Astronomy dominos at Pompeii: i Pink Floyd e David Gilmour alle falde del Vesuvio
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Andrea C. Soncini
- 11 Gennaio 2023
Pink Floyd a Pompei?
Pink Floyd: Live At Pompeii non è un documentario e non è un film. Ma si trova a metà strada di entrambe le cose. La parte girata a Pompei alterna documentario – i Pink Floyd che si esibiscono dal vivo – a scene avulse dal contesto sonoro interpretate da Gilmour, Waters, Mason e Wright nella veste di attori ai quali è stato detto cosa fare, per quanto si tratti di azioni elementari: aggirarsi per luoghi, sostare, atteggiarsi. A ulteriori spezzoni ambientali e fotogrammi fissi di reperti archeologici. Infine una parte girata in Francia – più avanti scopriremo come e perché – da considerarsi pura finzione, fiction: filmata in altra sede viene inserita nel girato a Pompei come unicum, senza alcuna spiegazione o indizio preventivi o a posteriori che chiariscano che si tratta di altra località, né per mezzo dei titoli di apertura/chiusura né con l’ausilio di didascalia. Il titolo dell’intero lavoro, inoltre, spinge fortemente verso una interpretazione netta, univoca, e fuorviante. Pink Floyd: Live At Pompeii, intendo il titolo, è una presa in giro, dato che lo spettatore vede i musicisti inglesi in azione in Italia per la metà circa della durata dell’intero lavoro. E sfido chiunque fosse in sala all’epoca (in Italia) ad affermare di avere capito, o sapere, che il balordo – col senno di poi – tentativo di “uniformare” le immagini – frattaglie di Pompei e dintorni proiettate alle spalle dei Pink Floyd messi in posa come a suonare in una improbabile notte italiana – non abbia ottenuto il suo lo scopo: trarre tutti in inganno.
Pompeii at sunset
Sarebbe interessante se il mondo accademico prendesse in considerazione l’idea di fare una ricerca per capire quante persone si sono rese conto dell’esistenza di Pompei, una cittadina lontanissima nel tempo (quella archeologica cancellata oltre 2000 anni fa dall’eruzione di un vulcano) in una terra lontanissima nello spazio qual è l’Italia dai centri nevralgici della cultura moderna o contemporanea (USA, Cina, India), per merito dei Pink Floyd. Ma credo che non ci pensino e mai lo faranno, benché a ben vedere si buttino soldi per ricerche anche più astruse. Sarebbe altrettanto interessante conoscere cosa ne sapessero gli stessi Pink Floyd di inizio anni ‘70, di Pompei.
Di certo era pratico della materia Adrian Maben, regista oggi ottantenne che aveva studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. L’occhio del regista sa dove posare lo sguardo, e Maben era rimasto impressionato dalla visione dell’anfiteatro di Pompei al calare del sole. In quell’inizio estate del 1971, in compagnia della sua ragazza francese, lo scozzese stava allontanandosi dalle rovine quando si accorse di avere perso il passaporto. Ipotizzò gli fosse sfilato di tasca mentre si trovavano seduti tra i gradoni dell’antico teatro a mangiare un sandwich e tornò solitario sui suoi passi. Il sito era già chiuso ma i custodi lo fecero entrare: non recuperò il documento ma trovò l’ispirazione che convinse i Pink Floyd coi quali c’era già stato un abboccamento che aveva generato una ambigua situazione di stallo. In un meeting con Steven O’Rourke, il manager della band, e David Gilmour, Maben aveva proposto un documentario che doveva fondere l’opera di Giorgio de Chirico, Paul Delvaux, René Magritte, Jean Tinguely e Christo alla musica dei Floyd in un contesto dal risvolto concettuale. L’idea fu accolta tiepidamente da O’Rourke e Gilmour, e i tre si lasciarono con la promessa di risentirsi quando il regista avesse acceso una scintilla più brillante.
Maben: «Alla fine degli anni Sessanta erano già stati realizzati diversi film concerto o reportage sui musicisti: il grintoso tour in bianco e nero di Bob Dylan in Inghilterra, Don’t Look Back, magnificamente filmato da Pennebaker, i Rolling Stones con Gimme Shelter, i film di Richard Lester insieme ai Beatles, e soprattutto Woodstock. La maggior parte di questi film musicali si basava sul rapporto tra la band e il suo pubblico. (…) I film rock erano già diventati un cliché. Che senso aveva fare lo stesso tipo di film-concerto con i Pink Floyd? (…) Filmare la musica dovrebbe significare qualcosa di più che registrare semplicemente un concerto o seguire i musicisti in viaggio da una città all’altra». Erano le parola che volevano sentire i Pink Floyd. Insieme al nome del sito dove girare: Pompei, non qualcosa di particolare, bensì unico. Il film si farà.
