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Radiohead, Thom Yorke live alla Visarno Arena, foto di Patrizio Buralli (2017)

Radiohead. “If You Say The Word”, ovvero come perdersi in foreste e arcobaleni e non farsi più trovare

If you’re in a forest out of your mind
Opposite branches breaking your arms
If you’re stuck in rainbows of shattering glass…

Sin dalle prime battute, If You Say The Word – l’inedito pubblicato dai Radiohead lo scorso 7 settembre in anticipazione dell’attesa ristampa di Kid A e Amnesiac (Kid A Mnesia, prevista il 5 novembre prossimo) – ti fa sentire subito a casa. Solo che, se sei il Thom Yorke di venti anni fa in pieno hangover paranoico post-Ok Computer, “casa” non è un luogo confortante, anzi. Con un piede ancora in quel disco precedente e l’altro nelle sabbie mobili, ecco spuntare dagli archivi più profondi una ballad in apparenza dolce, sospesa ed eterea, eppure terrigna, avvolta da una nebbia sulfurea (il fuoco: l’elemento richiamato visivamente anche dall’artwork di entrambi gli album gemelli – «Se in Kid A il fuoco è lontano, dietro le montagne, in Amnesiac sei dentro il fuoco», spiegò la band al tempo), tra chitarre trasfigurate dai “soliti” delay impossibili, acustiche legnose, il Rhodes (prediletto da Yorke in quel periodo), l’Ondes Martenot (lui!, quello di How To Disappear Completely) e, soprattutto un pattern sincopato di batteria che sembra emergere da chissà quale profondità lavica-oscuro dedalo minotaurico (con risultato molto vicino a The Amazing Sounds Of Orgy, b-side uscita dalle stesse sessioni).

«If you say the word I’ll come running to you»: suona come la risposta, rassicurante, a una richiesta di aiuto; basta dire “the word” – la parola, con tutto il connotato magico rievocato – e lui verrà correndo in soccorso. Ma lui, Thom, è certamente anche la persona in pericolo: “stuck”, intrappolato e perso come in tante altre occasioni (e liriche, dagli ascensori di Lift al volo fluttuante sul Liffey in How To Disappear Completely, fino a Faust Arp e così via). Ecco allora che, se i primi due versi anticipano di fatto lo scenario inquietante del video di There There – un incubo di foreste di Cure-iana memoria e rami spezzati – al terzo arriva il boom! : due parole, “in rainbows”, e noi che, complice e amico il senno del poi, ci apriamo ad altri scenari piuttosto familiari: il sollievo, la catarsi, l’elevazione degli album della maturità, In Rainbows e A Moon Shaped Pool.

Possibile che in soli quattro minuti, dimenticati in un cassetto dal lontano 1999 (anno in cui Ed O’Brien tenne un diario online che documentava le sessioni del nuovo album, e in cui questo brano venne soltanto nominato prima con il titolo provvisorio di C Minor Song e poi, appunto, Say The Word) riusciamo a leggere così tanto della parabola dei Radiohead? Spingendoci addirittura a pensare che If You Say The Word sia, in un certo senso, archetipica? Nonostante sia stata rigettata e mai (mai!) suonata né citata in altre occasioni, se non come tipico esempio di cul de sac creativo, un arrangiamento di cui non si è soddisfatti e che non si riesce a chiudere (O’Brien, sempre nei diari, descrive un’impasse nella lavorazione di Knives Out come «heading down Say The Word territory»…)? O forse è proprio questa sua storia che la rende ancor più speciale?

Un’ultima osservazione, però, va fatta. Avvenuta e ratificata la storicizzazione del rock del XX secolo, la ripubblicazione, l’approfondimento e l’espansione contenutistica di ciò che è ormai storicizzato va valutato, a prescindere, come documento per una nuova e più completa visione critico-storica. Nel caso dei Radiohead (o in quello, analogo, dei Beatles e delle operazioni in arrivo nei prossimi mesi legate a Let It Be), la ristampa può diventare addirittura un atto artistico. Ecco perché una canzone in origine scartata e pubblicata, in un contesto adeguato, dopo decenni, può risultare così rilevante.

Revisionismi, rivalutazioni e voli pindarici a parte, una cosa è certa: al netto di un paio di composizioni senza titolo, non ci sarà molto altro di realmente inedito da aspettarsi in Kid Amnesiae, il terzo disco di musica inedita che accompagnerà i due fratelli maggiori. Tracklist alla mano, l’unica altra canzone è la invero ben nota e amatissima dai fan (al punto che già venti anni fa una storica fan community canadese online ne prese in prestito il nome) Follow Me Around, proposta anche di recente da Yorke e Greenwood nel loro concerto del 2017 a Macerata.

La pubblicazione della ristampa OKNOTOK e ancora di più quella di Minidiscs [Hacked] (outtake e registrazioni del periodo di Ok Computer per 17 ore di musica!) d’altronde ci hanno già fornito prova tangibile di come il lavoro più grande della band sia quello fatto sulla propria stessa musica: cesello, ripensamento, filtratura, scrematura, (auto)censura. Più che per altre band, bisogna tenere in conto che per ogni leak o ristampa possono esistere negli archivi dei Radiohead decine e decine di altre tracce inedite, di arrangiamenti alternativi, di prove e scarti più o meno interessanti, di cui il materiale edito (ristampe incluse) è comunque una piccolissima percentuale.

Cosa aspettarsi, dunque, da Kid Amnesiae? Sappiamo, ad esempio, che negli anni furono provati diversi arrangiamenti per True Love Waits, uno dei quali sarà nella ristampa insieme a Pulk-Pull Revolving Doors (costruita in effetti, a partire da un loop di piano già edito sulla cassetta di OKNOTOK). Sappiamo che è stata incisa I Will, da cui è scaturita, rovesciando il nastro, Like Spinning Plates. Sappiamo che si è lavorato tanto su Up On The Ladder, poi finita come scarto di In Rainbows anni dopo insieme a 4 Minute Warning (risalente alle stesse session con il titolo di Bombers). Queste cose però non ci saranno. Ci aspettano invece un’altra versione di Morning Bell, gli archi di How To Disappear e Pyramid Song, versioni alternative di Fog, Like Spinning Plates, Fast Track. Quanto l’ascolto sarà stimolante e quanto velleitario (o entrambe le cose), lo scopriremo solo con il complice e amico senno del poi.

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