Radiohead
Radiohead, foto per la stampa 2016

Diversi tipi di amore sono possibili. Cinque anni di “A Moon Shaped Pool” dei Radiohead

«Non eravamo davvero in grado di parlarne quando è uscito. Non volevamo parlare del fatto che fosse stato piuttosto difficile da realizzare. Eravamo abbastanza fragili.» Le parole di Ed O’Brien, che solitamente è sornione e solare, basterebbero per circoscrivere realizzazione, grafica e musica di A Moon Shaped Pool. Il nono album in studio dei Radiohead, che l’8 maggio compie cinque anni, arrivò dopo una classica e inaspettata trovata degli oxoniensi: svuotare i social. I più furbi e intraprendenti erano già riusciti a far loro la soffiata su alcune società create dalla band, sinonimo di merch, album e tour in arrivo, com’era già stato per In Rainbows e The King Of Limbs.

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Ad anticipare l’uscita del disco volantini e clip criptici che sfociarono in Burn The Witch, brano in cui la voce di Yorke aleggia tra i legati e i col legno della London Contemporary Orchestra. Il singolo è anche il primo brano in scaletta: una tracklist i cui elementi sono disposti in ordine alfabetico, e gran parte di essi erano già noti ai fan da anni.

Ciò che rese difficile la realizzazione di A Moon Shaped Pool fu certamente la prassi in studio della band, ovvero una tensione che sembrò quasi far collassare tutto, per poi ripiegare su un rapporto di amicizia e lavoro che durava da decenni. Ma il disco sarà per sempre legato alla morte di Rachel Owen, che lascerà suo marito Thom Yorke sette mesi dopo l’uscita dell’album, dopo aver perso la sua battaglia contro il cancro. Quando la struggente Daydreaming, scelta come secondo singolo e ultima anticipazione del disco, arrivò a bilanciare l’euforia di Burn The Witch, quel «Half of my life» ripetuto sul finire in reverse e con un pitch molto basso sembrava alludere alla separazione consensuale tra i due, avvenuta tempo prima. Ma in quel periodo solo la band e pochi intimi erano a conoscenza di quello che stava accadendo nella vita di Yorke.

Più frammentario di In Rainbows, meno granitico di Hail To The Thief e all’opposto rispetto a The King Of Limbs per quanto riguarda l’uso dell’elettronica, A Moon Shaped Pool fece subito capire a tutti che quando i Radiohead tornano al proprio nido e lasciano i vari progetti personali momentaneamente alle spalle, sanno tessere geometrie che sfuggono alle aspettative. Lo hanno sempre fatto: anche se in questo album manca un brano d’impatto come 2+2=5, le tensione calda di Present Tense, il suono lunare di Decks Dark o l’incedere orchestrale di The Numbers testimoniano che il ruolo della band britannica è tenere l’asticella alta. E anche se in qualche episodio discografico quest’ultima risente maggiormente della forza di gravità, i Radiohead non smettono di essere riferimento.

A distanza di cinque anni, la chiusa della nostra recensione sembra essere ancora un valido ritratto:

A Moon Shaped Pool è con molta probabilità il disco più sinistro dei Radiohead, in alcuni punti sembra di sentire lo stesso freddo di Blackstar di David Bowie. È un disco ossessionato dalla luce e dall’ombra, in cui le finestre sono oggetto importante perché mettono in comunicazione stanze vuote e luce piena di significati, in una costante riflessione sull’esistenza, sulla fragilità dei rapporti e sul collasso politico, sociale e culturale a cui andiamo incontro, qui ancora più crepuscolare rispetto a Hail To The Thief, più sommesso, e per questo più agghiacciante. È un album che sembra fragile, complesso, a tratti dispersivo e quasi conclusivo come il White Album dei Beatles. Il bianco appunto, la presenza di una luce che «basta un soffio ad annientare, una scintilla a riaccendere».

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