Meddle of the road
Pink Floyd: At Pompeii a metà strada tra documentario e finzione, dicevo; dunque middle of the road, o meglio Meddle of it, dato che il sesto album di studio della band era prossimo alla pubblicazione – uscì nel novembre del 1971 – e si era deciso di eseguire Echoes per trasmettere via celluloide qualcosa di fresco. Oltre alla suite suddivisa in part I e part II, A Saucerful Of Secrets tratta dall’omonimo secondo album su espressa richiesta del regista, e One Of These Days brano di apertura ancora di Meddle, sarebbero stati gli unici pezzi eseguiti dal vivo all’interno del famoso sito archeologico e riversati su pellicola. Perfezionisti come loro costume, i Floyd volevano usufruire della migliore tecnologia, e dunque fecero trasferire a Pompei – tre giorni di viaggio in camion da Londra – tutto l’apparato usato nelle esibizioni live. In più un registratore a 16 piste secondo Maben (un osannato magazine straniero nella italica edizione afferma essere state 24, mentre Wikipedia parla di 8 tracce e ha ragione: lo conferma David Gilmour nelle battute iniziali di David Gilmour Live At Pompeii) ritenuto sufficiente per cogliere al meglio, data la eccellente resa acustica dell’anfiteatro, la qualità del suono sprigionato dalla band. Perché l’idea era di trarne non solo un documentario ma anche il disco.

Amici miei
In un paese governato dalla burocrazia, in un tempo determinato da istituzioni ingolfate laddove non incagliate del tutto, ottenere il permesso per insediare una band di capelloni all’interno di un gioiello storico ma fragile come l’anfiteatro pompeiano sarebbe stato compito improbo, se non addirittura chimerico. Il veloce dipanarsi della matassa fu merito di una fortuita combinazione tra sorte favorevole e il caposaldo del catalogo “usi e costumi di un paese, l’Italia”: le amicizie. Aggirandosi per studiare la location, Maben si imbatté in un professore dell’Università di Napoli, tale Carputi ringraziato sui titoli di coda, che non solo si rivelò fan dei Pink Floyd, ma anche la persona giusta per ottenere i permessi necessari presso la Soprintendenza dei Beni Culturali di Napoli. Per girare furono concessi sei giorni; non prima però di avere pagato il biglietto di entrata per chiunque avesse oltrepassato i cancelli: siete i Pink Floyd e vabbè un occhio si chiude; ma ccà nisciuno è fesso, “mo’ cacciare la grana, please”.
E qui mi preme fare chiarezza. Su altri siti e differenti giornali troverete che i giorni concessi ai Pink Floyd per girare a Pompei sono stati quattro, dal 4 al 7 ottobre 1971. Fonte: Nick Mason, che era là e parla per mezzo del libro scritto di suo pugno Inside Out. Ma anche Adrian Maben era là. E lui assicura che si è trattato di 6 giorni, secondo le parole rilasciate a Brain Damage, poderoso sito dedicato ai Pink Floyd, nell’anno domini 2003. Ora, a chi dare retta? Quei giorni, 4 o 6, costituiscono il momento cardine, unico verrebbe da dire, della carriera di Maben, del quale lo scozzese dovrebbe di conseguenza ricordare ogni singolo fotogramma di girato e, metaforicamente parlando, non. Nick Mason di certo ne ha viste e fatte di gran lunga di più. Al punto da scriverci un libro di quasi 400 pagine e stringere poiché sulla fantasmagorica vita dei Floyd si potrebbe facilmente riempirne il doppio: in quel mare magnum di accadimenti qualche particolare potrebbe fluttuare indistinto. Ognuno si faccia la sua idea e decida. Ma come disse l’eroico Amatore Sciesa, o Antonio Sciesa, a proposito di fonti discordanti, “Tiremm innanz!”.

