Recensioni

A occhio, dovrebbe essere la prima volta nella storia del rock che un gruppo di ottantenni, o comunque con 60 anni suonati di carriera alle spalle, pubblica un album di materiale nuovo: per cantautori, bluesmen, cantanti folk e solisti vari è diverso – lì, come diceva Lou Reed, “non è come l’atletica: con l’età si può migliorare” – ma di gruppi rock così vecchi, di quelli che possono dire “I invented the game” (Depending On You), non ce ne sono più in giro molti in generale – e quelli sopravvissuti per lo più si limitano ai concerti.
I nostri perciò raggiungono questo traguardo anche perché, essendo della generazione immediatamente successiva alla primissima (quella del rock’n’roll) sono i primi ad averne avuto tecnicamente la possibilità: se si ripensa a tutto quello che è successo nel rock e nel pop sembra assurdo che chi c’era agli inizi possa essere ancora vivo, ma è così e questo fa sì che manchi una casistica (ma ci sentiamo di dubitare che vedremo tanti altri fare lo stesso).
Una cosa però assodata da tempo è che dopo qualche anno di carriera i dischi nuovi si diradano, e i Nostri non hanno fatto eccezione: com’è noto, questo è il primo di materiale originale dai tempi di A Bigger Bang del 2005, 18 anni (per dire, lo stesso arco di tempo passato dalla fondazione del gruppo a Tattoo You), in mezzo solo gli inediti per le ristampe e nel 2016 l’omaggio ai maestri di Blue and Lonesome.
E da quanto dicono nelle interviste, Hackney Diamonds è stato realizzato in breve tempo: per bocca di Keith Richards lo hanno fatto più o meno tutto insieme (“non come in passato, che andavamo in studio due settimane poi stop, poi altre due settimane ecc…”), e se qualcosa viene dalle sessioni del 2019 chissà invece dov’è finito il materiale che stavano “registrando per il nuovo album” quando hanno avuto l’idea del disco di cover (nelle note scrissero che l’idea era nata così, registrando per una nuova uscita): archiviato?
Può essere, magari le risposte a “Do we have something or nothing at all?” e “How do we finish? How do we start?” di Tell Me Straight non hanno avuto risposte positive per un po’, e la lunga pausa potrebbe essere, oltre che fisiologica, anche dovuta alla volontà, se non di “go out in a blaze” (come cantano nel singolo apripista Angry), per lo meno di presentarsi con qualcosa di comunque degno, come hanno sempre avuto il merito di fare – perché nonostante i cali, e al netto di preferenze personali, in ogni disco di Jagger e co., anche il più stanco o ripetitivo, c’erano sempre almeno due / tre canzoni che lasciavano il segno: un disco completamente inutile non l’hanno mai fatto (nemmeno l’operazione infelice di Metamorphosis).
Chiaramente, dopo sessant’anni di una carriera che nel rock ha pochissimi eguali, non ci si può aspettare che queste “melody ringing in my brain” presentino grandi rivoluzioni, slanci sperimentali o azzardi verso strade nuove, men che meno da un gruppo che è sempre rimasto fedele al suo stile fortemente identificabile e ravvivato solo occasionalmente da qualche puntata su quello che succedeva intorno (il funky e la disco da metà ’70 in poi tanto per aggiornare l’endemica blackness, o le piccolissime pennellate di anni ’90 in qualche angolo di Bridges To Babylon nel ’97), forse perché sanno bene che “If you wanna be in fashion, well, you’ll be out of date” (Live By The Sword).
Insomma, forse non c’era un reale bisogno di un produttore come Andrew Watt, anche coautore dei primi 3 brani e specializzato in quello che si chiama “rebranding” ovvero prendere un gruppo e riportarlo a fare “il suo” (perché in epoca di retromania chi si avvicina a un gruppo vuole trovare “quello”, vuole “riconoscerlo”) come fecero tanti della generazione dei nostri a cavallo del ’90 per riguadagnare pubblico e credibilità dopo le leccatissime sbornie sonore cui si erano abbandonati negli anni ’80 (l’Unplugged di Eric Clapton, New York di Lou Reed e tanti altri): gli Stones non hanno mai abbandonato il loro “brand”, e semmai il produttore, oltre a far concentrare la band sul lavoro evitando perdite di tempo, ha dato una mano ad armonizzarne il suono col resto della produzione attuale per poter funzionare nel confronto in radio (d’altronde, “Now I’m too young for dying and too old to lose” cantano, riecheggiando i Jethro Tull, in Depending On You).
