Recensioni

Se l’epocale album d’esordio definiva una dimensione sì antagonista e persino ingiuriosa, ma nel quale la forza d’urto live della band si metteva al servizio della raffinata decadenza warholiana, al momento di mettere su bobina il secondo lavoro i quattro Velvet Underground – orfani del magnifico corpo estraneo Nico – ritennero che il momento fosse maturo per aprire tutte le saracinesche e lasciar fluire il magma. I nuovi amplificatori Vox furono l’arma non convenzionale che li spinse a forgiare un suono che non ammettesse repliche: grappoli noise-psych che demolivano gli schemi visionari allora in voga, carburati da una determinazione così feroce da rasentare la cecità, una strategia di abbacinazione reiterata e corrosiva mirata ad annientare i fantasmi dolciastri della summer of love.
A partire dall’assalto sinuoso della title track, orgia boogie con le lancette al fondo scala, piano estrapolato da un saloon anfetaminico a dettare il tempo al canto stravolto di Reed, bave di chitarra distorte e base ritmica dalla serialità ossessiva: un urlo beffardo e urticante, incandescente e al tempo stesso sornione. Per quanto riguarda i testi, più i temi si fanno torbidi e più l’esposizione è nuda, indolente, quasi disincantata: vedi come Lady Godiva’s Operation operi un’incredibile incisione (ehm…) tra livello musicale e narrativo, ormai consueto raga circolare il primo e sordida cantilena il secondo. Il tutto procede come un loop sistematico – elemento fondante del sound velvettiano e poi di tanto rock a seguire, eredità della frequentazione di Cale con John Cage e La Monte Young – almeno finché qualcosa sembra rompersi, spingendo la “canzone” a sfilacciarsi, la spinge sul palco di un teatrino iperrealista, rovesciandosi brutale su chi ascolta.
Quanto il codice reediano, così beffardamente cinico e avariato, affondasse le radici nei siparietti garage-surf ad altezza juke box lo testimonia l’insidiosa Here She Comes Now (quasi una premonizione acida dei Beach Boys più eversivi), ma d’altro canto Lou era già capace di sfoderare slanci di tutt’altra categoria, come il reading allibente di The Gift (al leggìo sul canale sinistro un flemmatico Cale, sul destro invece tumulti e clangore), forzatura arty per oltraggi al comune senso di normalità. Detto questo, non è per inseguire ad ogni costo la frase ad effetto, però tocca scriverlo: fino a qui abbiamo scherzato. La mazzata vera arriva con I Heard Her Call My Name, un abisso che prima di allora pochi avevano avuto il coraggio e la statura di attraversare: la memoria del rock (il garage, un errebì devastato e insonne) esplode tra assolo che schizzano impazziti come schegge. Sembra di vederli: la piccola Maureen che picchia selvaggia come un grumo primitivo, il volto di Reed che spaccia sputi di parole come canto, la chioma corvina di Cale collassare sul basso violentato, Morrison rapito da visioni di morte lucida.
Dopodiché, avanti un altro: Sister Ray è il punto di non ritorno, oltre diciassette minuti di pura catarsi distorsiva, tantra tossico imperturbabile, cronaca in diretta da un salotto di vizio e turpitudine, col sospetto che se esiste un fondo è il momento di cominciare a scavare. E sembrano scavare infatti tanto le chitarre che l’organo, tanto la batteria primordiale (c’è tutto il collasso della modernità nel drumming convulso, seriale, implacabile della Tucker) quanto il vocione inacidito di Reed: scavano nella incalcolabile coscienza di questo disco così bianco da suonare nero, luce accecante che ingoia la realtà e spezza il diaframma tra rock e vita. Un disco che è come tuffarsi nel buio, e morirci da vivi.
Forse i “veri” Velvet finiscono qui. L’omonimo terzo album e il successivo Loaded se la giocheranno (alla grande) con la vena di un Reed ormai sul punto di spiccare il volo solitario, paradossalmente intruso nella band di cui – con l’uscita di Cale – era diventato il centro nevralgico e creativo. Il rock ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
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