Piccoli uomini crescono
Apparentemente privo di qualunque presenza, oltre alle persone coinvolte nel lavoro, in realtà nei dintorni c’erano dei “portoghesi”. Una decina di bambini che se ne stavano buoni in un angolo, guardando senza infastidire, e di tanto in tanto chiedevano un autografo, non importava fosse un membro della band, il manager Steven O’Rourke, un tecnico o un roadie. Trent’anni dopo, tornando sul luogo per girare altre sequenze da aggiungere alla oramai immancabile versione Director’s Cut, e alla ricerca di nuovi permessi, Maben ebbe una sorpresa che neppure un uomo di cinema come lui avrebbe potuto immaginare. Sentite cosa dice: «Mi ritrovai nel Centro informazioni dell’Autorità turistica. Il direttore, un uomo ben vestito sulla trentina, mi riconobbe subito e mi disse: ‘Che strano rivederla qui. Ero uno dei bambini che hanno assistito alla realizzazione del film nel 1971! Cosa posso fare per aiutarla?’». Ed ecco come ottenne senza ostacoli il permesso per sorvolare in elicottero Pompei: sono (ancora) le amicizie, bellezza.
Energy brink
Ci sono gli attori (i Floyd), la troupe, la location. Ma non c’è sufficiente energia elettrica per dare il via allo show. Come si risolse il problema? Anche in questo caso esistono più versioni che cozzano. C’è chi riporta che un lungo cavo elettrico per succhiare l’energia tricolore sia stato tirato dal sound engineer Peter Watts – nome omen – fino al municipio della moderna Pompei. Mentre secondo le parole del regista le cose sono andate diversamente: «Un gigantesco cavo si estendeva dall’anfiteatro a una moderna chiesa nella città di Pompei», e per quanto possa sembrare una ricostruzione fantasiosa, di certo prediligo questa versione, carica di simbolismo miracolistico-cristiano-cattolico allineata all’intervento del lungo braccio di San Gennaro che poco distante guardava con curiosità mista a simpatia. Segno evidente che fare di tutto il rock il fascio della musica del diavolo è conclusione alquanto avventata. Comunque sia ora c’è proprio tutto. Anche una copia di Meddle, allungata dai Floyd, che Maben ascolta in camera per mezzo di un impianto sonoro compatto portatile fornito dal personale dell’albergo. Mentre a poche ore dall’inizio dei lavori apporta ancora correzioni, cancellazioni e aggiunte a una sceneggiatura raffazzonata.
Ciak!, si gira
Si gira in loco. Echoes part I che inizia coi roadie nell’atto di allestire amplificatori e strumentazione all’interno dell’anfiteatro, e la band che in pieno giorno, Gilmour e Wright a gladiatorio torso nudo, innesca sulla suite che viene lasciata in sospeso. Si interrompe dopo 15’ circa. E si gira al largo. Perché nella pellicola il brano che segue è Careful With That Axe Eugene, filmata indoor nello Studio Europasonor di Parigi dove la band si trasferì dal 13 al 20 dicembre finito il soggiorno campano. Rispetto agli spazi e al lignaggio di Pompei si precipita in un claustrofobico baratro fievolmente punteggiato da stranianti fari a luce fissa che offrono (dovrebbero?) la vaga idea di corpi celesti sullo sfondo dell’universo profondo: due mondi completamente diversi. Da 21’ 30” circa inizia A Saucerful Of Secrets che si distende fino a 31’, tra Pompei e improvvidi innesti provenienti da Parigi.
One Of These Days, girata nel crepuscolo di Pompei, arriva a 37’ indugiando su Nick Mason perché – è lui stesso a spiegare – «una delle bobine del film andò smarrita e il regista dovette inserire una lunga sequenza in cui non appariva nessun altro se non io». Set The Controls For The Heart Of The Sun si consuma fino a 47’ nell’anonimo contesto francese, e lo stesso vale per la breve Mademoiselle Nobs – quello che su Meddle è Seamus – starring un chien sanculotto e con Gilmour eccezionalmente all’armonica a bocca da consumato blues man. Da 49’ all’ora circa che sancisce la fine di Pink Floyd: Live At Pompeii, ecco Echoes part II, inopinatamente sporcata dal “fuori contesto” proveniente dallo studio d’oltralpe (dove Richard Wright… ha perso la barba).

