Leonard Cohen

Come in cielo, così in terra

Le luci si alzano mentre il visibilio dei presenti esplode, e sul palco lui sorride quasi incredulo, ancora imbarazzato per l’affetto, gli applausi, il calore. Si toglie la fedora nera, soffice e immacolata, e la poggia sul cuore chinando la testa. Crede fortemente nella virtù della semplicità, e nonostante tutti quegli anni sotto i riflettori, si mostra sempre fedele alla regola non scritta della modestia. Degli 82 anni della sua esistenza, Leonard Cohen ne ha vissuti undici come poeta e quarantanove come il più grande cantore dell’assedio amoroso a cavallo tra due secoli. Il resto è stato dolente fanciullezza e adolescenza curiosa.

Nel 1956, tra le pagine della raccolta Let Us Compare Mythologies Cohen scrisse che “è importante capire che ruolo si ha nella leggenda”. A distanza di più di sessant’anni, possiamo iniziare a comprendere la portata della sua figura non tanto nella leggenda quanto nella Storia delle arti. Romanzi, poesie, dischi, melodie eterne: cosa sarebbe la nostra educazione sentimentale senza le sue parole, cosa sarebbe la critica stessa senza un criterio per distinguere quello che è già stato detto da Leonard Cohen e il nuovo che avanza? Un dio laico, un santo, un edonista o un asceta sensuale?

Non è affatto cosa semplice entrare nel suo mondo e osservarne il ruolo nel corso di una lunga, lunghissima e fortunata carriera.

Si rischia di cadere nella trappola di una visione limitata, incapace di abbracciare le molteplici vite che l’artista canadese è riuscito ad abitare. La musica di Cohen sembra invitarci a reinventare il sacro, pur rispettandone i canoni, a rimodellare il modo in cui ascoltiamo le parole in musica: nella gioia dei suoi brani evanescenti, nella bruciante spontaneità del cantare la bramosia di un corpo, nella frenesia delle parole, nella sacralità della sua voce, troviamo una presenza terrena e vulnerabile, con un senso selvaggio dell’umorismo, alla ricerca di una verità che è poi diventata la storia stessa della sua vita.

Quella del cantautore di Montreal è la narrazione di una struggente e immersiva malinconia, una sorta di casa del mistero. Nella nostra epoca i riti religiosi sono stati spesso soppiantati da altri tipi di spettacolo come il canto e la danza, e teatri e palazzetti dello sport sono diventati quasi dei templi di culto collettivo, spostando per certi versi il peso del valore spirituale, dalla religione alla stessa arte. Potremmo quasi riformulare i concerti di Leonard Cohen nell’ottica di un evento religioso, cosa che, soprattutto negli ultimi decenni della sua carriera, ha moltiplicato quel senso di mistico e unico rispetto ai primi live degli anni sessanta. Per buona metà dello show, ha cantato in ginocchio, in adorante preghiera, per una comunione estatica col pubblico, benché priva di orpelli religiosi. Il suo modo di intendere uno spettacolo risentiva di un aspetto rituale, di una lingua adeguata, di una gentilezza d’altri tempi. Se si vuole avere accesso alla “secret life” di Cohen, si devono studiare a fondo le tradizioni, per la loro stessa radicalità, e per il loro modo di giustapporsi alla moderna cultura pop.

Il suo lavoro è stato atmosfera ed esperienza. Quando tutti cercavano fuochi d’artificio musicali, lui ha preferito mantenere un approccio austero, diventato poi incredibilmente evocativo. A volte solo una voce, una chitarra acustica, altre uno scacciapensieri o un violino in sottofondo. E la sua semplicità combinata ai testi, ha portato a collocarlo non necessariamente nella controcultura degli anni ’60 o in mezzo ai musicisti folk degli anni ’70 ma al di fuori dei suoi tempi e dei nostri. Cohen ci ha riempito la testa con le immagini dell’amato poeta Garcia Lorca nella Spagna repubblicana, con i fuochi della resistenza francese, i salmi e il canto di Salomone, la libertà dei suoi giorni sull’isola di Idra. E poi l’esperienza: Cohen era davvero là, in tutto ciò che ha raccontato, le relazioni amorose e le sofferenze, le lunghe notti oscure dell’anima e le ore americane di dissolutezza, articolando il caos che aveva nella testa assieme al relitto poetico del suo cuore.

Per molti, il cantautore ha raggiunto la vetta del proprio potere spirituale negli ultimi anni della sua carriera che poi combaciano con quelli della sua vita: l’uomo anziano, che vive una rinascita artistica fregandosene di quel demone che si intarsia sulla schiena, la gobba, e si lascia travolgere completamente dall’energia del proprio pubblico. Durante le tre o quattro ore di live che hanno dato vita agli ultimi tour mondiali, Cohen è un turbine controllato, cade in ginocchio, offre se stesso alle centinaia di presenti in quel sacrificio collettivo; e mostra che la vera umana trascendenza rimane a terra, nel corpo, nelle articolazioni che, nonostante l’età avanzata, possono ancora piegarsi o accennare qualche passo di danza.

Londra, giugno 1974

Ma i corpi affamati cantati da Leonard Cohen non hanno mai fatto caso agli anni che passano: non c’è età che possa calmare questo desiderio, e il corpo, tempio sacro delle idee, domina la poetica coheniana dagli esordi fino all’ultimo disco, You Want It Darker, scritto a ben ottantadue anni. Sospese fra la tradizione dei poeti beat americani come Kerouac, Ginsberg e la scuola dei cantautori di lingua francese come Jacques Brel e George Brassens, le più grandi canzoni di Cohen mescolano il dolce e l’amaro in egual misura, in supremo equilibrio, separando la luce dall’oscurità e dando voce a entrambe. Poeta dell’imperfezione della condizione umana, ha sempre dato voce a ciò che significa amare pienamente le complessità e i desideri dell’anima e del corpo, in un dialogo costante tra cielo e terra. E lo ha sempre fatto con un distillato magico di gravitas e grazia, con un linguaggio straordinariamente inventivo e singolare, raffigurante sia una spiritualità estatica, a volte liturgica, sia una sessualità terrena.