Quello che ci troviamo davanti, perciò, è un classico disco dei nostri, dal suono brillante e grintoso anche se in modo un po’ diverso da quella solidità da digitale “moderna” presente da Voodoo Lounge in poi; un album leggermente più lungo della durata ottimale per un vinile (quasi 50 minuti) e strutturato chiaramente su due lati, tendenzialmente rock ma anche con qualche immancabile brano più calmo. Una formula classica, d’altronde in vari punti dell’album parlano della presenza del passato: “Just keep the memories, don’t have to be ashamed” (Angry), “the past strapped to my back” (Get Close), “past and present tangled up in my arms” (Depending On You), “everywhere I’m looking / there’s memories of my past” (Whole Wide World) – perché la risposta alla domanda “Is my future all in the past?” posta in Tell Me Straight è per vari motivi “sì”.
Dopo l’apertura col grezzo e semplice ma efficace singolo di anteprima Angry, si rallenta un momento col mid tempo appassionato di Get Close e con la ballata un po’ troppo classica di Depending On You, per ripartire con la furiosa Bite My Head Off con Paul McCartney al basso (ben presente nel mix e dal timbro non scontato), coi giri alti anche nella successiva Whole While World che sfodera pathos nel rievocare i tempi in cui la band era contro il mondo intero, finché il primo lato si chiude con Dreamy Skies, un rilassato folk blues in cui si invoca una pausa (!!) e che anche come metrica e parole ricorda il vecchio frammento Short and Curlies – ma probabilmente è scritta meglio.
Il risveglio / inizio del lato B è affidato a uno dei due brani registrati con Charlie Watts, Mess It Up, baldanzosa con qualche ricamo di chitarre funky, e insieme al batterista ci sono anche l’ex bassista Bill Wyman e Elton John al piano nella tesa Live By The Sword, una di quelle canzoni badass con vari precedenti sui dischi scorsi: rock movimentato da uno stacco riflessivo e da una buona performance delle chitarre, ben sostenute dall’illustre pianista ospite. Driving Me Too Hard è uno di quei “rock con rimpianti” (vedi Biggest Mistake del disco scorso, per dirne una) che oltre a raccontare uno dei classici amori tormentati con donne impegnative e complicate (a volte dolcemente, altre meno) che Jagger narra da sempre, è uno dei vari punti del disco in cui l’io narrante confessa stanchezza e bisogno di una pausa (che è una novità); la quale in un certo senso arriva subito dopo con la riflessiva Tell Me Straight, che occupa il classico slot della “canzone cantata da Keith Richards” rallentando la velocità e collocandosi tra le migliori dell’album (ma anche in buona posizione tra le canzoni col chitarrista alla voce).
Il finale è affidato prima alla canzone più in vista del disco, la ballatona Sweet Sounds of Heaven con le ospitate di richiamo di Lady Gaga e Stevie Wonder, con la cantante ben calata nel ruolo della voce soul classica e il maestro che offre una performance un po’ in penombra, per un brano alla fine efficace (l’arte del singolo non l’hanno persa); poi una canzone che ha tutti crismi del saluto di fine carriera: Rolling Stone Blues, una summa già dal titolo, una cover scarna e sommessa della canzone che diede il nome al gruppo, un blues nel quale si racconta di una madre che dice al marito che il loro bambino “it’s gonna be a rollin’ stone”: un vagabondo ma, in retrospettiva, anche uno del gruppo. Come se alla fine del percorso ne richiamassero l’inizio.
Un finale che sembra la chiusura perfetta della carriera, che dà al disco un senso di saluto più che di reboot; un modo appropriato di dire che “the party’s over”, ma Ron Wood ha parlato di tante canzoni rimaste fuori e Jagger dice che con quelle sono a buon punto per un album che potrebbe uscire l’anno prossimo, quindi chissà. In ogni caso resta un disco cui non mancano piglio ed energia, tra qualche brano che crescerà col tempo e altri che hanno scritto già “a million times with a blindfold on my eyes” (Get Close), dove troviamo quanto atteso (tranne il buon singolo-covid Livin’ in a Ghost Town) ma forse manca di qualche scintilla compositiva in più e di quella varietà sonora che animava positivamente Bridges To Babylon: probabilmente Watt è voluto andare sul sicuro e non porre intralci a quella grande festa che è il modo in cui la band sta raccontando il suo finale di carriera.
Dunque Hackney Diamonds è all’incirca quello che ci si aspettava, quello che possono, quello che è lecito chiedergli: poteva forse essere di più ma hanno 80 anni, don’t be angry with them…
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