I put the spell on you
Qualcuno ha scritto di lavoro sfortunato. Sfortuna è quando tu per attraversare la strada sulle strisce pedonali guardi prima a destra e poi a sinistra, e non si sa mai riguardi prima a sinistra e poi a destra. E quando sei a metà del guado di catrame vieni ridotto in poltiglia dalla ruota del carrello di un Boeing 747 che, mentre tu sei a Londra, nel tempo che la gomma si stacca e ti colpisce il velivolo già si trova sui cieli di Birmingham. Ma se uno dei gruppi più importanti e pignoli della storia del rock ti offre una chance e tu: a) la notte antecedente il primo ciak stai ancora tagliando e cucendo la sceneggiatura; b) sei all’oscuro della portata energetica del sito dove hai intenzione di girare; c) i tuoi piani non collimano con i giorni che ti hanno concesso per girare; d) il budget finisce anzitempo; e) l’albergo ti tiene in ostaggio perché la produzione non ha denaro nemmeno per saldare la camera, f) smarrisci una bobina di girato del lavoro più importante della tua vita, g) e più tardi, all’Archives du Film du Bois d’Arcy, 548 scatole di negativi 35 mm e di stampe che risalgono al momento sempre più importante della tua vita, oramai non c’è più il minimo dubbio, se 548 (!) scatole di negativi preziose come l’aria che respiri vengono incenerite senza il tuo permesso dato che le hai girate tu e sono quasi carne della tua carne, sangue del tuo sangue… beh, il minimo che si può dire è che sei disorganizzato, hai la testa tra le nuvole, non sei pronto per accettare il regalo che un destino generoso e favorevole ti ha recapitato su un piatto tempestato di diamanti. Che sei – dilettante è troppo forte? – un professionista allo sbaraglio.
Adrian Maben, insomma, fa e disfa. Segna e fa autogoal. Ha avuto una brillante idea per coinvolgere una icona del rock, ma poi si affloscia, si adagia, si perde come se tutto si fosse compiuto al “sì” dei Floyd. Una organizzazione del lavoro più mirata, ritagliarsi una finestra temporale più consistente, una ricerca più oculata o assidua dei finanziatori (si trattava dei Pink Floyd, mica di Rita Pavone maldestramente associata ai quattro londinesi per lunghi anni proprio in relazione a Meddle), avrebbero permesso di portare a compimento un lavoro inattaccabile. Il vero capolavoro di cui tutti si riempiono la bocca.
Rainbow’s end
All’interno della filmografia di Adrian Maben, Pink Floyd: Live At Pompeii non si perde di certo tra una lista di titoli lunga e pluripremiata. Per essere nel mondo del cinema da oltre mezzo secolo, lo scozzese ha una mano di carte la cui unica vincente è il docu/film realizzato insieme ai Floyd. Un asso che dopo la prima volta continua a tirare fuori, una volta dalla manica, un’altra dalla tasca della giacca, poi da quella dei pantaloni. Le versioni di Pink Floyd: Live At Pompeii sono almeno tre: la prima di circa 1 ora, all’esordio sullo schermo il 2 settembre 1972 in occasione dell’Edinburgh International Film Festival. La proiezione londinese in cartellone quasi tre mesi dopo, del 25 novembre, programmata al Rainbow Theatre, uno dei templi per eccellenza per la musica dal vivo nella capitale del Regno Unito, fu cancellata per questioni di interessi contrastanti tra il circuito dei cinema e il mondo del teatro. Al Teatro Alouette di Montreal, il 10 novembre 1973, è la volta della seconda versione di circa 80 minuti di durata. Il plus è costituito da spezzoni di conversazione con la band in relax e pochi scorci di lavoro (si vocifera fake) in sala agli Abbey Road Studios che valgono quanto si è detto sul girato a Parigi.
In Canada e Usa, dove la società di distribuzione nacque per l’occasione, e il documentario dopo qualche proiezione di assaggio in aprile arrivò nei cinema su larga scala nell’estate del 1974, fu un successo. Indipendentemente da ciò che si dice sul fatto che l’avvento di The Dark Side Of The Moon sia stato un ostacolo all’affluire dei fan verso la pellicola. Boxoffice Pro, rivista insider dedicata al mondo del cinema, nel numero di ottobre annunciava che il documentario aveva incassato la cifra – ragguardevole nel 1974, soprattutto nel caso di una pellicola che non fosse pura fiction – di 2 milioni di dollari.
L’anno del Director’s Cut stiracchiato fino a 92’ è il 2002. Si tratta di un DVD che aggiunge riprese spaziali della NASA, grafiche computerizzate, e altro girato a Pompei più recente. Oltre la versione originale.
