Recensioni

Neppure Lou Reed uscì del tutto vivo dagli anni Ottanta. Già, neppure lui. Posso fargliene una colpa? No, ovviamente. Ma, pur con tutta l’ammirazione – facciamo pure: la devozione – che sempre gli riserverò, ad album come Legendary Hearts, New Sensation e Mistrial non riesco a pensare senza avvertire il brivido freddo del passaggio a vuoto. Certo, qualcosa si salva, dal menu qualcosa si salva sempre quando ai fornelli c’è un cuoco del genere. Ma non mancano gli argomenti per sostenere che il rientro alla RCA, dopo i cinque anni più che dignitosi passati con la Arista, coincise con il periodo meno ispirato di Lou, con la sola eccezione del più che buono The Blue Mask (1982).
Il successivo contratto con la SIRE lo vide però mettere a segno un colpo di reni tanto inatteso quanto spettacolare, col quale l’ex-Velvet Underground mise a tacere tutti quelli che ne stavano già celebrando il funerale: New York (1989) è uno di quei dischi che fanno convergere estro, urgenza, maturità, complessità, energia. Pura quintessenza rock. Una zampata ribadita dall’eccellente Magic & Loss (1991), intriso di senso di perdita sulla scia cupa dei lutti targati AIDS. Non bastasse, nel mezzo era arrivato Songs For Drella (1990), il bellissimo tributo a Andy Warhol confezionato assieme a John Cale. Quest’ultimo fu la scintilla che portò alla reunion dei Velvet Underground, annunciata ufficialmente nel gennaio del 1993, preludio a una serie di concerti a dire il vero più celebrativi che riusciti, da cui venne peraltro ricavato un discreto live (Live MCMXCIII). I sogni di nuova gloria andarono però a sbattere sull’ennesimo contrasto tra Reed e gli altri, che determinò l’ennesima rottura e soprattutto impedì il rientro in studio per l’album di inediti in cui i fan iniziavano a credere. La morte di Sterling Morrison, avvenuta a causa di un tumore il 30 agosto del 1995, calò un sipario definitivo sulla questione.
Del periodo ricordo il volto livido ma al solito duro come un macigno di Lou durante la cerimonia dell’ingresso dei Velvet nella Rock And Roll Hall Of Fame, nel gennaio del ‘96, e soprattutto l’aspra invettiva di Victor Bockris nel suo volume I Velvet Underground e la New York di Andy Warhol, nel quale senza mezzi termini accusa Reed di avere scientemente boicottato la reunion per questioni di ego. A metà anni Novanta quindi, col rock che viveva il fall out della morte di Cobain come un’autentica apoteosi in termini di vendite e presenza sui media, ai miei occhi il poco più che cinquantenne Lewis Allan Reed si presentava come uno strano mix tra leggenda indiscussa e autorità spocchiosa, senz’altro più defilata rispetto – ad esempio – a un’altra figura leggendaria come Neil Young, il quale si era rilanciato sporcandosi le mani più che volentieri coi nipotini del grunge (dai quali era stato subito eletto a “padrino”).
Questo lo scenario in cui vide la luce Set The Twilight Reeling, prodotto non a caso dallo stesso Reed, suonato nel suo studio personale di New York (il Reef) assieme ai fidi Fernando Saunders (basso) e Tony “Thunder” Smith (batteria), nel quale tutte le chitarre sono affidate a lui stesso (a parte un accompagnamento di acustica di Saunders in The Finish Line). In effetti, Bockris non aveva tutti i torti: l’ego scorreva potente in Lou. Ma non si trattava affatto di una novità. Di inedito c’era casomai un entusiasmo forse mai tanto evidente per, come dire, il suono del proprio suonare, ovvero la possibilità di sfruttare al massimo le proprietà della registrazione digitale configurata per il CD. Le molte dichiarazioni rilasciate nel periodo fanno pensare a un album pensato per celebrare appunto la gioia di poter incidere il suono perfetto, il rock elettrico dal vivo ideale (seppur riprodotto con i mezzi dello studio). In un’intervista dichiara: “Volevo sentire sul CD quello che sento quando sento un gruppo suonare dal vivo. Niente di più, niente di meno. (…) Vi garantisco: quando ascoltate questo disco state sentendo esattamente quello che io sentivo mentre lo facevo”.
Anche qui, va detto che se Lou veniva e viene considerato principalmente un grande autore di canzoni, l’aspetto sonoro ha spesso rappresentato un aspetto centrale per l’ispirazione e l’interpretazione dei suoi lavori: basterebbe solo la caratterizzazione netta dei quattro formidabili album targati VU (ognuno dei quali stabilisce parametri di riferimento irrinunciabili per stili successivi: art rock, noise, country rock, glam, post punk, dream pop eccetera), ma come non citare la stordente decadenza glam di Transformer e l’aura drammaturgica di Berlin, per non dire di quel Metal Machine Music che – inascoltabile o meno – non può mancare nella discoteca (e nel DNA) di ogni musicista industrial, o ancora del già citato The Blue Mask che sostanzialmente sbocciò dalla folgorazione per lo stile e il sound della chitarra di Robert Quine.
Allo scenario a cui ho accennato qualche riga sopra manca un ingrediente che, assieme all’eccitazione giocosa per le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie di registrazione, potrebbe rivelarsi decisivo per inquadrare quel “nuovo” Lou: il divorzio dalla seconda moglie Sylvia Morales nel 1994 in parallelo all’inizio della relazione con Laurie Anderson, incontrata nel 1992 al Kristallnacht di Monaco di Baviera, un festival organizzato da John Zorn per commemorare la tristemente nota Notte dei Cristalli del 1938. Set The Twilight Reeling è, sotto molti aspetti, l’album che celebra questo amore e il suo effetto su Lou, ovvero la consapevolezza – più o meno improvvisa – che stava iniziando una nuova stagione della sua esistenza (e quindi della sua carriera). Un nuovo Lou.
