The Beatles. “Get Back”, ovvero i giorni del passato presente
-
Stefano Solventi
- 29 Novembre 2021
Così atteso e anticipato, eppure così sorprendente, Get Back è arrivato a sconvolgere piacevolmente ciò che già era noto di quel gennaio 1969 dei Beatles. Lo ha fatto confermando sostanzialmente tutto, eppure conferendo a quanto sapevamo – per averlo già letto, visto e ascoltato – un “corpo” visivo e sonoro inedito perché straordinariamente definito, vivo, flagrante.
Il regista Peter Jackson (noto per aver diretto pellicole di successo della serie Il Signore degli anelli e Lo Hobbit) ha ricavato quasi otto ore di pseudo-documentario dalle oltre 50 girate in origine da Michael Lindsay-Hogg, evitando di utilizzare quanto già era finito negli ottanta minuti del film Let It Be (uscito nel 1970). È quindi attraverso materiale quasi totalmente inedito che assistiamo alla nascita e al “farsi” di canzoni che sarebbero entrate a far parte dell’immaginario collettivo (Let It Be, Get Back, The Long And Winding Road e Something soprattutto, ma anche quella Jealous Guy che all’epoca aveva un testo diverso e s’intitolava On The Road To Marrakesh) o almeno di ogni appassionato dei Beatles (I Me Mine, Don’t Let Me Down, Maxwell’s Silver Hammer, Octopus’s Garden…), germogliate come per magia e poi cresciute, fiorite durante quei ventidue giorni frenetici, problematici, aspri, scanzonati, intrisi di amicizia e tensione, col riverbero del passato a problematizzare un presente di cui conosciamo, ahinoi, gli esiti successivi.
Qualcuno ha scritto che “è come assistere alla costruzione delle piramidi”: affermazione tutto sommato condivisibile. Ma questo senso di meraviglia, dovuto alla possibilità di poter sbirciare attraverso un inatteso wormhole e divenire così spettatori di frangenti tanto cruciali, è accompagnato dalla consapevolezza della sua stessa precarietà. In quanto spettatori provenienti dal futuro, siamo condannati a sapere e quindi a riconoscere nelle espressioni, negli sguardi, nei dialoghi, nell’attrito tra quelle personalità così definite, così forti, la prevalenza del dissidio, l’incombere della separazione, della fine di quella formidabile vicenda artistica e umana. Assistiamo quindi all’edificazione di autentici capolavori, ma anche ai prodromi del crollo di uno dei più grandi monumenti culturali del ventesimo secolo. Un intrigante, ipnotico viluppo di creazione e morte.
Il cinema del resto, come ebbe a definirlo (pare) Jean Cocteau, è esattamente questo: “la morte al lavoro”. Quello che vediamo in Get Back è il dispiegarsi di una hybris creativa formidabile, certo discontinua (sì, i Beatles erano anche una band normale) e a tratti sfilacciata, ma evidentemente – direi persino tangibilmente – viva. Viva, certo, eppure al tempo stesso consegnata al passato, defunta, proprio come molti tra protagonisti e comprimari colti dall’obiettivo: Lennon, Harrison, Mal Evans, Linda Eastman, Bill Preston, George Martin… Questo giustifica la duplice, ambigua emozione che proviamo, un impasto di meraviglia e malinconia che si rinnova sequenza dopo sequenza per quasi otto ore. La giustifica, sì, ma non la spiega, non del tutto. L’elemento a mio avviso davvero sconvolgente di Get Back è la sua capacità di proporre uno sguardo contemporaneo su quella vicenda, con modalità a cui anni di documentazione e condivisione delle nostre e altrui vite ci hanno abituati.
Get Back è una realtà sottoposta alle regole della fiction, del cinema-verità, del reality. Una realtà catturata da un dispositivo onnipresente e messa a disposizione, condivisa. Ebbene, sì: i Beatles potevano permettersi di anticipare i tempi perché, in quanto Beatles, vivevano nel futuro. Grazie a questo formidabile documentario, quel futuro diviene oggi parte del nostro presente, abita il nostro presente, con un’intensità e una fragranza che sgretola la distanza temporale, presentificandosi. La qualità delle immagini e dei suoni in questo senso è decisiva: pur tenuto conto del montaggio, degli stacchi e delle ellissi, in quanto spettatori siamo nel presente dei Beatles, assieme ai Beatles partecipiamo alla possibilità di un (loro, nostro) futuro ancora da scrivere, sfidando la consapevolezza di un futuro già definito. E questa sfida apre crepe emotive profonde.

