Recensioni

John: Are we supposed to giggle in the solo?
Paul: Yeah
John: Ok
Quella dell’ultimo album pubblicato dai Beatles è una delle storie più intricate, controverse e al contempo affascinanti della loro mitografia e della discografia pop tout court. Com’è noto, Let It Be uscì nel maggio 1970, un mese dopo l’ufficializzazione della rottura tra i quattro (“Paul quits the Beatles”, titolò il Daily Mirror il 10 aprile), otto mesi dopo Abbey Road (che venne registrato dopo ma uscì prima) e più di quindici mesi dalla sua effettiva incisione (gennaio 1969). Canzoni storicamente nate sotto una cattiva stella – figlie “forzate” di un progetto live ideato e fortemente voluto da McCartney, e abbracciato con minore entusiasmo dagli altri tre – e pubblicate nella peggiore delle circostanze, a band finita e come colonna sonora di una omonima pellicola che, involontariamente ma implacabilmente, ne documentava la dissoluzione.
Non bastasse, la tanto sbandierata e famosa ri-produzione del disco di Phil Spector (subentrato al tecnico – e produttore di fatto – Glyn Johns e, ancor peggio, preferito a George Martin) aggiunse veleni ancor prima che blasoni, a conclusione amara di una parabola irripetibile che avrebbe forse meritato una chiusura più gloriosa (per noi ascoltatori di oggi: quel tanto bistrattato album originale fu in realtà l’ennesimo successo mondiale e vinse persino un Oscar come miglior soundtrack; la stessa traccia omonima diventò uno dei classici più duraturi e universalmente amati del catalogo, così come The Long And Winding Road e Across The Universe).
Per decenni, grazie alla immediata circolazione di decine di ore di bootleg da quelle tormentate e disordinate sessioni di prove e allo svelamento di dettagli e cronologie da parte degli storici (su tutti, l’esistenza di un album contenente versioni alternative di quelle canzoni, chiamato Get Back e progettato per la primavera/estate 1969, rifiutato dalla band e cacciato in un cassetto in vista di Abbey Road), si è fantasticato su “cosa avrebbe potuto/dovuto essere” Let It Be in origine, se le cose fossero andate diversamente (cioè: se la band fosse rimasta interessata al progetto e avesse deciso di completarlo prima di Abbey Road, o comunque prima di ricorrere alla extrema ratio, ovvero Spector).
Se nel 2003 la versione “despectorizzata” Let it Be … Naked – operazione che ha diviso e ancora divide pubblico e critica – era stata la tardiva, fredda e implacabile vendetta di Paul McCartney sul peccato originale del 1970, oggi, un mese prima della pubblicazione del documentario The Beatles: Get Back di Peter Jackson (lo tsunami che riscriverà dopo 50 anni la narrazione che conosciamo), questa nuova edizione remixata ed espansa aggiunge l’ultimo – e, possibilmente – definitivo tassello all’intricato mosaico di Let It Be.
Accanto al nuovo mix 2021 dell’album di Spector – ultima installazione della serie attuata dal figlio d’arte Giles Martin e Sam Okell a partire dal 2017 con la riedizione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e proseguita con il White Album e Abbey Road – vede infatti la luce, finalmente, su una pubblicazione ufficiale il Get Back di Glyn Johns dell’aprile 1969 (con le bonus tracks di una seconda versione del disco, ugualmente rigettata, del gennaio 1970, Across the Universe e I Me Mine, aggiunte in un EP a parte), con tanto di copertina originale – il famoso scatto che riprendeva quello di Please Please Me e che finì sull’”antologia blu”.
Conforme alle aspettative, il remix 2021 di Martin Jr. è, come i predecessori, un remake&remodel secondo il gusto degli ascoltatori del 21° secolo: nessuno stravolgimento sostanziale, soltanto maggiore volume del mastering, un panning stereo decisamente ridotto e un suono, nel complesso, più “pieno”, carico di bassi, avvolgente e centrale, con una definizione che rispecchia lo stato dell’arte della tecnologia odierna. Al netto di microscopiche differenze, data anche la natura delle incisioni originali (per lo più otto tracce dal vivo, con nessuna sovraincisione se non in casi specifici come I Me Mine, Let It Be, Across The Universe e The Long And Winding Road), il Let It Be di Giles Martin è sostanzialmente quello di Phil Spector, tagli, orchestre e cori inclusi, con le caratteristiche studio chat più alte nel mix e l’arpa alla fine di Winding Road leggermente più bassa, su richiesta specifica di Paul McCartney (!). Tutto qui.
Chi è del tutto digiuno dell’intera questione, e vuole un assaggio di quello che vedrà nella mini-serie di Jackson, potrà trovare nei due dischi aggiuntivi di outtakes e versioni alternative compilati da Martin (di fatto, una sua versione del Get Back album…) non poche curiosità, dal work in progress su All Things Must Pass (che alla fine Harrison preferì, dopo averla provata per un mese insieme a loro, riportarsi a casa e non darla ai Beatles… ma questa è un’altra storia) a una Let It Be (take 10) con un sublime organo in stile Band di Billy Preston e una One After 909 (take 3) quasi honky tonk, fino a piccole porzioni e tentativi per le future Gimme Some Truth, Oh Darling!, She Came In Through The Bathroom Window (già sentite in Anthology), Something e perfino un gradito siparietto solista di Preston nella raycharlesiana Without A Song.
