Recensioni

Se la decisione dell’anno scorso di dedicare una ristampa lussuosa a Goat’s Head Soup ci aveva lasciati perplessi, è invece molto più comprensibile questa celebrazione di Tattoo You: entrambi contengono un classico storico, lì Angie qui Start Me Up, ma in questo caso si celebra anche il quarantesimo compleanno di un disco oltretutto considerato “l’ultimo grande album dei Rolling Stones” (mentre quello, come abbiamo detto, era “il primo della decadenza”). Come di consueto la ristampa è accompagnata, nelle varie versioni multidisco, da materiale supplementare: a parte un doppio live (solo nelle versioni più lussuose) registrato a Wembley nell’82 durante la parte europea del tour dell’album (tour già testimoniato ai tempi da Still Life e dal film Let’s Spend The Nigh Together/Time Is On Our Side, poi in anni recenti da due uscite della serie From The Vault), abbiamo anche un disco con nove brani nuovi (bozze di canzoni riprese e completate ora e una prima versione di Start Me Up) come già nelle ristampe precedenti; ma nel caso di questo album si pone qualche questione in più (su cui si è sorvolato in sede di promozione della ristampa).
Tornando infatti al 1980, dopo Emotional Rescue, i rapporti tra Jagger e Richards non erano un granché: il chitarrista aveva abbandonato l’eroina scoprendo al suo “ritorno” che il cantante si era fatto carico del gruppo e non intendeva mollare il controllo. L’imminenza di un grande tour, poi, non dava neanche molto tempo per fare un album nuovo mentre, allo stesso tempo, i Nostri volevano usare la tournée proprio per promuovere un disco vero. Allora il tecnico del suono Chris Kimsey, con loro già da quasi un decennio, disse che nella gran mole di materiale registrato e non usato, per scelta o perché incompleto, ce n’era a sufficienza per fare un album nuovo: così, dopo aver cercato e selezionato, partono le sessioni per completare quelle che in parte erano solo bozze strumentali.
Questo non solo vuol dire che la pratica di recuperare materiale vecchio e finirlo non è iniziata nel 2009 con la ristampa di Exile On Main Street, bensì risale al 1980, ma pone anche una domanda: se le uniche sessioni per questo disco sono state quelle per aggiungere parti vocali e qualcuna strumentale, da dove vengono i brani nuovi della nuova ristampa? Se già Tattoo You è un disco fatto di bozze avanzate e completate, queste altre bozze da cosa sono avanzate? Un rapido giro sui siti che catalogano i bootleg degli Stones e una scorsa a quelli di outtakes rivelano che anche queste canzoni, come quelle dell’album principale, provengono da sessioni che risalgono fino al 1973 (Fast Talking Slow Walking addirittura al ’72), e forse facevano già parte della selezione di Kimsey.
Nonostante questa origine mista e spuria, nascosta dall’assenza di crediti in copertina (che quindi taceva la presenza di Mick Taylor ma anche le due guest del saxophone colossus Sonny Rollins), il disco fu un successo, commerciale e artistico: merito intanto dell’apertura con Start Me Up, un brano buttato giù nel 1978, lo stesso giorno di Miss You, inizialmente rock con qualche venatura reggae (come si sente nella versione pubblicata qui nella ristampa) che indusse la band a provare a registrarla in quel modo, senza risultati, dunque abbandonato; ripreso per questo album, viene riportato su binari rock in una versione scintillante, col riff in evidenza e Watts che ci mette una intro con uno strano controtempo. Un classico, esempio della maestria del gruppo nel giocare coi pieni e i vuoti, con la pennata e la sospensione, e cavallo di battaglia da momenti topici dei concerti.
Suddiviso “all’americana” (così si disse) con i brani veloci sul primo lato e i “lenti” sul secondo, l’album procede con una recente Hang Fire esempio un po’ scolastico di quei rock con pennata punk che i Nostri avevano iniziato a fare su Some Girls, poi il funky mid-tempo di Slave, ovviamente dei tempi di Black and Blue, arricchito come detto da Sonny Rollins (in un’intervista recente disse che quando lo chiamarono non era convinto, poi spinto anche da sua moglie capì che i Rolling Stones «could get funky»); segue il classico pezzo cantato da Richards stavolta con titolo non proprio da lord (Little T&A, ovvero «tits and ass»), anche questa recente, poi l’appassionato e potente blues Black Limousine, dai tempi di Some Girls (1978), con le strofe dalla durata insolita; infine, il quadretto satirico Neighbours, un rock quadrato e tirato illustrato da un video di Michael Lindsay-Hogg (censurato, tanto per cambiare).