Più che la costruzione delle piramidi, sembra di vedere Van Gogh che dipinge il Campo di grano con volo di corvi, quella commovente e lancinante premonizione di morte, quel consegnarsi alla morte senza appello attraverso un riconoscimento abbacinante della vita. E, di fronte a tanta padronanza, assistendo al dispiegarsi di un talento così naturale e potente e in definitiva vivo, non possiamo che pretendere ulteriore vita, la possibilità di un esito diverso, la negazione della crudeltà storica.
I ventidue giorni del passato/presente di Get Back, culminati nel celebre concerto sul tetto di Savile Row (era il 30 gennaio 1969, di lì a poche ore Lucio Battisti esordirà sul palco di Sanremo con Un’avventura: non c’entra nulla, oppure sì, fate voi), sono intrisi di dettagli apparentemente minimi eppure indimenticabili. Vedi il coinvolgimento di Billy Preston, conosciuto dai quattro nel 1962 ad Amburgo (l’organista suonava nella band di Little Richard), il cui ingresso in formazione di fatto determina (in positivo) il corso delle sessioni: se i pezzi di Let It Be e Abbey Road suonano come suonano, si deve in misura non trascurabile a questo ingaggio del tutto estemporaneo. Preston di fatto passava di lì, non aveva nulla da fare e venne reclutato su due piedi, cosa che lo rese ovviamente felice come un bambino.
Tutto ciò era noto, ma vedere quelle espressioni sorprese ed entusiaste (di Preston, certo, ma anche dei Fab Four, estasiati dal contributo del quinto elemento) certifica qualcosa di vivido e potente riguardo alla piega imponderabile degli eventi (soprattutto quando si è in grado – quando si ha l’istinto o il genio – di riconoscere nell’imprevisto un’opportunità), alla natura aleatoria di ciò che consideriamo solido o addirittura eterno, e che nel caso specifico poteva assumere forma assai diversa, o non assumerla affatto.
Vengono mostrate altre cose, a partire dalla onnipresenza di Yoko Ono, più bizzarra che inquietante, soprattutto forse più innocua di quanto non si potesse credere (malgrado Macca sostenga, un po’ scherzando e un po’ no, che “tra cinquant’anni diranno che ci siamo sciolti perché Yoko si è seduta su un amplificatore”), anche alla luce di un Lennon molto collaborativo, cazzone come al solito ma in definitiva coinvolto e anche brillante. Del resto va registrata anche la presenza di Linda Eastman (di lì a due mesi “in McCartney”), che un giorno si porta dietro la figlia Heater, quest’ultima adorabilmente anarchica col suo scorazzare in studio durante le prove.
Studio che – prima a Twickenham poi in quelli appena allestiti della Apple a Savile Row – è un porto di mare, un via vai batterico di fotografi, assistenti, parenti, come un happening dilatato (Harrison a un certo punto chiede a Mal di procurargli un cravattino texano, lui in poco tempo gli fa avere un papillon…) dove la professionalità si mischia costantemente allo sketch, nei quali le vecchie canzoni riaffiorano come parodie affettuose e dissacranti. Si tratta solo di siparietti defatiganti, certo, ma sembrano contenere un messaggio in filigrana: ovvero che gli spettri del passato sono dei burloni carnefici da esorcizzare, una spia di quanto il ritorno (get back) sia un processo emotivamente e umanamente molto difficile da affrontare. Quasi insostenibile.

Alla luce di tutto questo, il celebre Rooftop Concert – qui proposto integralmente – rappresenta un approdo perfetto. La decisione in merito alla location avvenne solo pochi giorni prima, e fino all’ultimo i quattro non erano certi di volerlo fare. Ma rispetto al progetto originale di Lindsay-Hogg, vale a dire un documentario sui Beatles che lavorano a un nuovo album con show finale (da stabilire se all’aperto oppure televisivo), la performance sul tetto appare una chiusura del cerchio ideale e forse inevitabile, con la quale i quattro portarono allo scoperto ciò che avevano covato nelle segrete stanze, facendolo (facendosi) piovere tra la gente, dall’alto e – attenzione – invisibilmente.