Cohen ha offerto a chiunque lo ascoltasse, la libertà di essere se stessi, in tutta la nostra sacra complessità. E ha cantato il corpo umano, terreno e pulsante, forza sessuale ora libera ora incastonata nel concetto di spirito. Non c’è migliore musica da indossare dopo l’amore, in quello stato di stanchezza e ricettività infinita, capace di mantenere sempre alta la tensione emotiva che travalica ogni tempo, ogni spazio, corporeo e incorporeo.

Fra i sessanta e i settanta, in un momento in cui tutti i confini della lingua e della cultura si stavano sgretolando per far spazio a nuovi linguaggi, Leonard Cohen ha saputo vestire l’abito del rimatore perfetto, incatenandosi alla parola, lavorandola fino all’osso. “Vorrei saper dire tutto quello che c’è da dire in una parola. Odio tutto quanto sta in mezzo a una frase, tra l’inizio e la fine”, aveva confessato nel suo primo romanzo, The Favourite Game pubblicato nel 1963.

Ha scritto per soddisfare un bisogno sacro e carnale di ricerca continua: i suoi brani sono trionfi austeri ma caldi in cui le parole – tutte – riescono ad essere importanti.

A un primo sguardo superficiale può sembrare che la musica occupi un ruolo secondario, tanta è la solennità conferita alla parola. Ma solo osservando la straordinaria varietà di stili e mondi esplorati nella discografia di Cohen, si realizza a pieno la preziosissima ricerca musicale e il gusto per la sperimentazione che ha contraddistinto la sua produzione: partendo dal cantautorato folk, minimale in ogni suo aspetto, ha attraversato la promenade del rock e del pop andando alla scoperta di suoni etnici e tribali fino a lidi jazzistici dall’incedere peccaminoso.

Nei sacri meccanismi delle sue canzoni, Cohen ha creato un metodo per venire a patti con il trascendente senza mai offrire una versione standard del percorso da seguire; le sue sono parole che guidano ma si badano bene dall’impartire comandi. Il suo pubblico non deve seguirlo pedissequamente ma al contrario provare a comporre un amen personale, un provocatorio e imperfetto halleluja.

I suoi scritti – canzoni e poesie – testimoniano gli eventi della (sua) vita dimostrando autoironia, umorismo e grande rispetto dell’altro; e lo fanno costantemente, dai primi lavori che riguardano gli opposti (colpa e libertà sessuale, violenza e bellezza, amore e perdita) alle opere successive che approfondiscono questioni sociali e storiche fino agli scritti che potremmo definire autunnali, quelli degli ultimi anni, figli sempre più di una consapevole mortalità.

In un’epoca di casualità verbale, costantemente assaliti da frammenti di rumore, Cohen è stato in grado di restituire alla Parola un senso più alto e compiuto, trasformandosi in ierofante, custode di un santuario confidenziale e prezioso. La sua opera è diventata un tempio di attenzione e consapevolezza, in cui la poetica, ora nella sua divisa da monaco zen, ora nel suo abito di sartoria, guarisce e diverte, ispira e affascina, sorprende e annichilisce. Un itinerario di gioie e supplizi, di cadute e paradisi, che lega musica e parole in mezzo a suoni vellutati e tradimenti, cappelli di feltro, infinite sigarette e cravatte sartoriali; la sua è stata e continua ad essere la voce di chi si logora nell’attesa spasmodica dell’amore. Non c’è stato anfratto dell’anima, buio o illuminato, che non eccitasse la sua curiosità più vivace.

Cohen è riuscito a scherzare con il tempo, impossessandosene, con l’eleganza di un perimetro linguistico ricco di contrapposizioni e accumulazioni.

Uno, nessuno, centomila: chi sia stato Leonard Cohen sembra impossibile stabilirlo con certezza ma proprio per questo vale la pena raccontare una vita fatta di arte e preghiera, di gioco e ironia, in uno spazio lungo ottantadue anni, votati alla musica fino all’ultimo secondo.

Durante un live al Musikhalle di Amburgo, 1970. ©K&K Ulf Kruger OHG/Redferns

“I’m the Little Jew/who wrote the Bible”

Alle 6.45 di venerdì 21 settembre 1934, mentre per gli ebrei di tutto il mondo già inizia lo shabbat, Leonard Norman Cohen nasce a Montreal, presso il Royal Victoria Hospital. La sua è una delle più importanti famiglie della comunità ebraica della città canadese. Figlio di Nathan, facoltoso venditore di abiti, e Masha, fratello minore dell’adorata Esther, Cohen vivrà in un grande palazzo di pietra grigia a Westmount, lontano dallo sciatto vicinato di Mordecai Richler. Il nonno materno, il rabbino Solomon Klinitsky-Klein, si era fatto notare negli ambienti culturali della città per un’interessante raccolta di interpretazioni talmudiche e per l’acclamato Dizionario dei Sinonimi e degli Omonimi. Il nonno paterno era invece tra i fondatori del primo giornale anglo-ebreo del continente americano.

