Recensioni

6.5

Seguo da un po’ le incursioni che Mimesis, casa editrice milanese specializzata in filosofia e scienze umane e sociali, dedica alla musica. Mi interessa soprattutto per l’angolazione anomala (vedi ad esempio le recensioni di La filosofia dei Radiohead, Bob Dylan & Like A Rolling Stone o La via mistica di George Harrison) rispetto a tanta critica di settore che tende inevitabilmente a imboccare percorsi già battuti, a replicare chiavi di lettura e strategie argomentative, ad aggiornare il gergo, contribuendo all’edificazione di un palazzone-alveare autoreferenziale, una grande casa di specchi dai molti percorsi percorribili ma ahinoi sempre più simili ai labirinti funzionali di certi grandi magazzini.

Rileggere la storia del rock (e del jazz, e del blues…) attraverso una lente sociologico-filosofica può apparire inopportuno, può addirittura sembrare un approccio inadeguato o persino eccessivo per quelle che, suvvia, in fondo sono soltanto canzoni, al più stivate in un supporto (oggi neanche più fisico) a costituire quella sovrastruttura espressiva a lungo dominante e adesso ahinoi piuttosto in declino denominata album. Sospetto però che le perplessità per l’utilizzo di una diversa “cassetta degli attrezzi” siano provocate soprattutto – e appunto – dall’irritualità, da come cioè viene messo in discussione il rito recensione-intervista-monografia che da mezzo secolo a questa parte e con poche variazioni (a dispetto delle cospicue rivoluzioni sul fronte mediatico) costituisce la liturgia dell’appassionato tipo. 

Ecco quindi che l’approccio di Mimesis rappresenta a mio avviso una modalità interessante (non l’unica possibile) per disincrostare la storicizzazione un po’ frettolosa, talvolta superficiale quando non ottusa prodotta dalla sedimentazione di molta critica che spesso riteneva (ritiene) di non dover sporgersi più di troppo al di là dell’ambito propriamente musicale (derivazioni, connessioni, scene, cambi di organico, sensazionalismi biografici…), malgrado sia evidente che la musica si sporge ovunque, insemina e viene inseminata, echeggia nei contesti e tra i contesti, tra storie e Storia.

Il veneziano Massimo Donà, classe ‘57, una laurea nel 1981 con il grande e compianto Emanuele Severino, trombettista jazz (all’attivo un plotoncino di dischi come bandleader), insegna filosofia teoretica a Milano ed è autore di numerosi libri a tema variamente filosofico (nei quali ha trattato trasversalmente di arte, musica, cinema, letteratura, gastronomia, enologia…), un paio dei quali annoverabili tra le suddette incursioni per Mimesis (La filosofia di Miles Davis nel 2015, La filosofia dei Beatles nel 2018). Oggi torna sul luogo del delitto con La filosofia dei Rolling Stones, volume agile (141 pagine formato pocket) ma denso che ripercorre la fenomenologia musicale degli Stones, nel quale tra le altre cose tira in ballo spesso e volentieri Gilles Deleuze, con particolare riferimento al fondamentale Differenza e ripetizione (pubblicato nel 1968). 

Non certo perché i cinque scellerati londinesi intendessero mettere in musica i concetti del grande e coevo filosofo post-strutturalista francese: naturalmente no. Eppure – suggerisce Donà – qualcosa li accomuna, come se fossero forme diversissime emerse da un analogo Zeitgeist. In ragione di ciò, l’analisi di Donà compie una sintesi che sovrappone in maniera credibile le argomentazioni di Deleuze e le manifestazioni sonore degli Stones: “i brani, spesso ossessivi e ripetitivi, dei Rolling Stones disegnano tutti una sorta di circolarità imperfetta, quasi a spirale, sostanzialmente analoga a quella propria delle onde create dai sassi gettati nell’acqua. A prodursi è cioè un’onda capace di generare senso, piuttosto che significati. (…) Si inventa, si produce il nuovo, il differente, proprio ripetendo; ripetendo in modo sempre e comunque paradossale; ossia, disegnando quegli scarti e quegli squilibri (…) che, soli, sarebbero riusciti a generare un’onda vitale. Il fatto è che si ripete davvero, ossia si produce un identico non soffocante ma liberatorio, solo grazie a quelle minime differenziazioni che creano comunque un effetto incantatorio e allucinatorio reso magicamente possibile da un semplice riff”.