Le interviste al pubblico (perlopiù entusiasta) raccoltosi in Savile Row, l’ostilità dei commercianti che chiamano la polizia perché il frastuono “impedisce il commercio”, gli stessi “Bobbies” che impongono la sospensione del concerto, tutto ciò costituisce un affresco straordinario, un gustosissimo tableau vivant dell’epoca. Ma è quel concerto così particolare, il gesto in sé, un atto situazionista dalla grana quasi punk, a risultare paradigmatico: i Beatles tornano a esibirsi dal vivo senza mostrarsi davvero, si sottraggono agli sguardi dei più palesandosi come entità trascendenti. Per loro l’unico palcoscenico possibile è fuori dal presente, è pensato casomai per essere catturato cinematograficamente, e difatti sarà innanzitutto così che verrà tramandato nell’immaginario.
Credo che vada individuato in questo aspetto uno dei motivi per cui fallì il tentativo – sponsorizzato soprattutto da McCartney – di recuperare la fragranza della band degli esordi, quel macinare (soprattutto) rnb e rock’n’roll senza la mediazione dello studio d’incisione, e di conseguenza la coesione della band: perché non si poteva sfuggire alla tecnologia, a ciò che i Beatles erano diventati grazie alle possibilità offerte dalla tecnica (si trattava non a caso di uno dei concetti espressi da Adorno giusto in quegli anni: impossibile sfuggire alla tecnica). I Beatles erano diventati rapidamente (si trattava pur sempre del cosiddetto “decennio veloce”) così palesemente altro dai primi Beatles da rendere ridicolo, o ridicolmente nostalgico se preferite, ogni termine di confronto con quelli degli esordi. Anche se il poco tempo che separava il periodo di Amburgo dal canto del cigno sul tetto di Savile Row (poco più di sei anni) poteva comprensibilmente autorizzare a far pensare – a far sperare – il contrario.
Tra gli intervistati in strada, una ragazza è felice di poterli sentire ma si lamenta perché “non si possono vedere”: la comprendiamo benissimo, ma ci piacerebbe spiegarle che non poteva andare diversamente. I Beatles non erano più quattro ragazzi che si esibivano su un palcoscenico, avevano ecceduto molte volte quella dimensione. A quel punto la loro essenza non poteva che coincidere con un’epifania musicale, prodotta grazie ad apparati tecnologici su cui pochi all’epoca potevano contare (ma destinati a imporsi presto come standard). Il pubblico del rooftop concert non poteva che essere un pubblico del futuro.

Quel futuro è anche il nostro presente, nel quale possiamo vivere la forza di Get Back. Che va ricercata, come già detto, nella sua fragranza/flagranza. Sta nei volti, nella grana delle voci, negli sguardi, nell’evidenza estemporanea e corporale di individui che siamo stati abituati a considerare per loro essenza sonora e – a pieno titolo – mitologica. Paul McCartney con la sua ambizione e la creatività miracolosa, George Harrison che ormai vive la propria subalternità con insofferenza e non nasconde di pensare a un grande album da solista (che come sappiamo arriverà e sarà formidabile), un John Lennon molto vitale – a tratti persino entusiasta – impegnato a dissimulare nell’intesa automatica con Macca lo strisciante distacco dalla band, mentre Ringo, beh, Ringo è il cuore, l’unico fra tutti che sembra vivere nel presente, raccolto nell’attendismo beffardo e sornione del proprio perimetro, elemento irrinunciabile anche se marginale rispetto alle dinamiche creative.
Questi profili – tralasciamo per brevità il restante campionario umano “di contorno” – corrispondono in linea di massima agli identikit che ci erano stati trasmessi negli anni, ma sono nuove l’immediatezza e la definizione con cui si impongono, e che rendono definitivamente vera la storia raccontata. Una storia che, a ben vedere, è quanto mancava alla pur splendida operazione delle Anthology, improntata più al tipico formato documentaristico, dove le testimonianze erano funzionali alla contestualizzazione e alla ricostruzione storica. Peter Jackson invece contestualizza il minimo indispensabile, capisce che la dimensione chiusa dei Beatles è già di per sé un universo complesso, dal quale non c’è bisogno di uscire, e da cui difatti esce solo per giustificare qualche risvolto (tipo il testo di Get Back – la canzone – in origine pensato come una critica alle posizioni razziste del National Front).
Per tutto ciò, e per molto altro che qui non si può (non è giusto) dire, penso si possa sostenere che dopo Get Back non sarà possibile ascoltare Let It Be e Abbey Road allo stesso modo. Si potrebbe persino azzardare che non si potranno più ascoltare i Beatles allo stesso modo. Affermazione forse eccessiva, ma forse no.