Sebbene la famiglia del piccolo Leonard osservasse le tradizioni giudaiche e i giorni santi, i Cohen non erano affatto isolati nel loro guscio religioso. Forse anche per questo, già in tenera età Leonard si ritrovò affascinato dalla cultura cristiana che pervadeva l’aria di Montreal. “L’esperienza che ho avuto del cattolicesimo è stata molto dolce”, dirà poi, “quando parlavo ai miei amici cattolici, loro erano molto critici nei confronti del loro ambiente e mi indicavano gli aspetti oppressivi di quella religione. Personalmente non ne ho mai sperimentato nessuno. Ho solo visto il figlio, la madre, il sacrificio, la bellezza di un rituale. E quando ho iniziato a leggere il Nuovo Testamento, ho trovato un modello radicale che mi ha toccato molto. Sentii che principi come Ama il tuo nemico, Benedetti siano gli umili, perché erediteranno la terra altro non erano che una rifinitura radicale di ciò che esisteva anche nel mondo ebreo”.

“Sono il piccolo ebreo che ha scritto la Bibbia”, canterà molti anni più tardi Cohen (il brano è The Future del 1992) quando si calerà a pieno nel ruolo di santo peccatore che darà vita a un codice enorme e personalissimo attraverso il quale filtrare le smisurate preghiere che sono le sue canzoni.

Un’identità ebraica, unita alla sofferenza e al misticismo, un interesse per l’iconografia cristiana e l’ossessione per il tema della redenzione fino alla fascinazione, negli anni novanta, per il buddismo zen, saranno gli astri della grande costellazione personale e artistica di Leonard Cohen.

Tristezza e perdita divengono i cardini della sua poetica: un dolore conosciuto molto presto, a soli nove anni, con la morte del padre appena cinquantaduenne. Nel giorno del suo funerale, per la primissima volta il piccolo Leonard si avvicina alla composizione: entra in camera del padre, prende un papillon, lo scuce e vi inserisce un bigliettino con un pensiero scritto a mano. Decide di seppellire il papillon sotto la neve che ricopre il giardino di casa, in quella che appare come una prima forma di funerale privato, come a legare per sempre l’immensa perdita del genitore con la nascita della poesia. Per molti anni proverà a cercare quel ricordo, senza successo, dissotterrando qua e là in giardino, curioso di rileggere i pensieri di un bambino di nove anni immensamente triste.

La propensione per la creatività e la scrittura, insieme alla precoce morte del padre, e alla crescita durante la seconda guerra mondiale, furono la tempesta perfetta per creare il dna di uno stoico poeta, temprato da un senso di solitudine e insicurezza.

Dopo gli anni alla Roslyn Elementary School e alla Westmount High School, in cui entra a far parte del consiglio studentesco, nel 1951 si iscrive alla McGill University dove diciassettenne fonda un trio di musica country western, The Buckskin Boys. Il repertorio della band oscilla dalle canzoni di Hank Williams allo skiffle, passando per il blues tradizionale. C’è una foto color seppia del gruppo in cui si riconosce il Nostro insieme ad altri due ragazzi, abbigliati come cowboys; sembrano pronti per saltare in groppa al primo cavallo di passaggio. È in quegli anni che Leonard comincia a scrivere versi con un ritmo regolare. “Avevo grande frenesia di suonare e dimenarmi battendo i piedi. Celebravo una sorta di vita emotiva insieme a tanti altri che la pensavano come me. Allora il country bastava per soddisfare questa esigenza”. Non passa molto prima che il giovane Cohen inizi a girare in tutti i locali della città trasformandosi nel principe della scena boho di Montreal.

L’incontro con la poesia, primo amore e linfa vitale, avviene quando Cohen, all’età di quindici anni, si imbatte nei versi di Federico Garcia Lorca: “Voglio vederti passare sotto gli archi di Elvira per vedere le tue cosce e iniziare a piangere”. È lì che trova la sua voce, localizza il suo sentire poetico mentre tenta di esprimere l’immensa e ineludibile disfatta che ci attende tutti, entro i rigidi termini della dignità e della bellezza. Sconvolto dalla potenza di quelle parole, qualche anno più tardi al riguardo confesserà: “Compresi che la mia esistenza sarebbe stata uno sforzo continuo per scrivere, un giorno, almeno una volta nella vita, una frase simile a quella”. Da allora ha sempre adorato il poeta spagnolo, tanto da chiamarlo fratello e da battezzare la propria figlia Lorca.

Ma fra i grandi che stavano plasmando il gusto artistico di quell’adolescente canadese non c’era solo il poeta di Fuente Vaqueros: al tempo era attratto dalla letteratura religiosa di carattere apocalittico, dai libri di preghiera, dalla vita in sinagoga, dal movimento sindacale, dall’etnomusicologia di Alan Lomax e dai cantanti folk come Pete Seeger, oltre ad approfondire un lato più europeo con il fado di Amália Rodrigues. È da questo pantheon che sboccia il suo viaggio personale e artistico.

Alla McGill diventa presidente della Confraternita Zeta Beta Tau e della McGill Debating Union, nonché amico intimo dei già affermati poeti Irving Layton e Louis Dudek. Quello con Irving Layton, che sarà per lui non solo un mentore ma anche una sorta di padre, è un rapporto fortissimo. Layton, di ventidue anni più grande, lo chiamava golden boy. E se il Nostro gli dava dritte su come vestirsi, Irving, stando alle parole dello stesso Cohen, gli insegnò “how to live forever.”

Nel 1956, vede la luce la sua prima silloge, Let Us Compare Mythologies, che incontra elogi da parte della critica specializzata, mentre la successiva, The Spice-Box of Earth, fa di Cohen la voce letteraria più importante del Canada. I trascorsi adolescenziali come timido musicista sembrano ormai aver lasciato posto alla sola poesia. È in quello che Cohen vuole impegnarsi e riuscire, leggendo i grandi e polverizzando taccuini.

