Recensioni

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La prima cosa che viene in mente, trovandosi in presenza di The Dark Side Of The Moon Redux, è una domanda. Perché? Sono 50 anni che ci raccontiamo che il disco dei Pink Floyd del 1973 è un capolavoro. Non c’è giudice più imparziale, inflessibile, inoppugnabile, del tempo. E oggi come mezzo secolo fa, il giudizio, unanime, non è cambiato. Perché, dunque.

Michelangelo quando ha scolpito il David, all’inizio del 1500, aveva circa 25 anni. A 80 anni (è morto quasi novantenne) non ha mai pensato di riprendere in mano lo scalpello per rifarlo con gli occhi dell’ottuagenario, magari ingobbito e rugoso. Il pittore olandese Vermeer, di Ragazza col turbante – diventata nota ai più come La ragazza con l’orecchino di perla grazie all’omonimo film – ne ha generata solo una, nel ‘600. Pablo Picasso non ha ridipinto Guernica nel 1961, raggiunta l’età di Roger Waters. Né Salvador Dalì a cinque anni dalla morte ha pensato di prendere una tela bianca per rifare da capo La persistenza della memoria realizzata nel 1931. A Igor Fyodorovich Stravinsky non balenò neppure lontanamente l’idea di ritoccare l’immortale The Rite Of Spring, peraltro perfetta e di conseguenza intoccabile da chicchessia, persino dal suo geniale autore. E Sir “Macca” McCartney, per rimetterci in carreggiata, quella sconnessa del rock’roll, ha superato la soglia degli 80 anni ma grazie a Dio, e al buon senso, non ha fatto trapelare alcuna intenzione di entrare in studio per riregistrare Revolver. I capolavori non si toccano: si tratta di incommensurabili domino, di inestricabili castelli di carte: sfiori una tessera, sposti una carta, e tutto crolla. Si sbriciola. Si dissolve in una nube di polvere. Come quella che solleva Redux. E non certo di stelle.

Succede però che in un tempo come questo, nell’epoca di più bassa creatività della musica dalla sua comparsa – e paradossalmente a fronte di una tecnologia a disposizione impensabile ai tempi di The Dark Side Of The Moon Masterpiece –, succede che l’esercizio della cover riscontri più consenso del parto artistico originale. Una pericolosa deriva che farà la fortuna di Redux che in fin dei conti non è altro che un intero album coverizzato (termine orribile del quale mi scuso). Questo o quel pezzo preso e rallentato, quell’altro retrocesso da elettrico ad acustico, oppure sottratto di Stratocaster e aggiunto di viola. The Great Gig In The Sky vaporizzata, ridotta da turbinoso orgasmo vocale/mentale/fisico/spirituale di incontenibile natura a morigerato sorta di humming da sovrapensiero. Il nevrotico lavorio da pugile peso leggero di Money, che scatta, colpisce e schiva con parole e musica al vetriolo, affievolita in una sorta di posticcia e improbabile ballad confessionale à la Leonard Cohen, e avanti di questo passo. Time riversa al suolo, annaspare come la vittima di un vampiro che le abbia succhiato la linfa vitale. Non serve fare altri titoli: pensate a The Dark Side Of The Moon, del 1973, incandescente, una colata lavica, lapilli che volano in tutte le direzioni pronti ad appiccare il fuoco, agli animi e all’immaginazione, alla coscienza e alla formazione di ognuno di noi ascoltatori, consideratelo ora nella nuova versione, intiepidito come un brodino servito dal vecchio maggiordomo al quale tutti vogliamo bene, per carità, ma rallentato, forse un po’ annebbiato, un po’ tronfio e desideroso di ammannire lezioni sulla vita e il suo senso con bonaria, o talvolta malcelata, saccenza.