Vi sembra troppo romantico? Stucchevole? Poco rock’n’roll? Potrebbe esserlo, certo, se non stessimo parlando di Lou Reed. Il suo modo di raccontarci le gioie della mezza età – maturità, equilibrio, padronanza e via discorrendo – sono tutto fuorché consolatorie e autocompiaciute. Anche nei pezzi più, diciamo così, accattivanti, le fattezze carezzevoli di struttura, ritmo e melodia si snodano sotto la pelle aspra di un’elettricità granulosa e distorta, come fa l’iniziale Egg Cream, ritratto della New York perduta attraverso una carrellata di cartoline sfacciatamente nostalgiche (per molti versi potremmo considerarla la sua Penny Lane), o anche quella Hookywooky che fa coincidere disincanto e trasporto in un up-tempo divertente e divertito.
Oppure prendi Trade In e la title track, ballate gemelle che di fatto colgono il momento della svolta esistenziale e sentimentale (nella prima: “I want a trade in/The second chance at this life/I’ve met a woman with a thousand faces/And I want to make her my wife”; nella seconda: “As I lose all my regrets and set the twilight reeling/I accept the new found man and set the twilight reeling”) chiudendosi in un crescendo di volumi e distorsioni degne dell’antico animale rock’n’roll. Altrove invece prevale una vena più ricercata, da intellettuale meditabondo vagamente snob, soprattutto nella sorniona Hang On To Your Emotions – con interventi vocali della Anderson – o nell’incantesimo funky-soul di NYC Man (la dichiarazione d’amore definitiva alla sua città), senza comunque mai rinunciare all’impronta disinvolta di chi ha scelto la fragranza sonora come ago della bussola.
Lungo questa direttrice insomma umori e temi compongono un quadro piuttosto vario. Lou sembra cioè ben piantato sul proprio ritrovato equilibrio e disposto a puntare le antenne su frequenze anche molto diverse: ci sta benissimo quindi un impetuoso ed enigmatico amarcord dedicato a Sterling Morrison (Finish Line, con al piano un al solito incalzante Roy Bittan) così come una sardonica invettiva contro l’ala più retriva dei conservatori USA (la caustica Sex With Your Parents), mentre The Adventurer è una sgroppata a pieni polmoni dedicata – indovinate un po’? – alla Anderson, una dichiarazione d’amore (e d’ammirazione) talmente sopra le righe da risultare ineffabilmente sincera (“An adventurer/Splitting up the atom/Splitting up the once was/Splitting up the essence of our star-crossed fate”).
Resta da dire del nervosismo country-blues di The Proposition, pezzo notevole ma abbastanza interlocutorio che diresti quasi una outtake da Magic & Loss, e di quella Riptide che concede spago al crogiolo magmatico hendrixiano per quasi otto minuti mentre Lou inveisce in punta di nevrastenia contro una protagonista vittima di chissà quale dipendenza o tracollo del destino – difficile non pensare alla Miss Lonely di Like A Rolling Stone quando ci imbattiamo in versi come “Ooohhh, what you gonna do with your emotions/Ah, ones you barely recognize” -, lasciandoci col sospetto che il suo divertimento nel suonarla sia stato ben superiore a quello di chi ascolta.
Gli anni Novanta del Nuovo Lou lo vedranno quindi autore della colonna sonora di Time Rocker (piece teatrale composta assieme a Robert Wilson) nonché di un live – Perfect Night Live In London – che testimonia la performance al Meltdown Festival 1997 (direttrice per quell’edizione: Laurie Anderson) ma soprattutto frutto di un’altra, diciamo così, infatuazione sonora: quella per la sua nuova chitarra acustica Jim Olson. E poi?
Poi, i Duemila. Sinceramente: ho apprezzato molto – quasi amato – il successivo Ecstasy (2000) e ho, come dire, rispettato The Raven (2003). Con Lulu (2011) non ce l’ho fatta, ancora fatico ad accettarlo, ma è probabilmente un mio problema. In ogni caso, credo che con Set The Twilight Reeling ebbe inizio davvero un Lou nuovo, e fu anche il momento in cui qualcosa finì per sempre, ovvero quella capacità di stare in bilico sul punto esatto in cui il wild side si oppone e compensa la tensione poetica, il rigore intellettuale. In questo disco sento l’animale rock’n’roll che fronteggia il “new found man”, lo scruta e lo accetta, ed è un incontro che fa vorticare (vacillare? Barcollare?) il tramonto, o la sua consapevolezza. Per Lou il suono è l’unico – l’ultimo – segno concreto di sé a cui aggrapparsi per rimanere in piedi, per procedere ed accogliere – vivere – ciò che sarà. Così vanno le cose, così devono andare.
Set The Twilight Reeling è il momento in cui Lou Reed si consegna al tempo, un po’ come similmente ma assai diversamente era stato Harvest Moon per Neil Young (nel 1992) e sarà Time Out Of Mind per Bob Dylan (nel 1997): dischi che ti consegnano definitivamente alla grandezza, perché squarciano il velo tra artista e individuo, tra leggenda e vita. Ed ecco perché, al di là della loro bellezza o importanza, li amo così tanto.
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