Durante l’estate del 1957 lavora alla Cuthbert & Co., fonderia di suo zio, come operatore di tornio e assistente di studio. Ha ventitré anni e un dilemma che lo lacera: unirsi stabilmente ai suoi zii per una una vita di responsabile rispettabilità o perseguire gli interessi creativi e impegnarsi seriamente con la sua arte? La poesia Priest 1957 descrive questa situazione e suggerisce una linea di condotta. Il lavoro indica l’infelicità degli zii, le loro fantasie stentate, l’incompletezza della vita di suo padre misurata dai libri non letti e l’infelicità generale dei suoi cugini.

Nei pressi dell’officina mio zio si rattrista
licenzia operai per resistere alle varie crisi.
La “grandezza” lo turba
e magari scriverà un libro.
Mio padre è morto tra vecchie macchine da cucire,
con l’eco di ponti e acqua fra le mani.
Adesso ho i suoi libri rilegati in pelle
e trasalgo ad ogni pagina intonsa.
I cugini in fabbrica sono scontenti.
È difficile adattarsi, gli dicono.
Uno si consola con una Pontiac nuova,
uno si rifugia in Bach e nei cantautori.
Dobbiamo trovare prosaico ogni lavoro
solo perché nostro nonno costruì una delle prime
sinagoghe?

Il debutto di Cohen avviene “a casa”, nell’aprile del ’58, con una performance dal vivo al Birdland, localino in Saint-Catherine Street insieme al gruppo jazz del pianista Maury Kaye. Influenzato dalla Beat Generation, Cohen porta a Montreal lo stile tipicamente beat della fusione di musica e poesia. La collaborazione con Kaye prosegue fino a maggio, poi in estate Leonard va a lavorare in un campeggio dove conosce il direttore, un musicista folk ebreo e socialista che lo introduce alla musica, al sindacalismo, al pensiero di sinistra, e all’idea di resistenza. “Non sapevo nemmeno ci fosse qualcosa a cui dover far resistenza”, racconterà a tal proposito anni più tardi. Dopo quel campo estivo il giovane Leonard si compra una chitarra e inizia a imparare canzoni, intrufolandosi nella biblioteca universitaria per spulciare il catalogo di brani folk e ascoltarli. “Non trovavo grande differenza fra le canzoni e le poesie, così non ho dovuto fare grandi salti tra la scrittura e il canto”.

In un’intervista rilasciata ad Arthur Kurzweil, direttore del Jewish Book Club, che si lamentava di quanto poco vendesse la poesia, Cohen dichiarava:

Non penso che sia cosa da tutti [la poesia], nella sua forma più pura. Un po’ come il polline delle api: i dolci con il miele sono buoni, ma esistono dei puristi che preferiscono il polline o la propoli. Quelli sono dei veri cultori delle api. Secondo me è così anche per la poesia. Il miele della poesia ormai è ovunque: negli articoli del National Geographic, quando sono scritti bene e in modo chiaro, nei film, ovunque. Quella che chiamiamo poesia è il sapore del significato. E quando qualcosa ha una particolare risonanza di senso, magari non la chiamiamo così, ma ci troviamo di fronte alla poesia. È qualcosa che ha a che fare con la verità, il ritmo, l’autorità e la musica. È ovunque. Ma se si parla dei pochi cultori e puristi che amano guardare alle pagine in cui le parole non arrivano alla fine della riga, penso che sia un interesse ben più specifico, una forma di appagamento molto peculiare, che non credo sia proprio da tutti

Talvolta impenetrabili e mistici, gli scritti di Cohen possiedono una sorta di ritmo morale che soggiace alle parole. Una bellezza gigantesca e travolgente si cela dietro ogni verso, come una bolla che spinge attraverso la pelle della parola, un elastico vulnerabile e forse proprio per questo pronto a diventare la cosa migliore che le poesie potevano essere: non perfette, ma possibili. La sua poesia, così come più tardi sarà la sua musica, implica una sfida costante per i traduttori. I suoi testi – siano essi poesia, canzoni, prosa o semplici citazioni da interviste – sono polisemantici, stracolmi di riferimenti incrociati. Penetrare nell’universo di Cohen significa coglierne le non poche sfaccettature (Eros e Thanatos, America e Europa, e ancora ebraismo, buddismo e cristianesimo) e tenerle tutte presenti, senza mai abbandonare l’una per l’altra, senza più separare il poeta e il romanziere dal cantautore.

Oggi, a carte scoperte e giochi chiusi, è possibile e doveroso dimostrare l’appartenenza di Cohen al mondo della letteratura in un contesto che va bene oltre la madrepatria. Il suo talento sopraffino nel far incontrare e incrociare diversi e opposti, il suo uso dell’ossimoro (il titolo del futuro Beautiful Losers, o l’esortazione a “Fuck a saint!” all’interno del romanzo stesso) e del chiasmo illuminano il valore poetico dei suoi testi (in Story of Isaac Cohen usa proprio questa figura retorica per attraversare il senso diametralmente opposto di uccidere e aiutare. Ciò porta a una dichiarazione fortemente ambivalente che non fornisce una soluzione facile o una via d’uscita, così come spesso capita nella vita).

Dopo aver trascorso un altro anno a Montreal dividendosi tra il lavoro al negozio di famiglia e la scrittura, nell’agosto del 1959 Cohen si trasferisce a Londra, al 19b di Hampstead High Street e acquista, per 40 sterline, una Olivetti Lettera 22.

Nel marzo 1960, durante l’ennesimo pomeriggio piovoso, dopo essersi fatto estrarre un dente del giudizio, vaga per la città finché la sua attenzione non viene catturata da un’insegna della Banca di Grecia su Bank Street. Entra e nota un cassiere abbronzato che indossa occhiali da sole. Gli chiede che tempo faccia in Grecia e quello risponde, “è primavera”. Cohen decide di partire. Arriva ad Atene nell’aprile dello steso anno, e dopo un viaggio di cinque ore via nave è a Hydra. Lì, in mezzo a una fitta rete di sentieri e mulattiere, c’è anche una montagna di quasi seicento metri che si chiama come l’oggetto di tutte le sue attenzioni, Eros.

