Recensioni

L’omonimo dei Beatles rappresenta uno di quegli accadimenti spartiacque che dopo tanto tempo, dopo tanti eventi, non smette di affascinare. Per la sua bellezza travolgente e composita, certo, così come per la giostra di contraddizioni che lo costituiscono, contraddizioni interne ma anche discontinuità nei confronti del percorso artistico beatlesiano e – last but not least – per le fratture (musicali, culturali, politiche) rispetto ai giorni in cui vide la luce.
Mi ha detto recentemente un amico che visse in tempo reale – e comprensibilmente con grande partecipazione emotiva – la sequenza di album prodigiosi sfornati dai Fab Four lungo i Sixties, che in realtà l’uscita di questo doppio album non rappresentò un vero shock: «da Revolver in avanti», sono più o meno queste le sue parole, «avevamo capito che dai Beatles dovevamo attenderci sempre qualcosa di sorprendente». Impossibile non concordare. A mio avviso però col White Album i Fab Four si presero il lusso di colpire molto duro e davvero forte: quella copertina bianca, appunto, dopo la fantasmagoria del Pepper (e del Magical Mistery Tour); l’assenza del titolo quasi a volersi costituire come opposto – come nemesi? – alla verbosità immaginifica di Sergent Pepper’s Lonely Heart Club Band; il senso stesso di album messo pesantemente in discussione dopo averlo condotto fino a un apice inaudito solo l’anno precedente; la dimensione concettuale sgretolata sotto il peso di una scaletta eterogenea, discontinua, priva di un qualsivoglia filo conduttore.
Inoltre, ed è forse l’aspetto più importante, la coesione stessa della band viene qui messa fortemente in discussione, spinta sull’orlo della crisi dagli eventi globali (l’avvitarsi pernicioso della rivoluzione culturale, il bisogno di cercare motivi anche spirituali – vedi la missione in terra indiana – oltre la retorica già logora della summer of love) e personali (la morte di Brian Epstein, il deteriorarsi dei rapporti tra i quattro – soprattutto tra Lennon e McCartney – anche per la presenza sempre più costante e ingombrante di Yoko Ono…). Sembrerebbe proprio il bisogno di concedere spazio alla creatività dei singoli (e spazio vitale tout court) a pesare sulla scelta – coraggiosissima per i tempi, anche se ti chiamavi Beatles – di far uscire un album doppio (il primo ad azzardare questa modalità fu Dylan, ça va sans dire, con l’immenso Blonde On Blonde del maggio ‘66).
Mi piace insomma pensare che nello scricchiolare del monolite-Beatles in molti abbiano avvertito anche il vacillare degli stessi 60s, con tutto ciò che avevano significato fino a quel momento. Lo dicevano del resto anche quelle canzoni, ben trenta, tra le quali corre non un filo conduttore, non un tema – certo che no – ma senz’altro una vibrazione di sconcerto e disincanto, un implodere nel particolare, un accigliarsi di quello sguardo che solo pochi mesi prima, pur tra inevitabili inquietudini, si rivolgeva a una prospettiva in espansione, a un mondo (e a una visione del mondo) da (ri)costruire. Pesa certo nella ricostruzione storica il modo in cui molti dei pezzi ebbero origine, ovvero l’esperienza del ritiro a Rishikesh, in India, dove dal febbraio del ‘68 i quattro (assieme alle compagne e ad altri, tra cui Mike Love e Donovan) si sottoposero alle sapienti cure spirituali del guru Maharishi.
Il passaggio dalla meditazione trascendentale alla disillusione plateale (anche per George Harrison, il più entusiasta di tutti) non fu immediato, occorsero circa due mesi, passati i quali i Nostri rientrarono alla base vagamente scornati ma carichi di idee già abbastanza sviluppate. Solo che, come dire, in molti casi si trattava di idee (leggi: canzoni) che ognuno aveva sviluppato da sé e per sé. Correva ormai una certa insofferenza tra gli “scarafaggi”, persino tratti di diffidenza che si avviava a degenerare in vero e proprio odio. Andrebbe ricercata qui la radice di certi giudizi non proprio lusinghieri degli stessi Beatles (soprattutto di Lennon) sui pezzi altrui finiti nella scaletta definitiva (va detto che Lennon – con la consueta, corrosiva, equivoca asprezza – non risparmiò neanche i propri). Eppure questo scollamento – reso anche iconograficamente dalle quattro celebri foto che li ritraggono isolati e corrucciati nel libretto interno – è parte integrante della storia che il White Album continua a raccontarci.
Con lo spettacolo del loro sgretolarsi, i Beatles riuscirono a mettere in scena anche il senso profondo di quei giorni, la vibrazione nascosta sotto i moti di rivolta, sotto un’idea di rivoluzione troppo unificante per essere vera, credibile. Dalla beffa trascinante di Back In The U.S.S.R. alle puntualizzazioni asprigne di Revolution 1, passando per il sarcasmo di Piggies e lo scetticismo languido di I’m So Tired, è un disco che prende le distanze da posizioni ideologiche nette, muove critiche al modello occidentale ma non sposa affatto le sirene provenienti da oltre cortina: se dobbiamo distillare una costante “politica”, è casomai il rinculo in se stessi, il tentativo di fare i conti coi rovelli irrisolti e quotidiani. Talora avverti persino uno sfoggio di puro slancio vitale, di sacrosanto disimpegno, di rifugio – riflusso – nel privato. A tal proposito, per un McCartney che dedica il musical jazz di Honey Pie al padre, c’è un Lennon con la delicata meditazione sulla figura materna di Julia, così come per una I Will dedicata da Paul a Linda Eastman, c’è una Good Night dedicata da John al figlio Julian (ma affidata alla voce di Ringo).
