Recensioni

Amnesiac esce otto mesi dopo Kid A, il 5 giugno 2001, e si pone allo stesso tempo come gemello del precedente disco e sua antitesi. Ritroviamo nel quinto disco degli oxoniensi le stesse influenze del precedente album, ma quello che cambia qui è un senso di calore che nel lavoro precedente faceva fatica ad emergere. Ciò nonostante, l’elettronica gioca un ruolo importante, anche in Amnesiac. Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box sembra quasi un brano dei Kraftwerk contaminato dallo spiritualismo orientale, mentre Pull/Pulk Revolving Doors è forse l’esaltazione più alta dell’editing sui singoli suoni che i Radiohead amano fare in questo periodo: batteria doppiata e campionata, hammond saturati e la voce di Yorke quasi irriconoscibile si stagliano in un puzzle sonoro che alla fine propone un frammento di un altro brano dell’album ripetuto, come se la puntina del disco stesse saltando sullo stesso solco. Il brano in questione è Pyramid Song, uno dei punti più alti della carriera della band, in cui il fantasma di Mingus e l’esoterismo dell’antico Egitto si fondono in un inizio già epico, dove un pianoforte oscuro fa il suo ingresso con accordi in 4/4 con accenti falsati; di lì a poco arriva la batteria in pieno stile jazz, il contrabbasso e, soprattutto, la voce di Thom Yorke e le orchestrazioni che rendono il brano uno dei momenti più intensi del disco.
Un disco che, come il precedente, parte da direttive artistiche precise per poi subire una personalizzazione sonora: è il caso dell’elettronica di DJ Shadow che si riflette nell’eterea I Might Be Wrong, o, nuovamente, dei Kraftwerk e di Brian Eno nella sontuosa Like Spinning Plates, presentata qui tutta in reverse ad eccezione della voce. C’è l’inquietante atmosfera di Knives Out dove aleggiano gli echi degli Smiths e ci sono rimandi ai Can nell’invettiva politica di Dollars And Cents. C’è poi la maestria nell’arrangiamento della conclusiva Life In A Glasshouse, ma anche lo sperimentalismo alla Beefheart nell’intermezzo strumentale Hunting Bear, e c’è spazio per una dura critica a Tony Blair in una mutevole You And Whose Army? che parte con pianoforte e un cantato enfatico (che ricordano rispettivamente le atmosfere del pianista jazz Bud Powell e il timbro vocale degli Ink Spots), per poi evolversi in una seconda parte che rimanda a quella perla di beatlesiana memoria che è Hey Jude (e che sarà poi ripresa molto da vicino in brani come The Daily Mail).
Kid A e Amnesiac vengono osannati dalla critica, con preferenze che di testata in testata pendono per uno e per l’altro. I Radiohead, ad ogni modo, ne escono vincitori. Come ricorda Ryan Schreiber: «i Radiohead accennano ad un suono incredibilmente unico che potrebbe ispirare un intero nuovo genere», le varie influenze convergono in un unico flusso post-moderno di matrice art-rock che esprime allo stesso tempo un senso di alienazione, di ribrezzo per la situazione socio-politica di inizio millennio e artisticamente l’ambizione di riscrivere i canoni della musica pop contemporanea.
La cifra stilistica che nel “doppio album” emerge è quella di un gruppo che sterza vorticosamente su una fredda sperimentazione (Kid A), per poi ripararsi in un calore più vicino alle proprie radici (Amnesiac). D’altronde lo stesso Yorke afferma: «Credo che le illustrazioni rappresentino il modo migliore di spiegare le differenze. La grafica di Kid A è come una fumata in lontananza e gli incendi si sviluppano dall’altro lato della collina. Con Amnesiac ci troviamo invece in mezzo alla foresta durante l’incendio».
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