Recensioni

Una pubblicità in cui una ragazza legata, coperta di lividi – Black and Blue, appunto – afferma di essere ridotta così grazie ai Rolling Stones. E di gradirlo. Il viaggio dell’album pubblicato nel 1976 comincia, tanto per cambiare, sotto il segno della polemica: una campagna promozionale ritirata quasi subito, pensata dal gruppo come una battuta brutale e letta da tutti gli altri come sessista e fuori tempo massimo.
Ma quella non era che una delle difficoltà incontrate lungo il percorso. Già nel 1974 Mick Taylor aveva lasciato la band, con grande sorpresa e irritazione dei compagni, che però non si fecero scoraggiare dall’addio del chitarrista più tecnico ed elegante della loro storia. Le sessioni per il nuovo disco partirono quasi subito e vennero utilizzate anche come audizioni a cielo aperto per individuare un sostituto, con alcune delle prove finite direttamente sul disco. Tra i candidati figuravano Harvey Mandel, già nei Canned Heat, il turnista Wayne Perkins – a lungo dato per favorito – e l’amico Ron Wood, con cui avevano appena inciso It’s Only Rock’n’Roll (la canzone). Alle sessioni passarono anche Jeff Beck, Rory Gallagher e Robert Johnson.
Come se non bastasse, il gruppo colse l’occasione per rimettere mano al proprio rapporto con la black music, aggiornandolo alle nuove tendenze dell’epoca. Ne uscì un disco di otto brani lunghi, fortemente basati sul groove, nati dalle jam prolungate durante le quali si testavano i nuovi chitarristi. Funk, reggae, soul, una spruzzata di jazz e naturalmente rock: una miscela calibrata che, più che dispersione, restituisce un’idea di vitalità.
Al funky, in realtà, si erano già avvicinati ai tempi di Monkey Man (1969), se ne trovavano tracce in Can You Hear Me Knockin’ e l’avevano affrontato in modo compiuto e riuscito nella notevole Fingerprint File, che chiudeva il disco precedente. Qui lo ritroviamo nell’apertura di Hot Stuff, forse un po’ didascalica (“roba calda” suona come una definizione da cartolina della musica nera e del funky in particolare, e quel “Can’t get enough” sembra preso in prestito da Barry White), ma sostenuta da un groove trascinante e da una bella performance di Harvey Mandel; e nell’apertura del secondo lato, Hey Negrita (sì, il nome del gruppo di Arezzo viene da qui, e forse anche qualcos’altro), ispirata da Ron Wood e costruita su un battito primordiale, lento e pesante.
Il reggae compare nella cover di Cherry Oh Baby: corretta, piacevole, ma scolastica. Più riuscita la visita al jazz di Melody, ufficialmente “ispirata da” Billy Preston – che non gradì molto il credito ridotto – elegante rielaborazione swing di un suo brano, impreziosita dalla sua tastiera mentre per il soul abbiamo Fool To Cry, singolo lento e languido con falsetto di Jagger, criticato per l’eccesso di sdolcinatezza ma decisivo per il successo commerciale.
Fuori dal perimetro black (e blue) ci sono il rock di Hand of Fate, murder ballad dal riff circolare, storia di amore, omicidio e fuga sputata da Jagger tra rabbia e minaccia, con una buona performance di Wayne Perkins, e la disinvolta Crazy Mama in chiusura (dove fa tutto il chitarrista titolare); ma alla fine del primo lato trova spazio anche una lunga ballata di rimpianto e malinconia, Memory Motel, dalla bella struttura movimentata dall’intervento vocale di Keith Richards — stranamente uno dei brani in cui sono presenti due degli chitarristi provinati ma senza assoli — e probabilmente il vertice dell’album.