Un giochino che, se condotto su territori controfattuali, porta a ipotizzare che dalla scaletta si potrebbero ricavare almeno due album solisti (due ottimi album) a nome dei due principali autori del quartetto: si vedano anche i capolavori Mother Nature’s Son, Blackbird e Helter Skelter (con relative ricadute mansoniane…) da parte di Macca, mentre sul versante lennoniano ci sono (almeno) le ottime Dear Prudence, Happiness Is A Warm Gun e Glass Onion (col pedale del nonsense al massimo per sbertucciare quanti cercavano messaggi nascosti ovunque: i quali ovviamente ne trovarono pure qui). A ciò si aggiunga il salto di qualità ragguardevole messo a segno da Harrison, autore – oltre alla già citata Piggies – della eterea Long Long Long, della sferzante Savoy Truffle e della meravigliosa While My Guitar Gently Weeps (per George sarebbe stato un EP eccellente, a livelllo – come minimo – di Wonderwall Music, l’album-soundtrack che lo aveva visto debuttare da solista pochi giorni prima, il 1 novembre). Sia messo agli atti infine che per la prima volta anche il buon Starkey mise la firma su un brano, il più che dignitoso Don’t Pass Me By (che all’incirca significa “non fingere di non accorgerti di me”: ci siamo capiti, caro Ringo) risalente pare al 1964 però evidentemente mai giudicata meritevole (o coerente al progetto) di un album beatlesiano. Sia detto per inciso: per le relative copertine immaginatevi le suddette celebri foto, emblematicamente corrucciate.
Ma così, fortunatamente (?) non fu. Ne uscì questo The Beatles, meglio noto come White Album, pieno di tutto quel che sappiamo, rispetto a cui musicalmente George Martin si confermò in grado di conferire struttura, classe, intuizioni che andavano ben oltre la professionalità, quel tocco da maestro insomma che a distanza di oltre cinquant’anni rende l’ascolto ancora prezioso e avventuroso: si tratti del lalleggiare garrulo e scoppiettante di Ob-La-Di, Ob-La-Da o delle giustapposizioni ectoplasmatiche di Revolution 9 (per la quale il buon Martin utilizzò in contemporanea tre banchi di missaggio di Abbey Road opportunamente collegati – e non fu semplice dato che si trovavano in sale diverse).
A ciò va aggiunto quello che la 50th Anniversary Edition ha confermato: un senso di ricerca tanto profondo quanto estemporaneo, un inseguimento febbrile e senza navigatore delle potenzialità dei pezzi, quel muoversi da rabdomanti sulle tracce del suono e della visione, tentando di azzeccare la connessione misteriosa con la frequenza del tempo collettivo e individuale. Consegnato alla storia, il White Album ha saputo imporre la propria forma definitiva, tanto da apparirci oggi monumentale pur nella sua schizofrenia costitutiva. Ma i settantasette ulteriori fotogrammi della Anniversary Edition ci regalano, assieme allo spettacolo del loro farsi, una dimensione alternativa dei fatti, un percorso ucronico che, proprio per l’importanza storica del disco in questione, suggerisce la possibilità che la storia avrebbe potuto essere anche significativamente diversa. Avremmo potuto avere una Helter Skelter chilometrica appunto, più kraut-wave che hard rock, o una Cry Baby Cry melmosamente blues, o una While My Guitar malmostosamente acustica, oppure – e faccio fatica a immaginarlo – avremmo potuto trovarci in scaletta (e chissà in quale punto della scaletta!) la Child Of Nature di Lennon – che poi con un testo diverso diverrà Jealous Guy (meglio così) – o addirittura una versione piuttosto speziata di Let It Be…
Il film mentale che viene da farsi è di un lavoro incredibilmente artigianale, di un navigare a vista impensabile secondo i criteri contemporanei, soprattutto – ripeto – se li applichiamo a un album di cotanta importanza. Il lavoro dei Beatles era un lavorio, pare in tutto e per tutto il contrario della progettazione e della produzione – e quindi della pianificazione del prodotto – a cui la prassi contemporanea si è allineata e ai cui risultati ci siamo ormai assuefatti, ed è straniante rendercene conto traccia dopo traccia, take dopo take.
Annidato nella sublime follia del White album c’è insomma tutto un senso di fare musica, ad alti anzi altissimi livelli, che sa quanto sia importante non lasciarsi dominare dal bisogno di controllare e pianificare tutto, e che al contrario concepisce l’espressione come una coltura di intenzione, ispirazione e mestiere continuamente irrigata da errori, estemporaneità, incidenti ed estro momentaneo. Può sembrare poco, ma è moltissimo. Cazzo se lo è.
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