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8.2

La delicata ballata che apre il disco intonata da una voce nuova, la Candy Says dedicata alla star della Factory Candy Darling, sembra semplicemente una sorta di quiete dopo l’orgia noise di White Light/White Heat, un ritorno a certe ballate del primo LP, necessario per non ripetersi: dietro, però, c’è molto altro.

Se il titolo infatti sembra dire che rispetto all’esordio ora manca Nico, in realtà le cose che mancano sono molte altre e nuove ne sono arrivate: gli amplificatori Vox sono stati rubati, Warhol è stato “licenziato” come manager (già dopo White Light) da Reed che ha pensato bene di far fuori anche  Cale e con lui praticamente tutto il lato noise-sperimentale (che sopravvive solo in The Murder Mistery, sottofondo raga-rock frenetico e voci sui due canali che leggono testi diversi e frammentati con finale da vaudeville degenerato).

Sono arrivati Doug Yule (la voce di Candy Says, appunto) e un manager “vero”, ma la conseguenza è che è sparita anche l’unità di “quattro contro il mondo” che la band aveva opposto all’ostilità e al disinteresse che, esclusi il mentore Warhol e pochi altri, accoglievano la proposta musicale inaudita dei nostri: Morrison e Tucker infatti accettano a malincuore la scelta, e qualcosa nei rapporti si rompe.

Così, mentre Reed pensa di aver preso il controllo totale del gruppo, in realtà lo sta perdendo, ritrovandosi da solo contro i tentativi del manager Steve Sesnick di promuovere la faccia più pulita Yule come vero frontman. E tanto per peggiorare i rapporti, Lou torna in studio dopo la fine dei mixaggi e manipola il tutto per mettere in risalto la sua voce e la sua chitarra (il mix originale verrà poi restaurato, mentre questo sarà noto come il “closet mix” dal commento di Morrison secondo cui il suono “sembrava uscire da un armadio”).

Un disco-crocevia, dunque, che molti hanno indicato come l’inizio della carriera solista di Lou Reed e che lo è nel senso che qui vengono gettati i semi della fine del gruppo; il quale però, nonostante tutto, è ancora in ottima salute.

Tolto Cale rimane infatti non solo la scrittura di Reed ma anche un’intesa che ben la asseconda: tra gli Stones tribali di Some Kinda Love (“between thought and expression / there lies a lifetime”) e le esuberanze di What Goes On e Beginnig To See The Light da una parte, e una ballata-classico come Pale Blue Eyes, gli anticipi di dream-pop (l’inizio di I’m Set Free) e del successivo Loaded (il divertissement That’s The Story of My Life), la delicata Jesus e la deliziosa innocenza affidata alla voce di Moe Tucker della conclusiva Afterhours dall’altra, i nostri si dimostrano perfettamente a loro agio sia nella delicatezza che col rock (come illustrano bene i live del periodo), perfezionando il modo informale di fare jam e mettendo insieme una scaletta cui molto attingeranno tanti ammiratori 80s.

E sì, in effetti la carriera solista di Reed comincia qui: per il modo non proprio diplomatico di trattare i collaboratori, che ritornerà; ma soprattutto perché qui trova una prima compiuta definizione la sua idea più classica di rock (ma non mancheranno audacità nella sua carriera), dove però “classico” va inteso, visti i risultati, anche come capolavoro.

Perché alla fine, pur nella transizione e nei problemi, l’unico difetto di questa raccolta è venire dopo i due monumenti precedenti.

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