Recensioni

Pare che inizialmente, per il suo diciassettesimo album da solo compresi Metal Machine Music e la collaborazione con John Cale per Songs For Drella, Lou Reed avesse in mente di fare un’opera sulla magia; argomento poi abbandonato quando il cantante viene colpito dall’altro concetto del titolo, la perdita, nella fattispecie la morte nel giro di un anno di due persone a lui care cioè il paroliere Doc Pomus e, sembra, la Rotten Rita assidua frequentatrice della Factory di Warhol, entrambi uccisi da un cancro.
Del tema iniziale restano i simboli alchemici sulla copertina del disco e il modo in cui il processo di malattia che porta i due alla morte e quello contemporaneo e postumo di riflessione di Reed sono raccontati per tappe, segnate nei sottotitoli delle canzoni, come a indicare un percorso sapienzale, un cammino quasi da sacra rappresentazione (che un certo suo celebre amico avrebbe definito “from station to station”…) che intreccia i dati concreti della malattia con il confronto continuo, con sé stessi e con le proprie reazioni di essere umano che, come tanti suoi simili e come tanti artisti, si interroga alla ricerca di un senso (“We spewed out questions waiting for answers / creating legends, religions and myths / books, stories, movies and plays / all trying to explain this”).
E se l’alchimia era, come dice in The Power and The Glory, “oro creato dal piombo”, Reed trasforma la sofferenza in arte, come vuole l’adagio, confermando che la sua vena creativa era tornata a pieno regime dopo le incertezze dei suoi anni ’80 e la rinascita di New York (1989, anno in cui anche Dylan e Neil Young tornano in gran forma) e del succitato Drella, coi quali compone una sorta di trilogia della rinascita (artistica) ma anche della morte (quella dei tanti amici ricordati in Halloween Parade su NY, e quella di Warhol da cui ha occasione SFD).
“Captured by a larger moment”, lo fa con i suoi strumenti classici: il rock, la poesia e la capacità di guardare la realtà dritta in faccia e raccontarla senza sconti (“But life’s forever dealing in hurt”, dice), come già dagli esordi coi Velvet Underground e oltre, per affrontare un argomento davvero poco “rock” in senso classico come la malattia, l’ospedale e le fasi del lutto: guardando indietro per cercare eventuali precedenti, Ambulance Blues di Young parlava di tutt’altro, mentre l’ “hospital bed” della rollingstonesiana Sister Morphine era un po’ diverso – anche se non mancano, in questo disco, un paio di osservazioni in cui si confrontano le droghe che circolano sulla strada con quelle somministrate in corsia.
Dopo il breve e solenne strumentale di inizio, il quasi-singolo What’s Good introduce su un rockettino felicemente leggero (in apparenza: tra tante domande a un tratto spunta “che senso ha un cancro in aprile?”) l’argomento per mezzo di considerazioni generali sulla vita e di domande, anche sulle proprie stesse riflessioni (“What good are these thoughts that I’m thinking / It must be better not to be thinking at all”) che costituiscono una prima sintesi (l’altra arriverà alla conclusione del racconto nella title track sottotitolata non a caso The Summation).
Si prosegue sull’andatura lenta di The Power and The Glory, che si movimenta nei ritornelli quando entra la perturbante voce di Little Jimmi Scott mentre accanto alle riflessioni si entra in dettagli scabrosi della malattia e della vita d’ospedale (“I saw isotopes introduced into his lungs / trying to stop the cancerous spread” ma, due canzoni dopo, “radiation kills both bad and good, it can not differentiate / So to cure you they must kill you”) in un testo centrale nel disco, tra visioni poetiche ardite e concretezza della quotidianità – anche se sono pochissimi i dettagli della vita reale dei due amici, perché Reed preferisce parlare del loro carattere (“You loved a life others throw away nightly” o diversamente “you were no saint but you deserved better than that”).
Il vertice emotivo del disco, il momento più tragico e intenso, arriva con Magician: lento sommesso e cupo, di quelli in cui Lou Reed sa essere maestro fin dai tempi di Berlin, tra minimali arpeggi e il basso suadente ed emotivo di Rob Wasserman si va al centro vero del dolore con l’invocazione del malato che si sente abbandonato dal proprio corpo, per lui oramai una prigione (“My hand can’t hold a cup of coffee / my fingers are weak – things just fall away”) dalla quale allo stesso tempo chiede al mago di essere liberato (“inside I’m young and pretty”), dall’altra ha paura che essere rilasciato dal carcere delle proprie membra malate significhi svanire, cosa temuta come annullamento e desiderata come liberazione dal dolore.