La chicca, novità assoluta rispetto alla versione dei Floyd, è – dovrebbe essere – l’introduzione parlata di Waters a una manciata di brani. Sorta di “voce fuori campo” dai toni del sacerdote stanco ma illuminato, il musicista si affanna in un sermone a “episodi” dai vaghi contorni poetico/filosofici non proprio di primo conio: “la vita è un momento caldo e breve, la morte un lungo e freddo riposo”, è una delle prime illuminazioni, peraltro estrapolata da Free Four, che divenne l’unico singolo estratto da Obscured By Clouds (dalla quale mutua anche “The memories of a man in his old age / Are the deeds of a man in his prime: “I ricordi di un uomo nella sua vecchiaia / Sono le azioni di un uomo nel fiore degli anni”).

Poi resoconti di sogni sull’Armageddon con happy ending, stralci di missive con amici artisti, e altri frammenti senza un vero – o intellegibile – comun denominatore. Un talking-brainstorming tra sé e sé che avrebbe potuto fungere come serie di appunti per un lavoro del tutto nuovo. Se ci fossero ancora le forze, la lucidità, la spia della creatività non segnalasse la riserva. Un problema che non ha nulla a che vedere con la senilità, se si pensa che nel 2020 Burt Bacharach, all’età di ben 92 anni, registrava insieme a Daniel Tashian sette brani per un album – Blue Umbrella – di sensazionale bellezza.

A dirla tutta non c’è un vero e proprio brano cantato, i testi poco più che declamati, offerti con la discrezione, forzosa, di chi rischia l’incolumità alla slancio repentino. Per usare la terminologia della musica classica – in fin dei conti stiamo parlando di un classico della musica rock che potrebbe essere la classica del futuro remoto, autodistruzione dell’umanità permettendo – i tempi di Redux sono “grave”, “adagio”, “moderato” quando il piede preme sull’acceleratore. Un requiem. Requiem per un capolavoro. Che pare il titolo di un poliziottesco, genere che andava di moda al cinema in Italia quando nei negozi di dischi arrivava The Dark Side Of The Moon, “l’originale”, per parafrasare una trasmissione TV che va per la maggiore in tempo di calcio mercato.

Incapace di guardarsi indietro per elaborare una nuova teoria, Waters prende il vecchio diario messo in bella copia (The Dark Side Of The Moon) e traccia una cancellatura, mette un asterisco, aggiunge una sottolineatura, abbozza un disegnino sul bordo della pagina. Incolla una nuova immagine in copertina e la parola Redux. Dopodiché urla “Eureka! Ecco il nuovo che avanza con passo di gambero”. A corte tutti applaudono e sono felici. Musici e giullari, cortigiani e madamigelle. Quanta profondità ci deve essere in quelle nuove annotazioni, pensano. Ci deve essere o c’è?

Re-Waters si schiera sulla stessa scacchiera, come 50 anni, fa per rigiocare una partita un tempo vinta a mani basse. (Perché?). Lo schieramento indebolito, però – pezzi fondamentali come alfiere-Gilmour, cavallo-Wright, torre-Mason, regina-Torry, sostituiti con candelina, cactus, funghetto e paperella, segnalini del Monopoli –, e cambiata strategia: solo difesa, la partita è persa in malo modo. Concettualmente prima di tutto.

Ciononostante le schiere idolatre, e l’apparato mediatico, come la Vecchia Guardia napoleonica che “muore ma non si arrende”, sono in sollucchero. Si tratta di fede cieca (e sorda) da una parte, di interessi di massa & cassa dall’altra. Sul web i commenti sono estatici già ai primi assaggi sparsi saggiamente per creare aspettativa, l’ammirazione dell’esercito dei fan incondizionata (non vogliamo artisti ma sacre icone). Al che, dopo avere iniziato con una domanda, chiudo con un’altra. Comprato Redux, dopo la prima necessaria volta, ma soprattutto considerato che “la vita è un momento caldo e breve”, quando avrete voglia di ascoltare The Dark Side Of The Moon, sceglierete il capolavoro dei Floyd, o la versione di Roger Waters?

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