A Hydra, il piccolo porto semicircolare è fiancheggiato da case bianche che si innalzano ripidissime in modo ordinato, come fossero sedili di un anfiteatro. Un viale di ciottoli corre sul lungomare, armonizzando il gruppo di case che lo circondano e raggiungono il pendio. La struttura della città emula il teatro classico, con il porto a fare da orchestra.

Nel settembre del 1960, ventiseienne, Cohen acquista una casa sull’isola per 1500 dollari, usando un lascito della nonna. Un grande affare e un impegno non certo a breve termine che suona insolito per il carattere irrequieto del giovane canadese. L’antico edificio a tre piani dipinto di bianco è in rovina, senza elettricità, impianto idraulico o acqua corrente. Eppure proprio quello, con la grande terrazza piastrellata, sembra lo spazio perfetto dove poter lavorare.

A Hydra avviene l’incontro con Marianne Ihlen, il suo lifetime love. Lei è sull’isola con il marito Axel Jensen e il figlioletto; non appena Jensen la lascia per un’altra donna, Cohen si fa avanti. I due diventano prima amici per poi innamorarsi follemente. E nel frattempo Leonard scrive, scrive moltissimo. La convivenza con l’affascinante norvegese e il figlio di lei, inizialmente lo proietta in una sorta di paradiso terrestre che non tarderà però a trasformarsi in una routine di obblighi e doveri domestici, portandolo a essere sempre più tormentato. Sull’isola greca completa il suo primo romanzo, The Favourite Game, pubblicato nel 1963 e tre anni dopo vede la luce l’acclamato e controverso Beautiful Losers, libro di un’audacia stupefacente incentrato sulla ricerca spirituale del protagonista, fra tradimenti romantici e storici, esempio di autoanalisi in forma letteraria: un libro selvaggio e ironico con pagine che trasudano sesso e sangue, e il cui leitmotiv è la pazzia dell’uomo civilizzato. Cohen – che fa la spola tra la Grecia e il Canada – viene osannato e le sue letture pubbliche radunano folle oceaniche di giovani, rapiti di fronte alla grandezza delle sue parole. La critica sembra spaccarsi: chi lo definisce “il libro più disgustoso che sia mai stato scritto in Canada” e chi inizia a fare i nomi di Norman Mailer, Thomas Pynchon, Harry Miller definendo il romanzo “un lavoro epico di incomparabile bellezza, dai toni sacrileghi e insieme religiosi”; addirittura il Boston Globe titola, “James Joyce non è morto. Vive a Montreal e si fa chiamare Cohen”. Nonostante le poche copie vendute, Cohen può dirsi soddisfatto del fervore che il romanzo ha attirato.

Nel 1965 esce il documentario Ladies and Gentlemen, Mr. Leonard Cohen, una chicca in bianco e nero che testimonia la consapevolezza del Cohen scrittore, totalmente immerso nella passione della poesia. Trent’anni, gli occhi raggianti, le spalle curve che suggeriscono una sfrontata timidezza, le mani affusolate. Per tre quarti d’ora un giovane Cohen fa cose: recita poesie davanti a folle incantate, si rilassa in un bistrot, passeggia per Mount Royal Park, si gode la permanenza in un albergo da tre dollari, ordina in perfetto francese un toast al formaggio e un bicchiere di latte, discute di I Ching e di una visita all’Avana durante l’invasione della Baia dei Porci, scrive in latino sulle pareti del bagno. Sembra la versione più alta di Dustin Hoffman, con il senso dell’umorismo di Woody Allen: così giovane, in quella maglietta bianca di cotone, mentre osserva la neve che cade su Montreal, ci stava dicendo già tutto dell’uomo che sarebbe stato, coraggioso, pronto, bellissimo e prodigo di irresistibili sorrisi.

Il documentario era stato realizzato un anno prima, quando nell’ottobre del 1964, dopo aver ricevuto il Prix Littéraire du Québec per The Favourite Game, Leonard era andato in tournée con Irving Layton e altri due poeti, Phyllis Gotlieb e Earle Birney, per una vorticosa serie di letture nel circuito universitario – sei istituti e una biblioteca in una settimana. Il regista Don Owen, un conoscente di Leonard e a sua volta occasionalmente poeta, aveva registrato le performance per quello che avrebbe dovuto essere un documentario del National Film Board of Canada, un progetto poi abbandonato quando due dei poeti si erano rivelati decisamente poco convincenti su pellicola. Alla fine il filmato sarebbe stato utilizzato per un documentario su uno solo dei poeti. Quel poeta che nel frattempo era tornato in Grecia perché doveva scrivere un nuovo romanzo e fare i conti con la vita.

Nonostante le ottime recensioni riservate ai libri, le vendite ammontano a poche migliaia di copie. Per Cohen è un po’ come guardare in faccia a una dura realtà:

A un certo punto mi sono reso conto che con i libri non arrivavo a pagare le bollette. Non avevo voglia di insegnare. Non era il mio campo. Ero troppo dissoluto, dovevo stare sveglio fino a notte tarda, avevo bisogno di muovermi troppo in fretta. Ho preso un’altra strada, ma non ho mai avuto una strategia, faccio le cose così come vengono

Se dovessimo fissare una bandierina sulla mappa biografica dell’artista, potremo dire che il giovane poeta canadese si trasforma in musicista perché ha bisogno di mantenersi. Un inizio concreto, lontano da sogni di gloria o impulsi irrefrenabili.

