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7

Più che un disco, l’ennesimo assalto del conflitto infinito tra la bruciante epifania del rock e la potenza evocativa della parola: orchestrato da Lou Reed col piglio delle seconde (terze?) giovinezze, The Raven è il figlioccio per forza di cose monco di un più ampio progetto teatrale denominato POEtry, in cui prendeva forma la venerazione dell’ex Velvet per il genio letterario di Edgar Allan Poe. Una prima nota di merito va alla scelta di pubblicarne due versioni, una in doppio cd contenente reading e canzoni per un totale di 36 tracce e l’altra in cd singolo che esclude quasi tutti i reading a parte The Valley Of Unrest (legge Elizabeth Ashley, Reed alle tastiere), la title track (legge un suggestivo Willelm Defoe) e Tripitena’s Speech (legge Amanda Plummer) per un comunque cospicuo programma di 21 pezzi. Va da sè che i fans si getteranno con languido tormento sulla release estesa (o su entrambe), ma a tutti gli altri – specie a chi mastica l’inglese con difficoltà – non esito a consigliare l’edizione ridotta, che è poi quella di cui ci occupiamo in questa sede, essendo la più strutturalmente vicina a ciò che comunemente si intende – senza alcun esauriente alibi – per “album rock”.

Escludendo forse lo splendido Songs For Drella (omaggio alla figura di Andy Warhol firmato assieme a John Cale), si tratta della proposta più marcatamente “concept” mai licenziata da Reed, sorta di riarticolazione massimalista dell’afflato narrativo già alla base di capolavori come Berlin e Transformer, dai quali – come ad avocare una persistenza d’intenti – provengono due splendide riletture, la trepida The Bed (voce tenera e altera, basso ad archetto, il vaporoso background di Antony) e l’ineffabile Perfect Day (totalmente affidata alle tastiere di Friedrich Paravicini e alla voce eterea e androgina di Antony, straordinariamente simile al parossistico vibrato di Jeff Buckley in pezzi quali You And I).

Vecchie partite rigiocate, strategie incrudite, lucide, irruenti: come la gragnola di watt su deriva wave-punk di Blind Rage, il funky soul bianco di Change (illuminato dal violoncello di Jane Scarpantoni) o il rock’n’roll sontuoso di Edgar Allan Poe (prevedibile ma splendidamente confezionato, con quegli ottoni che falciano i piedi), mentre in Broadway Song ritaglia per il sorprendente Steve Buscemi un ruolo di crooner da jazz cafè che fa venire in mente ancora Berlin con però qualche mano di smalto (troppo?) sull’antica decadenza di inizio settanta.

Non mancano altresì momenti irritanti, in cui fa capolino quella china svenevole e fin troppo laccata che abbiamo avuto modo di conoscere nel Lou più recente, laddove sospetto che l’influsso di Laurie Anderson – la cui sensibilità artistica mi ostino a ritenere poco compatibile con quella del Nostro – invada il campo di gioco: capita quindi di imbattersi in una Call On Me che soffoca i buoni propositi in un sentimentalismo infeltrito, nella conclusiva Guardian Angel che cincischia senza risolverla una memoria di Magic And Loss o nella peraltro eccellente Who Am I?, da annoverare tra le cose migliori dell’ultimo Reed seppur penalizzata da una stesura leziosetta a cui gioverebbe non poco qualche capriccio in meno di archi e synth. 

Se avvince il rovello hard-black di A Thousand Departed Friends (beffardo perorare di sax e tromba su watt deraglianti, percussionismo sopra le righe), il soul acidulo di I Wanna Know si affida un po’ troppo alla suggestione portata in dote dai Blind Boys Of Alabama risultando alla lunga più confezione che corpo, mentre l’irruenza sorniona di Hop Frog (canta mister David Bowie) sembra sacrificare consistenza e scrittura alle sorti dell’insieme narrativo.

I pezzi migliori alla fine sbocciano adiacenti nel bel mezzo del programma: Burning Embers (RnB esagitato dalla tensione crescente, impreziosito da desueti intarsi di archi e fiati, cantato oltretutto da Lou con piglio waitsiano sul coretto rabbrividente del solito Antony), la palpitazione tenue di Vanishing Act (piano, archi, voce e mestizia) ed il funky incrudito di Guilty, con il sax sgusciante di Ornette Coleman a chiudere e aprire il rubinetto dell’adrenalina (non sono da meno l’impagabile Tony Smith ai tamburi e Reed che declama impudente e malsano come un Alan Vega ringalluzzito).

Un buon album, dunque, sempre che lo si voglia considerare alla stregua di un semplice album rock. Ambizioso, cerebrale, vivido, segnato da cambi di ritmo e direzione, slegato ma in fondo convincente, attendibile proprio in virtù della smisurata opinione di sè che lo muove e anima: di quelle che tipi come Lou Reed possono decisamente permettersi.

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