L’ultima filiazione, per dirla alla EL&P, dello “show that never ends”, è stata Chit Chat With Oyesters, proiettato al Festival de Nouveau Cinema, ancora in Canada, città di Montreal, l’11 ottobre 2013. Della durata di un’ora circa, si potrebbe definire un piccolo evento perché contiene l’unica outtake di Pink Floyd: Live At Pompeii di cui si abbia notizia fino a oggi: una carrellata di circa 4 minuti sulla band e gli amplificatori che appartiene alle riprese di Echoes part I. I restanti 56’ risalgono al back office, chiamiamolo così per non usare termini triviali, dei Floyd agli Europasonor: i quattro sono intenti a rifinire il sonoro del documentario, a tratti in pantofole a tratti in galosce, fra chiacchiere innocue e intermezzi culinari.
Insomma l’apertura di un porta su quel mondo privato, banalmente personale – intendo chiacchiere e cucina: “sei tutto chiacchiere e cucina!”, disse Capone – che fa atterrare i tuoi idoli sulla terra che calpestiamo noi miseri umani: l’esatto opposto di ciò che è l’intento (in parte disatteso) di Pink Floyd: Live At Pompeii: fare riverberare in noi spettatori/ascoltatori l’echo(es) dell’eternità, di certa Musica e di certa Storia. Ma come detto Maben fa e disfa. Spreme e spreme e spreme lo stesso limone. «Le bobine di pellicola a 16 mm sono rimaste nel bagno di casa mia a Parigi per oltre 40 anni», ha detto del ritrovamento che ha generato Chit Chat With Oysters. O soffre della crisi di stitichezza più lunga della storia dell’umanità, oppure lo scozzese è un tipo di regista compreso in una categoria a parte, per la quale ciò che ho scritto in apertura di articolo – l’occhio del regista sa dove posare lo sguardo – non ha più senso.

(Gran finale) Tutti dicono I love you
Per parafrasare il grande Woody Allen, quando si tratta di stimare Pink Floyd: Live At Pompei, è una unica, irrisolvibile, colata di compiacimento e approvazione incondizionata al sapor di melassa. Perfetto. Ineguagliabile. Se “Maradona è meglio e Pelè”, giusto per rimanere in area partenopea, per i pennaioli oggi computer-tastieristi rock Adrian Maben is better than Stanley Kubrick. Nessun dubbio. Ogni fotogramma ammuffito che il regista scozzese recupera tra i rotoli di carta igienica che giustificano una nuova release del documentario, o una sua appendice come nel caso di Chit Chat With Oysters, per la critica vale Arancia meccanica e Shining messi insieme. Giudizi oculati, sinceri, disinteressati. Ci potete giurare. Soprattutto critici.
Guarda caso la ola da stadio inizia ogniqualvolta Maben si presenta con una nuova posizione del kamasutra nel quale ha trasformato Pink Floyd: Live At Pompei. Non sono sicuro sul numero della prossima: vanno considerate le mostre, le ospitate, gli eventi collaterali. Ma in ognuna di queste occasioni ecco che una lunga serie di mezzi di informazione, di media, e soprattutto di mezzi-media, si fa avanti schierandosi compatta (sono soldoni che girano, il mito che si autoalimenta, il circo con i pagliacci in parata). E allora giù: “il più grande documentario musicale di tutti i tempi”; e il più grande tempo documentario di tutti i musicale; e il più grande musicale di tutti i tempi documentario; e il più grande tempi di tutti documentario musicale… Il più grande, dai. Anche di…? Ma certo. Se dicono che è il più grande sarà il più grande, no? Basta.
Finale alternativo (e impietoso?)
Prima che qualche kamikaze si scagli sciupando sacrificio personale ed esplosivo sul bersaglio sbagliato, sappiate che io c’ero. In un cinema di seconda visione angusto e scomodo, in un pomeriggio feriale qualunque, perché Pink Floyd: Live At Pompeii a quei tempi era il genere di pellicola che non sarebbe mai arrivata sugli schermi della sale più importanti della città. Non mi sono vaccinato contro il virus della nostalgia, e cosa anche peggiore sono, per dirla più correttamente mi ritengo, un inguaribile romantico.