©Tony Vaccaro

Sul finire degli anni sessanta, terminata la relazione con Marianne, decide di volare a New York dove le sue aspirazioni letterarie troveranno un naturale sbocco nella musica pop. Al Max’s Kansas City, storico nightclub e punto d’incontro per artisti, si imbatte in Lou Reed che lo riconosce e gli dice, “You’re the guy who wrote Beautiful Losers, sit down!”. Sorpreso di avere estimatori come lo stesso Reed, Bob Dylan e Phil Ochs, capisce che non può certo lasciarsi sfuggire l’occasione di lavorare a pieno nel campo delle sette note.

Siamo nel 1967, i brani proposti da Cohen – si tratta più che altro di poesie in musica – raggiungono le giuste orecchie e la Columbia Records decide di dare alle stampe Songs of Leonard Cohen, l’album di debutto del canadese. L’immacolata purezza di Suzanne, il valzer ammaliante e dolcissimo di Sisters of Mercy con il dulcimer che tintinna e la fisarmonica che si gonfia o il gioioso addio di So long, Marianne si impongono come nuovi inni romantici per anime perdute e giovani innamorati, canti costruiti come un addio tra impulsi contrastanti, libertà e sicurezza, fragilità e forza, gioia e rimpianto.

È un periodo in cui si stanno dissolvendo tutte le forme prestabilite – e accademiche – dell’espressione artistica. Già poeta e romanziere, Cohen si ritrova a dover filtrare una materia familiare (la parola) attraverso un nuovo strumento (la musica). Nella sua produzione, i brani logocentrici e musicocentrici sembrano mutuarsi reciprocamente e sostenersi a vicenda. La canzone, in tutti i suoi elementi, diventerà per il canadese un’ossessione, una chimera da inseguire tutta la vita, mai realmente soddisfatto del lavoro svolto e sempre alla ricerca dell’accordo perfetto, quel secret chord citato in Hallelujah. E pensare che all’inizio doveva solo racimolare un po’ di soldi per pagare le bollette.

Master Song, canzoni d’autore

Ogni canzone ha un significato per qualcuno. La gente si corteggia, la gente trova moglie, la gente fa figli, la gente lava i piatti, la gente arriva alla fine della giornata con canzoni che per noi possono risultare insignificanti. Ma la loro importanza viene ribadita dagli altri. C’è sempre qualcuno pronto a riaffermare l’importanza di una canzone, stringendo una donna tra le braccia o superando la notte. È questo a conferirle dignità. Non sono le canzoni a dare dignità all’attività umana ma l’attività umana a conferire dignità alle canzoni.
Leonard Cohen, intervista del 1992 di Paul Zollo

Come nei suoi libri, anche nelle canzoni, il bardo di Montreal esprime l’eterna avventura del corpo e dell’anima. La narrazione si sviluppa con candore e intelligenza, arrivando a toccare le corde più sensibili dell’ascoltatore. Così, il disco di debutto del 1967 unisce accordi morbidi al suo distintivo baritono: Cohen trova uno stile e inizia la carriera di menestrello della malinconia con alcuni dei brani che rimarranno alla storia e gli permetteranno di scriverne una parte.

L’atmosfera iniziale di Songs of Leonard Cohen è minimalista, i brani sono ancora legati alla poesia e conservano gran parte della profondità tematica e dell’intensità umorale riscontrate nelle sue opere letterarie, dimostrandosi quasi il secondo atto della preoccupazione di Cohen per l’uso della sua poesia come veicolo di affermazione personale.

La produzione non rende al massimo il potenziale dei brani: troppe le pressioni in sala di registrazione. Cohen non ha idea di cosa significhi lavorare in uno studio, non l’ha mai fatto, sa cosa gli piace ma ha problemi a comunicare ciò che vuole raggiungere; le sessioni si rivelano traumatiche. Il modus operandi dello scrittore con la sua Olivetti verde sembra non volerlo abbandonare del tutto.

John Simon, il produttore del disco, è fortemente affascinato dal sound di Blonde on Blonde di Bob Dylan, uscito un anno prima, e fa tutto il possibile per dare un suono roboante al materiale di Cohen, che si trova invece a non condividere nulla di questo approccio stilistico. In piena crisi, capisce che l’unico modo per andare avanti nel lavoro è isolarsi da tutto e tutti: canterà davanti al grande specchio a figura intera che ha portato in studio. Nonostante un’atmosfera di per sé disordinata voluta da Simon – fatta di trilli, scacciapensieri, carillon – la composizione del disco riesce a superare questo piccolo caos. Un giusto e riuscito compromesso fra lo scheletro sonoro che desiderava Leonard e gli arrangiamenti ridondanti del produttore.

In Master Song fonde e rielabora immagini riconducibili all’Eucaristia – il vino e il pane -, che si stagliano nel bagliore carnale di un devastante isolamento. E non si trattiene dal castigare gli artisti ciarlatani che aveva incontrato durante la ricerca della realizzazione spirituale. La voce di Cohen si fa più alta nella confessione a cuore aperto di Hey, That’s No Way to Say Goodbye che insegna ad accettare la finitezza delle meraviglie amorose e la sconfitta. A volte dirsi addio, staccarsi dalla bolla della coppia può servire a cambiare, a crescere, come suggerisce lui stesso: “Sai che il mio amore se ne va con te così come il tuo amore resta con me, è solo tempo che cambi, come la spiaggia e il mare”.

E la sensibilità musicale del neo cantautore si rivela un aspetto fondamentale della sua visione artistica: grazie alla musica i suoi testi si trasformano in un caleidoscopio di significati e metafore, lungo un percorso, a volte tortuoso, di testimonianza e sensualità.