Chi ha visto il film Let It Be originale del 1970 conosce la genesi di Octopus’s Garden (Ringo aiutato non poco da George…), e si sarebbe aspettato anche altro, tipo Maxwell’s Silver Hammer, Two Of Us e Across The Universe in versione elettrica (quella pubblicata nelle diverse versioni note è sempre l’incisione risalente al febbraio 1968, quando fu messa da parte in favore di Lady Madonna…); ma le pubblicazioni su questa edizione sono riservate soltanto alle session registrate a partire dal 21 gennaio 1969 presso gli Apple Studios di Savile Row, laddove i brani sopracitati erano stati invece provati nella prima metà del mese negli studi di Twickenham, in sedute non ufficialmente registrate se non dalle cineprese (e, quindi, non remixabili o migliorabili, anche se qualcosa da quei nastri è stato comunque pubblicato – ma ve lo abbiamo detto, è tutto molto intricato. Per tutto il resto, ci sono i bootleg e YouTube).
Ad ogni modo, il piatto forte per collezionisti, studiosi e curiosi d’ogni sorta non può che essere il Get Back di Glyn Johns, il fantomatico album perduto che, fosse uscito prima di Abbey Road, avrebbe dato un altro sapore alla storia che conosciamo, regalando al pubblico una band diversa da quella finita, sino allora, su disco. È stato poi lo stesso leggendario fonico e produttore inglese – lo ricordiamo: già con Rolling Stones, Small Faces, Pretty Things, Move, Traffic… e molti altri a venire, tra cui gli Who di Who’s Next e gli Eagles di Desperado – a ricordare in seguito che, una volta ricevuto l’incarico da Lennon a session finite (ovvero, dopo il concerto sul tetto) di tirare fuori un album dalla spaventosa pila di nastri avanzata da quelle settimane di prove, avesse di proposito compilato in una sola notte una selezione che facesse emergere il lato più rilassato, comico, divertente e umano della band, con tanto di false partenze, errori, scherzi, battute e risate.
Ed è quello che, esattamente, emerge dall’ascolto. Get Back è, in sostanza, un disco di prove, il making of di un album non ancora completato, un bonus disc prima ancora che esistessero i bonus disc – e che ha rischiato di uscire al posto del disco “vero”. Oltre ai numerosi dialoghi e battute come quelle citate in apertura, poi in parte finiti sul disco di Spector (e totalmente espunti dalla versione Naked), sono presenti in alcuni casi versioni inferiori o addirittura incomplete rispetto al materiale disponibile, con tanto di errori e stonature. Ad eccezione di Get Back (già all’epoca uscita su singolo con la produzione di George Martin) e Let It Be (in una versione priva di molte sovraincisioni future), nella maggior parte dei casi le take scelte da Johns sono decisamente peggiori di quelle scelte, o rimanipolate, da Spector.
Ad esempio: I’ve Got A Feeling, uno degli apici del concerto sul tetto e del disco Let It Be, si interrompe sul più bello; Don’t Let Me Down, più lenta e rilassata, è preceduta da un’atroce improvvisazione sul classico dei Drifters Save The Last Dance For Me; Teddy Boy, poi ripresa da McCartney per il suo debutto solista, è a malapena una canzone: gira a vuoto per quattro minuti, mentre gli altri cercano di impararla finché Lennon non la butta in caciara; Two Of Us, pur restando meravigliosa, è piena di errori, così come The Long And Winding Road (inspiegabile e tutt’ora inspiegato come Spector abbia tenuto questa take e non preso quella finita, pubblicata su Naked, al momento di produrre Let It Be – l’assenza di McCartney e i tempi stretti avranno indubbiamente inciso sulla scelta).
Tuttavia, per chi ama lo spirito di quegli anni e del Johns produttore, i suoi canali separati in rigoroso stereo e il suo suono tipicamente 1969 (che alle nostre orecchie moderne risulta irrimediabilmente “piatto”, ma che ha il suo indubbio fascino), l’ascolto dei suoi mix di For You Blue (con l’acustica di Harrison ben presente, che Spector invece tolse, e una traccia vocale diversa), One After 909 (con le due voci ben separate e un tiro secco come i Beatles di Amburgo, esecutori originari di quella vecchia canzone), Across The Universe (alla velocità corretta e nella sua purezza acustica) e I Me Mine (nella durata originaria di un minuto e mezzo) valgono il prezzo del biglietto.
E laddove la sequenza e la selezione delle tracce non è, come detto, delle migliori, i dialoghi e il flow delle tracce danno davvero l’impressione di essere un pomeriggio in studio con i Beatles. Ad ogni modo, nel complesso, il risultato resta curioso e al contempo sconcertante. “I Beatles con i pantaloni abbassati”, disse in reazione a quel disco lo stesso Lennon, che a un certo punto con sadico autosabotaggio aveva persino pensato di pubblicare così com’era, prima di chiamare Spector alla riscossa.
Se è vero che fa emergere il lato più umano e divertente dei Beatles, questa ristampa, a differenza del film di prossima uscita, non vuole smontare nessun teorema (di questo parleremo, presto, nella sede opportuna); si limita, per così dire, ad aggiungere alla discografia ufficiale un capitolo che consente di avere, finalmente, tutti gli elementi valutare l’intero progetto Get Back / Let It Be nella sua complessità. E sì: conveniamo che, alla luce del lavoro sin troppo weird di Johns, il Let It Be spectoriano del 1970 era la migliore versione possibile, in quelle circostanze, di questo materiale; così come oggi resta la versione Naked a restituire, per chi volesse, la visione originaria del progetto, restituendo la qualità di un album finito con performance e mix di qualità superiori a quelle di Spector.
Ma qualsiasi versione si ascolti o si scelga come preferita, resta il mistero di come, in soli 17 giorni di prove e in condizioni difficili, improbabili e del tutto inedite, questi quattro musicisti siano riusciti a scrivere, arrangiare e registrare così tante canzoni di tale qualità. Ma a svelare tale mistero, o a farcelo (ri)vivere, ci penserà Peter Jackson.
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