Tali gravi disfunzioni non mi rendono però totalmente inefficiente. Visto a 50 anni dalla realizzazione Pink Floyd: Live At Pompeii zoppica, altro che capolavoro. Inappuntabili, i Pink Floyd sono al massimo della loro espressività. Nonostante un apparato tecnico che allora sembrava inarrivabile, Gilmour, Waters, Wright e Mason erano 10% strumenti e 90% estro e creatività. Oggi qualunque band di cover dispone potenzialmente di meglio di ciò sul quale armeggiano i quattro londinesi nel documentario, ma non so chi sia in grado – professionisti in primis – non di dico di replicare, ma anche solo avvicinare, a proposito di Pompei, la sostanza magmatica che eruttava, infinita, da quel gelstalt creatore di meraviglie sonore, fino alla fine del decennio (dei Settanta), chiamato Pink Floyd.
Ma Pink Floyd: Live At Pompeii è la somma matematica, o forse la sottrazione, di Pink Floyd e Adrian Maben regista “vorrei ma non posso”. L’idea di girare nella storica località è brillante, tanto da alimentare la fantasia della band che si presta all’esperienza incondizionatamente. Dunque che c’entrano gli innesti girati in un buco incognito, buio e artificioso, della Ville Lumiere?: un incubo modernista all’opposto della eterna classicità del mondo romano antico rappresentato da Pompei.
Là a Pompei, scrive Nick Mason in Inside Out, «Gli elementi all’apparenza decisivi per la buona riuscita – a nessuno dei quali avevamo pensato molto durante le riprese nell’ottobre del 1971 – furono la scelta di suonare dal vivo anziché in playback e l’ambiente abbastanza realistico creato dal calore e dal vento». Proprio il calore e il vento – e il pathos unico di Pompei – che mancano allo studio di Parigi privano i fantastici 4 del “sacro furore” per dirla romanticamente che li innerva in terra vesuviana. Persino gli stralci nei quali i musicisti si aggirano anonimamente nei dintorni, o le sequenze di fanghi e pozze d’acqua bollente, hanno vivacità e strumentalità impossibili per il set abbozzato in terra di Francia. Financo i frame fissi – raccolti tra mosaici, statue, affreschi, recuperati anche tra i musei della zona –, rispetto ai frigidi Europasonor, costituiscono frammenti di infinito che vanno a incastonarsi preziosamente sul gioiello che Live At Pompeii è, ma in parte.
La visione di David Gilmour seduto come un indiano americano, a piedi nudi nella polvere o su un tappeto improvvisato, che spreme la Stratocaster nera; Roger Waters che ingaggia uno scontro fisico con il mostruoso gong; Richard Wright che salta dall’organo per aggredire furiosamente il pianoforte; Nick Mason che col vento tra i capelli ricordato nel suo libro non ha mai suonato meglio, sono emozionanti. A tratti esaltanti.
«The echo of a distant time / Comes willowing across the sand» cantano David Gilmour e Richard Wright all’unisono. Quel vento, quella sabbia, quel tempo lontano che aleggia come una malia su Pompei, nella caverna degli Eupasonor non ci sono. La polvere magica che piove dall’alto e dota il meglio di Live At Pompey di riflessi dorati è costituita dall’impasto di Pink Floyd, la loro musica, e Pompei. Il materiale di Parigi è il trailer di un altro film; un intervallo (molteplice) come usava in quegli anni tra un tempo e l’altro, utile per recarsi al bar del cinema a comprare una bibita. E non sia una attenuante sul giudizio complessivo la insufficiente quantità di girato. Se organizzi una partita di calcio e convochi 9 giocatori è difficile che porti a casa un risultato positivo. Maben ha dei meriti così come delle responsabilità – pasticci organizzativi già discussi, regia claudicante – che sono alla base del parziale fallimento o – se siete quelli dal bicchiere mezzo pieno – parziale riuscita di Pink Floyd: Live At Pompei.
Che comprende – la riuscita – l’ultimissima inquadratura, quando la telecamera zooma all’indietro e la sagoma di un ombrellone azzurro si staglia nella parte inferiore destra dell’anfiteatro. Pare il presagio del documentario che Maben avrebbe realizzato molti anni dopo su quel gran genio pittorico di Renè Magritte. C’è un secondo ombrellone, in alto a sinistra nell’inquadratura, ma più la telecamera si allontana più il riparo sotto al quale si trova una persona tende a confondersi col grigiore che domina tutta la scena, e lentamente a scomparire. L’altro, una piccola oasi azzurra sospesa, sorprendente, coglie l’occhio e non smette di incuriosire. Ha i contorni del disco volante sospeso, di passaggio, richiamato dalle musiche di un altro mondo, anche per i terrestri in verità, che uscivano dagli strumenti dei Pink Floyd; in quegli istanti di fade-out di Echoes part II, dolcissime. Struggenti come le tenerezze che si scambiano gli amanti, quelli che si amano davvero, alla fine un incontro amoroso. Struggenti come i frammenti del ricordo di Pink Floyd: Live At Pompeii visto la prima volta al cinema. Quando l’età dell’innocenza ti faceva cogliere solo ciò che voleva il cuore.