Ma il cantautore sta attraversando giorni sempre più bui: la fine della relazione con Marianne gli ha lasciato un senso di vuoto, e un sospetto di catastrofe sembra opprimere i suoi pensieri. Nel 1969, davanti all’ascensore dell’ormai celeberrimo Chelsea Hotel, incrocia gli occhi scuri e bellissimi di una giovane, Suzanne Elrod, ventiquattro anni, e tutta la vorace vitalità di una donna pronta a sconvolgergli la vita. Songs From A Room arriva nello stesso anno e Cohen sembra già un uomo diverso, mostra una ritrovata fiducia in se stesso, cosa che si rivela pure nel modo dritto e robusto di portare la voce. Si percepisce subito una sensazione di solidità, anche grazie all’ottima produzione di un anticonformista come Bob Johnston, che diventerà un amico fidato, quasi un fratello. Il disco poggia su di una bellezza tetra ed eterea, madre di alcuni dei brani più struggenti di Cohen.

Inizialmente le registrazioni dovevano vedere David Crosby al timone ma Cohen riuscì a resistere ai vari tentativi dell’ex Byrd di vestire la sua musica alla maniera hippie-folk californiana; il lavoro viene quindi affidato alle sapienti mani di Johnston, molto più in linea con la visione musicale del canadese. Songs from a room, che vive una realizzazione meno ardua rispetto a quella del precedente lavoro, si apre con quello che poi diventerà uno dei brani più noti di Cohen, Bird on a Wire. Registrata a Nashville, è quella che potremmo definire una simple country song che trae l’immagine del titolo dalla vita sull’isola greca di Hydra, dove gli uccelli si posavano sui fili del telefono appena installati, come note su di un pentagramma. Subito dopo l’uscita del disco il cantante americano Kris Kristofferson a proposito di Bird on the Wire disse che sembrava antica e che avrebbe scolpito i primi versi del brano sulla sua lapide.

Le canzoni dell’album vivono in un doppio mondo, riuscendo nel contempo a suonare attuali e primitive, tenendo vicine fra loro la potenza visionaria del Vecchio Testamento e le allucinazioni dell’era psichedelica degli anni Sessanta. Composizioni come il campestre e soffice folk politico di The Old Revolution, o la melodia da menestrello errabondo di Tonight will be fine con lo scacciapensieri in sottofondo si classificano facilmente tra i migliori brani scritti da Cohen. Proprio lo scacciapensieri gioca un ruolo fondamentale nel disco arrivando a diventare il secondo strumento più importante dopo la chitarra. “Lo scacciapensieri è un ottimo strumento quando viene usato con moderazione, preferibilmente su canzoni che hanno il pericolo marchiato su tutto il loro corpo”. E poi c’è The Partisan, che con la sua fierezza composta, illumina il Cohen più politico in questo splendido adattamento di Complainte du partisan di Anna Marly con parole originali del partigiano francese Emmanuel d’Astier de La Vigerie, detto Bernard. Con la sua storia di alienazione e determinazione eroica, questa allegoria della Resistenza ha una circolarità temporalmente cosmopolita – un canto sulla lotta contro i nazisti, cantata da un ebreo franco-canadese in inglese, quasi trent’anni dopo la sua composizione. Un brano che celebra la bellezza del pericolo e il romanticismo del sacrificio. Le azioni di un partigiano che, dopo aver perso moglie e figli, prende le armi per espellere la minaccia nazista dalla sua nazione, vivono di una potenza che va ben oltre la vendetta, forti della vicinanza degli amici che sono al suo fianco. La presenza di elementi propri del pensiero combattivo francese risalenti alla rivoluzione del 1789 – libertà, uguaglianza e fratellanza, l’unione fra le diverse classi sociali, la lotta per la libertà contro l’assedio tedesco – permettono di non semplificare la visione che Cohen ha della guerra, un campo minato non solo di morte ma anche luogo dove può nascere un sentimento fraterno, una comunanza quasi armoniosa.

Una tappa dopo l’altra, sfuggendo la valanga

I tempi sembrano maturi per un tour di ampio respiro. Nel 1970, Bob Johnston, nel ruolo di organizzatore e tuttofare, accompagna Cohen per città e teatri, parchi e palazzetti, trasformando quella che era una già importante amicizia in una fratellanza sincera. Nove spettacoli in otto città europee in due settimane: si inizia con un ritmo serrato, alimentato da droghe pesanti come LSD e Mandrax. Cohen concepisce la band come un piccolo esercito – e lo ribattezza The Army – alla cui testa c’è un condottiero spesso vestito con una divisa da safari e una frusta di pelle in mano. Quel capo banda ovviamente è il canadese, ormai un istrione in costante mutamento.

La scaletta dei concerti può variare ogni sera così come il comportamento provocatorio (e alterato dagli acidi) del canadese che alle volte si lancia in strani gesti di pace, come nel giorno della sparatoria alla Kent State University quando decide di dare il benvenuto al pubblico con un inaspettato saluto nazista, facendo adirare tanto la folla quanto i suoi musicisti.

I concerti londinesi furono invece animati da una quieta armonia: all’Institute of Contemporary Arts lesse le sue poesie e suonò per due serate alla Royal Albert Hall, sold out poco dopo l’annuncio dei concerti: una risposta logica al successo enorme che i suoi dischi avevano avuto in terra inglese (il primo album era diventato disco d’oro e il secondo stazionò per settimane nei piani alti della classifica). Durante l’estate del 1970, in luglio, Cohen e la sua armata volarono in Francia per suonare in alcuni festival: uno di questi era nel sud della regione, qualche chilometro fuori Aix-en-Provence. Alloggiavano in una vecchia locanda di campagna con un bel maneggio, nella zona periferica della città.

