Recensioni

7.6

Il punto non è abituarsi all’idea che questo potrebbe essere il destino dei Radiohead. Non sarebbe poi un grosso trauma, dopotutto (con quella storia e quei traguardi alle spalle). Ma che The Smile fosse qualcosa di più del divertissement pandemico di due musicisti d’alto rango lo si capiva già prima della pubblicazione di A Light For Attracting Attention (2022), vedendo in azione il trio di Thom Yorke, Jonny Greenwood e Tom Skinner nelle prime apparizioni dal vivo. Un mostro a tre teste (nell’accezione latina di monstrum, “meraviglia”), terribile e bellissimo, coi due attaccanti della band più importante di quello che è stato il rock nell’ultimo scorcio di XX secolo a scambiarsi postazioni e ruoli, e inventarsi – ancora! –  nuovi modi di fare musica, uniti dal collante di un musicista (batterista è riduttivo) che fa molto di più che riempire lo spazio di O’Brien, Selway e Greenwood maggiore.

In quest’ottica, con la possibilità comunque mai negata di un ritorno sulle scene dell’act principale e davanti a questo Wall Of Eyes, secondo capitolo in studio, l’esperienza va senza alcun dubbio collocata nel solco del percorso artistico maggiore di Yorke e Greenwood, ovvero la continuazione organica e incredibilmente fluida di una storia ultratrentennale, con uno sviluppo coerente, sempre verso nuovi mo(n)di espressivi. L’organicità, la fluidità, la libertà e la naturalezza con cui il trio compone e scompone suoni e ritmi, in un interminabile laboratorio creativo, è qualcosa che si acquisisce soltanto con l’esperienza e non deve quindi stupire che nel pieno dei loro cinquant’anni questi musicisti siano, di fatto, al massimo del loro gioco. Certo, è miracoloso riuscire a mantenersi  e confermarsi a livelli di ispirazione e intensità – così – alti, ma l’intelligenza nel gestire la propria creatività (e tutti gli aspetti della propria carriera) è una dote che i membri dei Radiohead hanno avuto ampiamente modo di dimostrare numerose volte nel corso della loro vicenda.

The Smile, insomma, va letto come risposta a una mai sopita e intrattenibile urgenza di progredire (nel senso primigenio del termine, ricordate?, quando apparve la prima volta l’aggettivo progressive applicato al rock), da sempre presente nel modo di fare musica dei soggetti in questione, ovvero il loro modo di sconquassare il corpo del pop-rock, divertircisi un po’ e portarlo da qualche altra parte.

E se definire la loro musica come prog tout court genererebbe certo equivoci e cortocircuiti (laddove oltremanica non si fanno tutti questi problemi nell’usare liberamente quell’etichetta – ma è una questione lunga…), quello che abbiamo descritto qualche riga sopra è esattamente ciò che succede in queste otto nuove tracce, la maggior parte delle quali peraltro già ampiamente rodate dal vivo (come da nota prassi radiohediana, ma all’estremo) e sviluppatesi quindi in un modo che sembrerebbe persino spontaneo e immediato, al netto di una magmatica complessità che ormai molto, molto poco a che vedere con quel pop-rock di cui sopra – o con qualsiasi altro genere, a dirla tutta.

Rispetto alla sfornata precedente, queste nuove composizioni (chiamarle canzoni, benché all’osso lo siano, ha senso solo relativamente) vanno tutte ad attestarsi sui cinque minuti di media, con maggiore compattezza in termini di suono e ambientazione, sebbene tendano ad essere costantemente cangianti al loro interno, presentando più sezioni in stili diversi – al punto che ognuna di esse va a costituire, difatti, un microcosmo a sé. Il fatto che a produrre non sia il solito Nigel Godrich, bensì il suo braccio destro Sam Petts-Davis (già al fianco di Yorke per la colonna sonora di Suspiria e ingegnere del suono in A Moon Shaped Pool) non fa poi che evidenziare la summenzionata continuità del tutto, mentre la presenza di Robert Stillman al sax è una conferma di quanto già sentito e visto su palco.

Assente il post-punk chitarristico tutto in your face di We Don’t Know What Tomorrow Brings e You’ll Never Work In Television Again, ridotta la componente afro-beat a un solo episodio (Under Our Pillows, che pure si evolve inaspettata nel più classico dei motorik), tornano in bellavista le geometrie impossibili, gli incastri cervellotici e, ovviamente, i tempi dispari (anche se camuffati da bossanova acustica e spettrale come nella stessa Wall Of Eyes, col suo bel 5/4 evidenziato perfino dal controcanto di Yorke); Read The Room, poi, con la sua scala frigia dominante e le chiarissime rievocazioni del Jeff Buckley più mistico e orientale, finisce a sfociare in territori ritmici decisamente King Crimson.

Le anime di Thom e Jonny, per come già singolarmente espresse in precedenza nelle relative esperienze soliste, qui non possono che librarsi: l’amore per l’elettronica del primo ritorna nelle vibes James Blake prima maniera di Teleharmonic, mentre il secondo non si nega, nemmeno a questo giro, arrangiamenti orchestrali suonati dalla London Contemporary Orchestra, presente su una buona metà dei brani (e particolarmente efficace nella delicata You Know Me e nella sospesa ed eterea I Quit, che non avrebbe sfigurato su A Moon Shaped Pool).

Non deve poi sorprendere che le composizioni più ambiziose, rappresentative e centrali siano state anche scelte come (benché anomali) singoli apripista. Friend Of A Friend, ispirata dai canti fuori dai balconi in pieno lockdown (“all the window balconies, they seem so flimsy / As our friends step out to talk and wave and catch a piece of sun”) e intrisa della classica satira politica di marca Yorke, pare riprendere tematicamente dove aveva lasciato Free In The Knowledge dal disco precedente (o, se preferite, una Present Tense), per poi sfoggiare una progressione armonica ricca di salti di tonalità e cromatismi reminiscenti di Pyramid Song e Everything In Its Right Place, con una maestosa sezione orchestrale in crescendo che qualcuno ha accostato in modo non del tutto peregrino – il disco è stato pur sempre registrato a Abbey Road… – a A Day In The Life (ma sarebbe più corretto I Am The Walrus, dato l’impiego dello shepard tone, illusione acustica molto simile alle scale di Escher). La già nota Bending Hectic, dal canto suo, fluttua tra chitarre arpeggiate, accordi sospesi, momenti di estatica ascesi e inaudita violenza post-metal, in un viaggio di otto minuti che riecheggia tanto il miglior Scott Walker quanto certi GY!BE.

Come era prevedibile, insomma, Wall Of Eyes è un lavoro ricco, intenso e indubbiamente di peso che al contempo riesce a rivelare la giocosità e la leggerezza con cui è stato realizzato, ovvero l’autentica essenza della creatura musicale chiamata The Smile – e, latu sensu, dei suoi arcinoti protagonisti, qualunque identità assumano. E che finché saranno attivi, ci sarà solo da gioire.

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