Recensioni

La storia la conosciamo già: lunghe e iper-prolifiche sedute di registrazione da cui viene fuori materiale non per uno, ma per due (o più?) album. L’equivalenza viene dunque da sé: Wall Of Eyes – uscito a inizio anno, a venti mesi di distanza dal debutto A Light For Attracting Attention – starebbe a Kid A come questo Cutouts ad Amnesiac. Inevitabile, e francamente impossibile, non provare a spiegare la parabola di The Smile alla luce della band madre Radiohead, con cui condivide non solo due membri cardine (Thom Yorke e Jonny Greenwood, coadiuvati/completati dal batterista Tom Skinner in un inarrestabile mostro a tre teste) ma anche modalità compositive e produttive uniche ed immediatamente riconoscibili.
Così, senza particolari fanfare o annunci, questo terzo LP arriva quasi come un atto dovuto e atteso, dal momento che dell’esistenza di altre canzoni rispetto alle già pubblicate si era ben a conoscenza dalle scalette dei concerti (per dire, Eyes & Mouth risale ai primi live di inizio 2022) e da antipasti su vinile (Don’t Get Me Started e The Slip, entrambe uscite autonomamente su 12” in estate). Un modus operandi che, come da copione, ignora le tradizionali e obsolete regole promozionali e commerciali e ha l’unico, possibile effetto collaterale nell’assuefazione del pubblico e nell’affievolirsi dell’effetto sorpresa e dell’eccitazione legata alla novità.
Rischi di cui la band, come prevedibile, se ne infischia e di cui dovremmo anche noi, dal momento che, alla luce della qualità della proposta, ogni eventuale dubbio è destinato a dissiparsi nel giro del primo ascolto di queste nuove dieci tracce che, come prevedibile, non fanno altro che aggiornare, sospese tra il familiare e l’ignoto, il già ricco catalogo della formazione (con queste, arriviamo a trentuno canzoni in meno di tre anni. Non male, eh?). Cutouts (termine che probabilmente designerebbe i brani letteralmente “tagliati fuori” dalla scaletta precedente, ma che evoca altresì le “sagome” inquietanti dei tre nelle immagini promozionali) non è il gemello di Wall Of Eyes, ma qualcosa di ancor più diverso e inafferrabile: l’allargamento dello spettro sonoro e stilistico continua, mantenendo un’ambientazione sperimentale e, specialmente nei testi, criptica e vagamente distopica.
Tanta e tale è l’ispirazione del trio, tanti e tanto diversi sono i luoghi musicali esplorati che tracciare disegni e mappe si rivela un esercizio aleatorio, quando non impossibile; in assenza di coordinate meglio affidarsi a certezze, come i suoni (nuovamente curati da Sam Petts-Davies, degno allievo-successore di Nigel Godrich) e gli arrangiamenti orchestrali firmati Greenwood (sempre eseguiti dalla London Contemporary Orchestra e registrati a Abbey Road).
A certe atmosfere del lavoro precedente si possono senz’altro ricondurre le scale mediorientali di Colours Fly (una fissa di Jonny), così come l’ambientazione acustica di Bodies Laughing (residuo risalente all’era di In Rainbows, che posto in chiusura pare chiudere il cerchio con la Wall Of Eyes che apriva lo scorso LP), mentre le esplorazioni elettroniche e pulsanti di Don’t Get Me Started e The Slip riportano al Yorke solista, dove Foreign Spies, insolita ballata lunare posta in apertura distesa su tappeti di synth vintage carpenteriani, fa tornare in mente la vecchia b-side Melatonin.
Per chi invece ha prediletto gli Smile più avventurosi del primo album arrivano una Zero Sum che, forse per la prima volta in carriera, sembra riprendere apertamente certi Talking Heads (virati King Crimson era Discipline) mantenendo un groove in 4/4 e persino qualcosa che somiglia a un ritornello (che, non senza ironia distopica, resuscita lo spirito di Windows 95), una No Words da archiviare alla voce “rock” (qualcuno ha detto Jigsaw Falling Into Place?) e soprattutto la superlativa Eyes And Mouth, cha tra ritmi afro-samba e scale vorticose è lo showcase definitivo per Skinner e Greenwood.
Infine non si può non rilevare, se ne servisse ancora prova, l’ispirazione in apparenza immarcescibile di un grande autore di canzoni come Yorke in questa fase di carriera, in grado di sviluppare una poetica crepuscolare e fortemente umanistica che parte da A Moon Shaped Pool, passa per episodi come Free In The Knowledge e Friend Of A Friend e approda a nuovi episodi come Instant Psalm (una nuova I Promise?) e Tiptoe (eterea e irregolare alla Scott Walker), due ballate semplicemente magnifiche, sorrette da magistrali arrangiamenti di archi, che vanno certo annoverate tra le sue cose migliori.
“It’s a beautiful world”, intona Thom alla fine di Foreing Spies parafrasando, forse, il vecchio amico Mark Linkous. Anche viene sempre più difficile credergli, non possiamo che ringraziarlo per ricordarcelo.
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