Pompei quasi 50 anni dopo
In gergo giallistico si dice che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. A convergere in questo caso ci sono solo eroi e siti leggendari. David Gilmour torna a Pompei. Dopo mezzo secolo. Lo fa come lo zio d’America: accoglienza trionfale da parte delle autorità cittadine, apparato tecnico fantascientifico, palco enorme, schermo gigante, luci infinite, laser. Una folla sul palco (tra musicisti e coristi), e un mare di folla a riempire l’anfiteatro come un uovo. Telecamere come se piovesse: quando le riprese insistono su campo lungo o indagano dall’alto, non si capisce se è l’affascinante Pompei, coi suoi ruderi, i reperti, i tesori archeologici, o la futuristica Los Angeles di Strange Days (anche se il 1999 è ormai cosa vecchia).
Una produzione opulenta e ciclopica: dello spirito di Pink Floyd: Live At Pompeii non è rimasto nulla: la routine (dell’eccellenza) e la programmazione a prova di errore hanno preso il posto della sperimentalità e dell’imprevisto (non solo tecnico ma creativo). È Gilmour, all’inizio del film, che afferma di ricercare la perfezione. Sembra che della Pompei del 1971 abbiano aspirato anche la polvere. Fermato quel vento che scompigliava i capelli di Mason che ora è a casa a passare la cera sul cofano di una delle tante Ferrari collezionate.

Epocale
Io c’ero anche questa volta. Al cinema, dove il film è stato proiettato il 13, 14, 15 settembre 2017. Già prima di entrare eri intimorito dai giudizi: sul poster campeggiavano superlativi come “Straordinario”, “Spettacolare”, e poi un “Epocale” che metteva i brividi. La definizione di “epoca” secondo il dizionario Treccani: «Epoche, periodi di durata secolare nei quali viene divisa la storia dell’umanità». Secolare. Meglio che mi metta a fare qualche telefonata per chiamare un po’ di gente: questi qua non sanno che si perdono. Che ricordo lascerei a mia nipote se non l’avvertissi che rischia di mancare un avvenimento che capita una volta nella vita, nei secoli!? Chissà quanto costa al borsino della critica un “epocale”. E se ti compro anche uno “straordinario” mi fai lo sconto? Eppure il pubblico scarseggia: una cinquantina di persone nella sala più piccola del multplex da poco più di 200 posti.
David Gilmour Live At Pompeii inizia a Brighton, una carrellata su spiagge e mare grigio che conduce a una breve intervista al chitarrista, che non è invecchiato proprio come Bryan Ferry, soprattutto nel modo di vestire. Sembra che da questo punto di vista a casa Gilmour si risparmi. Cosa che si direbbe anche a giudicare dalla parata di chitarre vintage usate nel corso del concerto: sciupate e scrostate quanto David. Che suonano altrettanto bene quanto è capace lui, certo. Nessuno può negare che David Gilmour sia uno dei più grandi musicisti generati dall’isola rock per eccellenza. Ci sono momenti del concerto – esattamente quelli che passano per le sue mani – che sono magistrali proprio per quello che il leader spreme dalle vetuste Fender, vissute ma preziose nella resa sonora. Sul palco ci sono tanto mestiere, tanta professionalità, tanti sorrisi che sanno di spot pubblicitario, dove tutti sembrano felici come se avessero preso residenza e aperto uno studio di registrazione nel Mulino Bianco.