Il lato dei lenti, invece, è abbondantemente venato di black music, a partire da Worried About You, che inizia come un lento soul con Jagger in falsetto, per poi alternare momenti da classica ballata-Stones, il tutto impreziosito dalla chitarra di Wayne Perkins (anche qui siamo ai tempi di Black and Blue, quando si provavano insieme nuovi generi di musica nera e candidati successori di Mick Taylor – ruolo poi, com’è noto, assegnato a Ron Wood). Segue Tops, del ’73 quindi ancora con gli eleganti ricami di chitarra di Taylor, e un vario range di registri vocali dal falsetto al recitato, poi la sommessa e ombrosa quasi bossa di Heaven (falsetto anche qui: Jagger evidentemente aveva deciso di ignorare le critiche post-Emotional Rescue). No Use In Crying è una via di mezzo tra Time Is On My Side e certi soul-valzer del tardo Leonard Cohen, mentre il brano conclusivo è un altro asso: sempre dalle sessioni del ’73, infatti, viene Waiting On A Friend, dal ritmo mollemente caraibico e con la solita bella performance di Mick Taylor.
Un album che poteva risultare disomogeneo a causa della provenienza composita delle canzoni che invece si è trasformata, grazie a un attento lavoro di produzione, in varietà e ricchezza – anche se viene da chiedersi se la band non fosse stata un po’ distratta nel lasciare inizialmente fuori materiale rivelatosi poi valido. Non sappiamo se sia davvero l’ultimo grande album, in fondo anche i successivi sono pieni di buoni spunti, ma sicuramente una prova sorprendente per il modo in cui limiti e le difficoltà siano diventati risorsa.
Il secondo cd musicalmente tende più verso il rock che verso la varietà, dal quasi glam dell’iniziale Living In The Heart Of Love alla corsa rabbiosa ma mai sguaiata di Fiji Jim, da una Trouble’s A Coming che segue le orme di Tumbling Dice (ma è la cover di una canzone dei Chi-Lites del ’70, quindi semmai è il contrario) a It’s A Lie, un boogie amaro con la metrica di Live With Me; dalla furia di Come To The Ball che abbandona troppo presto senza riusarlo il riuscito ricamo funky-blues con cui si apre (un altro pezzo movimentato scartato da un disco ritenuto moscio come Goat’s…, boh), mentre elementi black, oltre a quelli consueti, li troviamo in una Shame Shame Shame che potrebbe tranquillamente provenire da uno dei primi tre dischi (o da Blue And Lonesome) visto che è una cover di Jimmy Reed, nel soul sornione di Fast Talking Slow Walking e nella cover di Drift Away che probabilmente è il punto più debole di tutta la ristampa: grande hit di Dobie Gray, qui risulta banale (e forse il testo lo era già nel ’73) e Jagger la canta con troppa enfasi e un vocione sgradevole. Ovviamente rispetto a questo è meglio il disco originale, ma l’archivio delle bozze si dimostra ancora ricco.
Chiusi gli inediti con una delle prime versioni di Start Me Up, si passa al live a Wembley del 25 luglio 1982. Qualcuno scrisse tempo fa che gli Stones facevano prima la tournée americana poi quella europea, scaldando i motori nella prima e suonando meglio nella seconda, col problema però che i live spesso li registravano durante il giro negli USA per aver tempo di pubblicarli mentre ancora erano in viaggio ma testimoniando così la parte meno riuscita del tour. Ecco, il suddetto poco amato live del 1982, Still Life, è il primo di questi casi, anche se in realtà, per quanto grezzo, e aveva i suoi pregi: live di quelli su un solo LP, coi brani scelti e disposti pensando alle due facciate e alla loro durata (la Just My Imagination di Wembley arriva quasi a 10 minuti, lì era tagliata), parte con una Under My Thumb che si prende i suoi tempi, distendendosi come per dare tempo a Jagger di esplorare il palco e guardarsi intorno, sfoggia una Let Me Go e una Shattered molto più sanguigne delle originali, arrangia Time Is On My Side con una vena di malinconia e di rimpianto (gli Stones si sentivano vecchi…), e come tutti i dischi dal vivo stonesiani contiene almeno un inedito, sia pure una cover: in questo caso due, una tiratissima Twenty Flight Rock di Eddy Cochran e la potente e a suo modo ipnotica Going To A Go-Go dei Miracles (fu anche un singolo con buon riscontro), e si conclude con una Satisfaction quasi punk.
Questo live, oltre a riportare tutta la scaletta invece dei soli 10 brani, ha il buono del live dell’82 ma si direbbe un po’ più energico (tuttavia le performance di Still Life erano state scelte bene), però non sappiamo se sia il migliore: essendo, film compreso, tipo il quarto-quinto live che i Nostri pubblicano di quella tournée, ci sta che non sia il più bello,; quindi prima di impegnarsi nel cofanetto che contiene anche questo forse conviene fare un giretto sulle piattaforme di streaming per ascoltare i concerti pubblicati nella collana From The Vaults (uno americano del 1981 e quello di Leeds del 1982, registrato un mese prima di questo) e decidere qual è il nostro preferito. Comunque, un tour energico che si ascolta volentieri.
Questa ristampa è un’occasione, oltre che per accontentare i fan pubblicando inediti/musica nuova (le bozze riprese e completate sono entrambe le cose), anche per ribadire che su quel disco c’era vita al di là dei due bei singoli che lo incorniciano in apertura e chiusura. E, a detta degli audiofili, anche il remastering è buono.
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