Credo basti questo a fare intuire quanto la critica di Donà si ponga obiettivi tutt’altro che canonici, profilandosi come un vero e proprio tentativo di rimodulare l’interpretazione dei Rolling Stones in quanto fenomeno immerso in un contesto socio-culturale storicamente determinato ma in evoluzione, diretto con slancio prospettico vertiginoso verso il presente (come del resto il pensiero di Deleuze). 

Il timore di un approccio eccessivamente “cerebrale” a una musica assai brusca e immediata – per non dire animale – come quella degli Stones, avrebbe qualche fondamento se Donà non avesse ben chiara la materia di cui si sta occupando. Ma il suo obiettivo è appunto spremere senso a quella immediatezza, a quella fisicità, e giungere a un significato a partire proprio da quel senso. “Per loro, quel che contava era imparare a seguire il battito dei piedi di John Lee Hooker! Era anzitutto una questione fisica; si trattava cioè di imparare a sostenere un flusso ondeggiante in grado di farci aggiustare le crepe, ovvero gli spazi vuoti e le ferite della vita. Si trattava di lasciarsi guidare da un vero e proprio flusso inarrestabile, affidandosi a un vortice ritmico e sonoro rispetto al quale ogni forma sarebbe apparsa tragicamente inadeguata, in quanto impossibilitata a farci comprendere i segreti dell’esistenza. Bisognava imparare a danzare; cioè, a muoversi assecondando i battiti di una vera e propria anima cosmica, mantenendosi pronti a deviare la rotta, là dove ciò fosse sembrato necessario. Bisognava offrire un senso all’ascoltatore, e anche a se stessi; bisognava rendersi disponibili a rompere le rigide tassonomie sempre troppo regolari che cerchiamo di assecondare anche solo per riuscire a sopravvivere”.

Altro nome tirato in ballo da Donà è quello di Georges Bataille, controverso scrittore, antropologo e filosofo – classe 1897, deceduto nel 1962 – la cui vena narrativa doveva più di qualcosa all’insegnamento di De Sade. Riferendosi alla “spietata indifferenza” degli Stones, Donà argomenta infatti che aveva ben poco da spartire col disinteresse ma piuttosto costituiva una “condizione imprescindibile per mantenere viva la lucidità dello sguardo o dell’ascolto”, proprio nel segno della “lucidità indifferente” teorizzata da Bataille. Il quale oltretutto insisteva sull’importanza in senso speculativo e immaginifico della “macchina improduttiva”, un dispositivo votato “al dispendio, allo spreco, al consumo perfettamente inutile”. In questo senso, “la musica dei Rolling Stones non produceva mai conforto; non era mai rassicurante. Ma costringeva a conformarsi a un dispositivo sempre più simile a un amalgama informe” (Donà), che proprio in ragione di ciò si rivelava in grado di scorgere “i lati obliqui dell’essere, da dove esso sfugge alla povera semplicità della morte” (Bataille).

Tutto ciò e ben altro in questo saggio nutritivo e curioso, pensato per mescolare con arguzia il cosiddetto alto e il cosiddetto basso, riuscendo nella missione anche se non senza palesare qualche difetto. Si prova qualche perplessità infatti nella misura in cui l’autore cede a modi e tic di critica e pubblicistica musicale standard: tipo quando si sente obbligato – ma perché? – a ripercorre tutta la discografia della band, una scelta che stona con lo spirito dell’opera e che lo espone a passaggi inevitabilmente frettolosi; o come quando concede credito a notizie come minimo dibattute (il titolo originale di Let It Bleed era Sticky Fingers, poi recuperato per il disco successivo? Ok, è quanto sostiene Bill Wyman, ma da anni è noto – e da più parti confermato – che il titolo di lavorazione era in realtà Automatic Changer…) per non dire vagamente complottiste (quando sottolinea come i 10.000 dollari ritrovati in tasca al cadavere di Alan Passaro nel 1985 corrisponderebbero a quelli elargiti a titolo di risarcimento dagli Stones alla famiglia di Meredith Hunter: bene, e quindi?); infine, ma non ultimo, l’autorevolezza dell’insieme subisce qualche improvvido scossone per l’utilizzo smodato dell’aggettivo “mitico” – come ti aspetteresti di sentire in una chiacchierata tra fan imbolsiti – nonché dal frequente ricorso al diminutivo Rolling quando è universalmente noto che gli Stones sono, beh, gli Stones, e nient’altro.

Peccati veniali? Senz’altro. Sarebbe un peccato assai peggiore buttare l’acqua intorbidata da questi difettucci assieme al bambino di intuizioni e argomentazioni davvero nutritive. Gli appassionati prendano nota, con tutte le avvertenze del caso.   

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