Sminuito alla sua uscita come quasi tutti i dischi post-Exile on Main St., Black and Blue col tempo è stato rivalutato. Non è un capolavoro epocale, ma rappresenta una dimostrazione di forza nella difficoltà: un disco ispirato, nonostante i problemi di Keith Richards con la droga (e il peggio doveva ancora arrivare), compatto pur nella varietà degli stili. E molti di quei linguaggi avranno séguito: il funky, spesso contaminato con la disco (la più famosa Miss You, Rain Falls Down la più riuscita), il soul dei falsetti (anche troppo), molto meno il reggae (con l’eccezione della suggestiva Feel On Baby da Undercover). Alla fine il ruolo di chitarrista toccherà a Ron Wood, inizialmente per il tour e le foto, poi in modo definitivo e questo per il buon interplay con Richards, la fine dei Faces, il carattere e, come dichiararono, perché “alla fine questo è un gruppo inglese”. Diventerà membro ufficiale — e non a stipendio — solo nei primi anni ’90.
Nel 2025, invece di celebrare i sessant’anni di (I Can’t Get No) Satisfaction, brano-simbolo del gruppo e una delle canzoni più importanti della storia del rock, gli Stones pubblicano Black And Blue – 50th Anniversary, mostrando un senso degli anniversari tutto loro, visto che il cinquantenario sarebbe caduto nel 2026. Il loro inno viene ricordato soltanto con l’opinabile mash-up con Fatboy Slim, Satisfaction Skank, accompagnato da un video in IA di gusto quantomeno discutibile e da una ristampa in vinile per il Record Store Day di Out Of Our Heads versione americana (in UK la canzone era un singolo, poi confluito nelle raccolte), a conferma di un rapporto con le ricorrenze piuttosto personale.
Una riedizione che però lascia più di una perplessità. Il remix di Steven Wilson — ormai apparentemente obbligatorio — interviene su un disco che già suonava benissimo in origine (merito di Glyn Johns, al quale riuscirono comunque a far perdere la pazienza) e introduce un errore grossolano: la rimozione di un “hot” attorno al terzo minuto, corretto nelle versioni digitali ma rimasto nelle costose edizioni fisiche. A differenza di quanto accaduto per il Live at the Tokyo Dome del 2015, stavolta non è prevista alcuna sostituzione: a questi livelli, un errore inammissibile.
La principale curiosità quando è stata annunciata la ristampa era vedere quale sarebbe stato il materiale inedito o recuperato: a parte il Live at Earl’s Court, entusiasta e grezzo, e il video delle serate parigine a Les Abattoirs trasmesso all’epoca dalla televisione francese, ciò che lascia maggiormente perplessi è proprio la sezione degli inediti e delle bozze da rifinire. Considerato che le lunghe sessioni avevano prodotto moltissimo materiale — tra cui Worried About You e Slave, poi confluiti in Tattoo You — il disco delle outtakes sorprende per i contenuti: soltanto due brani compiuti e poi quattro jam.
Le canzoni compiute sono il soul latino lento e suadente di I Love Ladies (per Jagger praticamente un manifesto) e la vivace cover di Shame Shame Shame di Shirley & Company — da non confondere con l’omonimo brano di Jimmy Reed pubblicato nella ristampa del già citato Tattoo You — con un falsetto iniziale non particolarmente misurato: due canzoni leggere e ironiche, ma dotate di una verve che spesso manca agli inediti riesumati per le ristampe. Quanto alle jam, Chuck Berry Style Jam mantiene fede al titolo e concede ulteriore spazio ad Harvey Mandel, mentre le altre tre offrono l’occasione di ascoltare gli Stones insieme a Jeff Beck.
Blues Jam rispetta il nome senza spingersi molto oltre — probabilmente è a questo episodio, oltre che all’approccio generale, che il chitarrista si riferiva quando in seguito espresse qualche riserva sull’esperienza — pur restando gradevole. Rotterdam Jam vede la presenza anche di Robert A. Johnson, parte nel caos e si assesta poi in un vivace strumentale funky; più interessante è la conclusiva Freeway Jam, un blues da corsa che mostra inattese sfumature motorik, come se fosse filtrato qualcosa dalla Germania dell’epoca dove si svolse una parte delle sessioni.
L’album originale resta da voto alto, uno dei lavori più riusciti del periodo post-’72 per ispirazione e varietà. La riedizione, invece, appare come un’occasione parzialmente mancata: avrebbe potuto sottrarre definitivamente il materiale inedito d’epoca al circuito dei bootleg che lo diffonde da decenni, ma senza riuscirci del tutto.
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