Lord of the ring
Tutta questa gente radunata su un palco affollato come una pista da ballo il sabato sera non mi ha mai appassionato. Nel 1971 erano in 4, bastavano e avanzavano. Come mi ha stancato questo genere di spettacolo ipertrofico – che va dai laser ai fuochi d’artificio – che non so chi possa ancora incantare, salvo che tu non abbia ancora compiuto i 15 anni. Sullo schermo del cinema, Gilmour “signore dell’anello” (il cerchio dell’anfiteatro) appare più vecchio di Gandalf; ma più trasandato, forse per avere trascinato un carrozzone (i Floyd della “Guerra eterna” di Joe Haldeman, se qualcuno volesse leggerlo) che sarebbe stato bene parcheggiare in garage tanti, tanti anni fa. Preferisco ricordarlo com’è ritratto sulla copertina di Ummagumma o all’interno di Meddle. O lungocrinito come appare in Pink Floyd: Live At Pompeii. Non solo per questioni estetiche, che sono di risibile importanza, ma per l’inventiva, la voglia di osare che comporta sempre il rischio di sbagliare, che in quel ragazzo superava il sopraffino, aumentato, bagaglio tecnico dell’odierno signore.
Ciononostante, questo grande vecchio – sia chiaro, lo amo – circondato da altrettante vecchie glorie/session men che potrebbero presentarsi sotto la sigla di Harlem Globetrotters del rock, con tre coristi che insieme non riescono a riprodurre metà di ciò che Clare Torry estrapolò in pochi take, e al netto di tutta questa grandiosa rappresentazione – davvero grandiosa, aggettivo che non mi hanno comprato ma riconosco sinceramente in ciò che vedo e sento – questa mirabolante prova da “più grande spettacolo del mondo”, dicevo, non placa la mia sete di “innocenza” che quando capita trovo dove il consesso si presenta più sobriamente. Tutto bello a casa Gilmour, per carità, inappuntabile, è vero: “straordinario”.
Però fin troppo studiato, controllato, provato, limato, ritoccato. Quando si è diffuso in sala il basso pneumatico di One Of These Days, il solo ponte che collega David Gilmour Live At Pompeii a Pink Floyd: Live At Pompeii, devo ammettere che il mio personale disincanto ha avuto un momento di cedimento – e lo stesso è successo durante il magistrale solo di Confortably Numb. Ma quando dietro allo strumento è apparso un viso che non era quello da meticcio, severo, di Roger Waters, il sorriso quasi ebete di Guy Pratt mi ha fatto ripiombare nella zona grigio-scuro del dubbio.

Il multiversio(ni)
Sono due ore così, di alternanza tra classici dei Pink Floyd e i più recenti lavori solistici di Gilmour, On an Island e Rattle That Lock. Il peccato, più che un difetto, è che non c’è nulla che distingua la data qualsiasi di un tour – e di questo si trattava – rispetto all’evento unico, e per certi insuperabile, che nonostante le falle è stato Pink Floyd: Live At Pompeii. La location non aveva lo stesso peso della band, ovvio, ma la Pompei documentata da Adrian Maben era una presenza importante e soprattutto imprescindibile. Potremmo azzardare, il quinto Pink Floyd. Qui, il 7 e 8 luglio 2016, l’anfiteatro è una entità fantasmatica, un contorno, un semplice luogo di aggregazione, nel lungo tour percorso per promuovere Rattle That Lock, trattato alla stregua di misero, anonimo, stadio qualsiasi che fra 20/30 anni sarà abbattuto per sostituirlo con un centro commerciale o un complesso di appartamenti. Il cordone ombelicale lungo 50 anni tra i due girati, tra i presenti nel 2016 non l’ha visto nessuno e tutti l’hanno inavvertitamente calpestato.
Gli spettatori al cinema però hanno apprezzato. Sui titoli di coda qualcuno ha applaudito. Perché no? Se ci limitiamo allo show, il prezzo del biglietto è ben speso. È come mangiare ma non valutare il sapore, come è stato cucinato il cibo, quali sono gli ingredienti se si tratta di un piatto composito. Dopotutto quello che stai buttando giù ti sazia, e cosa anche più importante, ti mantiene in vita: non merita l’applauso?
A differenza di Maben, che ha fatto della sua esperienza con i Floyd una saga diluita nel tempo in grado competere con Harry Potter, David Gilmour Live At Pompei è stato pubblicato in un tripudio di versioni e supporti, tutto e subito, il 29 settembre 2017: in CD, LP multiplo, digital download, DVD, Blu-ray, e deluxe box set contenente CD, Blu-ray e aggiuntivo Blu-ray ricolmo di materiale extra.
Sì, è diventata una vita difficile: ai miei tempi c’era solo il vinile (e una esigua quantità di cassette), entravi e uscivi dal negozio senza dubbi ma soprattutto non potevi sbagliare. E ti restava pure qualche lira in tasca.