Il brano successivo si muove su uno svolazzo di contrabbasso suonato con l’archetto che si ripete e incalza per tutta la canzone, conducendo la descrizione della minaccia continua che incombe sul malato (ma anche su tutti i mortali): Sword Of Damocles è un’immagine della morte pendente ma è anche il momento del disco in cui, anche se non detta, essa avviene. La canzone successiva, infatti, è Goodbye Mass, la messa d’addio, il funerale in chiesa descritto con una melodia e un piccolo riff che esprimono tristezza e rimpianto scossi dagli incisi di batteria, come di ricordi che si agitano e poi si placano di nuovo. Una canzone di rara e dolente bellezza grazie anche a un testo che alterna dettagli concreti (“sedendo su una panca dura”), la finezza della descrizione di un lapsus (mi giro a stringerti la mano [ma] è tua figlia che ringrazia”), osservazioni curiose (“your friends who are come / some of them are famous and some of them are like me”), il ricordo dello spirito dell’amico scomparso (“tu avresti fatto una battuta […] avresti detto ’Non è nulla, domani sarò fumo’ “). Cremation è un momento di apertura e respiro: la tonalità maggiore e la descrizione delle ceneri gettate nell’oceano con la sua pace immobile (“the coal black sea waits forever”) sono davvero una boccata d’aria dopo l’ospedale e la chiesa, ed è anche un altro omaggio agli amici e alla loro grandezza d’animo che trova nell’oceano un paragone adeguato (“nothing else contained you ever”).
Reed è raffinato anche nel descrivere le fasi successive, quelle dell’elaborazione: il rifugiarsi nel ricordo, in un’immagine precisa da rievocare con tenerezza per ricordare la persona cara in una versione diversa da quella abbattuta dalla malattia (la sommessa Dreamin’), i rimpianti, ben noti a chi ha passato qualcosa di simile, espressi nel fingerpicking elettrico di No Chance, ovvero “I didn’t get a chance to say goodbye” che spesso succede per sfortuna ma a volte per i propri limiti nell’affrontare la malattia di una persona cara con la giusta forza d’animo (“It must be great to be all the things that I’m not”, canta), per cui ci si illude che quanto il malato dice per consolarci sia vero. E poi la reazione rabbiosa (il rock teso di Warrior King) per cui si vorrebbe avere la forza di rompere tutto, la storia apparentemente estranea di Harry’s Circumcision, un recitato che parla di generazioni diverse e di definizione della propria identità per contrapposizione; e dopo il rock pesante di Gassed And Stoked (altra sottigliezza: il gesto di chi, irrazionalmente, prova ogni tanto a comporre il numero di telefono dello scomparso, trovando il messaggio registrato “this is no longer a working number”), poi The Power and The Glory pt. II che è una versione veloce della prima.
Infine la canzone che dà il titolo al disco, nella quale l’autore cerca di tirare le fila di quanto vissuto e analizzato finora. Il testo sarebbe da riportare per intero, ma il senso è che d’accordo, “I know you hate that mystic shit” aveva cantato poco prima, ma questo “passaggio nel fuoco”, nel dolore, nei dubbi su sé stessi e nella rabbia è qualcosa su cui riflettere, dalla quale trarre un senso: “you can’t be Shakespeare and you can’t be Joyce / so what is left instead?”. Resta un percorso duro che però può portare a una maturità maggiore, un’opportunità da cogliere per buttare via certi lati immaturi e dannosi di sé. Alla fine “fire is passion, and there’s a door up ahead not a wall”, per arrivare a capire, con saggezza quasi zen, che “There’s a bit of magic in everything / and then some loss to even things out”.
Un disco per certi versi unico, che musicalmente magari non presenta lo stesso zampillare continuo di ispirazione freschissima che mostrava New York né le varietà sonore garantite da Cale in Songs For Drella, ma si colloca tra i due, comunque ispirato e dal suono articolato dietro ai vari passaggi emotivi descritti, con la band che lo segue senza i conflitti coi musicisti avuti in passato.
E al riguardo, dispiace che altrettanta saggezza Reed non l’abbia dimostrata in occasione della reunion dei VU che avrà luogo di lì a poco, gestita invece in modo capriccioso e rigido: chissà, se magari avesse avuto già accanto Laurie Anderson forse sarebbe andata diversamente, ma è un’ipotesi. Questo è il suo carattere, e evidentemente, così come nel disco c’è la perdita degli amici e la magia della creazione artistica che racconta ed elabora l’esperienza, anche nel suo carattere e nella sua persona è lo stesso: un po’ di magia, un po’ di perdita.
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