Recensioni

Ciò che fa davvero la differenza in Persepolis – e che ne ha decretato il successo non solo a Cannes, ma anche presso chi scrive – è il rapporto che il film costruisce fra storia e Storia, asse centrale dell’intera narrazione.
La prima, quella di Marjane, è una formazione senza fine: dalla scoperta del proprio ruolo, marginale, all’interno di una società profondamente maschilista, al tentativo di emanciparsene; dalla costruzione di un personalissimo rapporto con la religione a quello, più ingenuo, con l’autorità e la politica; dai fallimenti sentimentali a quelli sessuali, in una vicenda universale pur svolgendosi in un contesto lontano dalla sensibilità occidentale, che troppo spesso ignora la realtà iraniana, e in cui il percorso di crescita si sviluppa attraverso un legame costante, ma mai invasivo, fra dimensione privata e sfera pubblica.
La seconda storia, quella con la S maiuscola, è invece quella dell’Iran, dello Scià, della rivoluzione islamica e della guerra con l’Iraq, cioè della grande Storia che attraversa e determina quella individuale.
Limitando al minimo gli inserti di cronaca esplicita, Satrapi sembra inizialmente voler condannare il proprio Paese ma finisce in realtà per mettere sotto processo soprattutto se stessa, superando la semplice presa di posizione politica e approdando a un autentico autoritratto umano, in cui emergono incertezze davanti alle proprie scelte, ammissione degli errori, ripensamenti religiosi, morali e civili, dentro un percorso convinto ma inevitabilmente attraversato da dubbio e sconforto.
Pur muovendosi in luoghi che possono apparire alieni allo spettatore occidentale, Marjane resta semplicemente un’adolescente alle prese con problemi da adolescente, senza eccezioni o idealizzazioni. In un panorama in cui il cinema d’animazione rischia talvolta di avvicinarsi pericolosamente alla logica del cinepanettone, attraverso sequel sempre più forzati che spremono fino all’esaurimento poche intuizioni fortunate – basti pensare all’estenuante arrivo di un quarto Shrek – Persepolis gioca le proprie carte con intelligenza, dimostrando di avere davvero qualcosa da dire e, soprattutto, di sapere come dirlo.
La sua è un’ironia pungente che si confronta con i grandi temi – Dio e Marx posti quasi sullo stesso piano – ma anche con la cultura popolare, attraverso brillanti riferimenti alla musica pop, punk e rock, e con quella postmoderna, come quando le trasformazioni fisiche della pubertà vengono rappresentate attraverso un’immagine che richiama Picasso, a cui si aggiunge un senso del ridicolo mai fine a se stesso, dalla sessualità femminile nascosta sotto il burka alle pudenda maschili evidenziate da pantaloni troppo attillati, con risate che lasciano sempre un retrogusto amaro.
Le trovate grafiche e registiche – come governanti e soldati trasformati in un teatro di marionette – sfuggono alla tentazione di compiacersi della propria intelligenza e chiariscono la natura del film come un percorso attentamente orchestrato tra dramma e comicità. Da Cannes a oggi il peso delle aspettative si è gonfiato a dismisura, fino a trasformarsi quasi in un limite, perché la sensazione non è quella di trovarsi davanti al capolavoro annunciato, bensì a “soltanto” un bellissimo film.
La ragione risiede soprattutto nella chiusura in sordina degli ultimi minuti, un finale inevitabilmente aperto per due vicende – quella di un Paese e quella di una persona – che procedono lungo traiettorie curve, incontrandosi per poi allontanarsi, e che probabilmente, dopo il novantacinquesimo minuto, torneranno a incrociarsi, anche se questo non ci è dato saperlo.
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