppure si rivela insospettabilmente complementare. E via discorrendo, sul filo di una storia ben nota. Il resto della parabola si consuma più velocemente, come una reazione a catena.
Ripeto: c’è poco o nulla in questo documentario che l’appassionato medio dei VU già non conosca, mentre per il fan lo script rischia addirittura di sembrare un bignamino. Tuttavia, e ovviamente, è bello da guardare, a tratti persino molto bello. E lo è proprio in quanto tributo a una band seminale come poche altre. Tributo che riguarda anche la sua natura contorta, problematica: vedere come l’espressione di Cale e Tucker sia ancora oggi sconcertata quando raccontano di come Reed li mise da parte (Moe ai tempi di Loaded era incinta, perciò venne sostituita senza alcun riguardo), vale quanto un saggio. Lo stesso si può dire dell’espressione estatica stampata sul volto di Richman. Anche se forse la parte più significativa è quella iniziale, dove grazie al montaggio (alternato e affiancato) Haynes è abile a trasmettere l’idea del mondo – borghese e benpensante da un lato, stucchevolmente hippie dall’altro, inconfessabilmente marcio – su cui l’asteroide Velvet precipitò, senza peraltro che quel mondo stesso ne venisse scosso più di tanto.
Pollice in alto, quindi, anche se rimane qualche dubbio, da cui l’insoddisfazione suddetta. Dubbi dovuti a una sensazione strisciante: evitando di suggerire un’idea ben definita riguardo ai Velvet, Haynes sembra non averla. Il risultato è che i VU ne escono come un bolide che scorgi con la coda dell’occhio: non fai in tempo a mettere a fuoco e sono già bruciati, svaniti. In un certo senso, è quello che è accaduto davvero.
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