Sebbene Cohen e i suoi musicisti non potessero ancora rendersene conto, quel festival – che si articolava su tre giorni di fitti concerti tra band e ospiti internazionali come Mungo Jerry e Johnny Winter – si stava tramutando in una mini-Woodstock gallica: moltissimi ragazzi, rifiutandosi di pagare 55 franchi per il biglietto, sfondarono gli steccati per entrare. I contestatori allertarono il prefetto locale che mandò sul posto orde di poliziotti in tenuta antisommossa. All’oscuro di tutto, Leonard e la sua Army trovarono la strada che portava al festival bloccata da un gruppo di hippy francesi. A svariati chilometri dall’arrivo, sempre troppi per camminare con gli strumenti, Bob Johnston propose di risolvere il problema utilizzando i cavalli della locanda. L’idea piacque talmente tanto a tutti che lungo il tragitto pensarono di entrare in scena direttamente in groppa agli stalloni. Il loro ingresso mandò in paranoia gli organizzatori del festival che, disperati, si agitavano sotto quel precario palco, temendone il crollo. Il cavallo di Cohen, rifiutandosi di andare oltre, ottenne un calcio “nel culo” regalatogli da Bob Johnston che gli fece così raggiungere il centro della scena, come racconta Sylvie Simmons in I’m your man. Vita di Leonard Cohen. Seguirono schiamazzi, offese, lancio di bottiglie; Cohen invitò dapprima i suoi contestatori al dialogo, poi, di fronte all’ennesimo tumulto, si disse pronto a combattere, con la sua armata. Kris Kristofferson, che era stato fischiato pochi giorni prima, si trovò in soggezione dinanzi a Cohen: “Ha fatto la cosa più dannata che tu abbia mai visto: ha incantato la bestia. Una voce solitaria e addolorata ha fatto quello che alcuni dei migliori rocker del mondo avevano provato per tre giorni, fallendo”. Quella notte Cohen incarnò lo spirito mondiale della controcultura, realizzando di non aver paura di niente, sicuro dei suoi numeri da esperto showman, sospeso nell’equilibrio fra spontaneità e malizia.

Una nuova maturità, frutto anche delle esperienze di quel tour memorabile, lo porta nel 1971 a pubblicare Songs Of Love And Hate, un disco incredibilmente scuro, simile al precedente, ma più cinico, scritto da un uomo ancora più stanco del mondo. La durata dei brani va dilatandosi, aprendo a nuove atmosfere, l’eleganza sembra il comune denominatore del disco. Spuntano gli archi, seppure nudi e nervosi, i testi si fanno gelide fotografie di una vita vissuta alla ricerca di relazioni sincere mentre crollano le amicizie, si sgretolano gli amori; Cohen ne esce come un personaggio distrutto dell’epica greca, che prima di svelarsi come artista si spoglia davanti al suo pubblico come uomo. Tra il blocco dello scrittore e i problemi seguiti ai primi successi, la sua depressione stava aumentando e temendo potesse diventare contagiosa, così si lamentava “le persone dicono che sto facendo deprimere una generazione, la chiamano musica per tagliarsi i polsi”.

Songs Of Love And Hate vede la luce grazie alla produzione impeccabile di Bob Johnston, famoso per il lavoro svolto con Bob Dylan e Johnny Cash alla Columbia di New York, e che aveva già prodotto il debutto del Nostro. Il loro è un idillio professionale e umano che permette a Cohen di vivere con estrema serenità le sessioni in studio dove è solito accendere candele profumate e bastoncini d’incenso.

Viene da chiedersi chi sia veramente il Cohen di Songs Of Love And Hate. Un uomo di trentasette anni, col volto emaciato, lontanissimo da quel ragazzino delle prime fotografie pubblicitarie che accompagnavano le raccolte di poesie durante gli anni universitari. Leonard Cohen si fa uomo e bestia, nelle righe gelide di brani come Famous Blue Raincoat o Avalanche. La sua chitarra acustica brilla sopra cupissimi archi orchestrali e la tensione vocale si disintegra fragile ed esausta. Le anime che popolano i brani sembrano togliere il respiro a un uomo dall’animo dissezionato. È un oceano di malinconia e commozione, di lirismo altissimo e sincera gratitudine per una vita difficile, senza la quale forse non avrebbe potuto trovare la forza di combattere.

Songs Of Love And Hate si trasforma subito nello scacco matto che lancia Cohen nell’universo dei grandi cantautori: osannato da critica e pubblico, descritto come uno degli album più intensi e feroci del canadese, ancora oggi sembra regalare ispirazione alla futura leva cantautorale. Quarantaquattro minuti e diciassette secondi volano via immersi nelle storie del bardo di Montréal, per un disco che fa dell’essenzialità la propria cifra stilistica: chitarra, voce, archi, cori rarefatti. E i due poli, amore e odio, a dettare le coordinate di una mappa leggendaria. Se l’album di debutto ci presenta il Cohen romantico e Songs From A Room il Cohen filosofo, in questo disco a emergere è soprattutto il Cohen pessimista. L’amore del disco è un amore rotto, cupo, triste. Non mancano certo le chitarre né i cori femminili ma rispetto al passato, vengono qui utilizzati con moderazione. Il disco invita definitivamente l’ascoltatore a prestare massima attenzione ai testi, che si fanno sempre più criptici, intricati, votati a giochi di parole talvolta indecifrabili. È il caso di Famous Blue Raincoat, scritta in forma di lettera e “firmata” dallo stesso autore (Sincerely, L. Cohen). Il pezzo fotografa un triangolo amoroso sullo sfondo di una fredda e impassibile New York di fine dicembre. Il tormento e la tristezza di chi realizza l’epilogo di un amore e un’amicizia tradita arrivano come una sentenza: “Hai offerto alla mia donna solo una scheggia della tua vita/e quando lei è tornata non era più la moglie di nessuno/io ti vedo lì, con la rosa tra i denti/un altro esile ladro zingaro/bene, vedo il risveglio di Jane/che ti manda i suoi saluti/cosa posso dirti fratello, mio assassino/cosa posso dire?/Forse mi manchi, forse ti perdono/sono contento ti sia messo in mezzo/se mai verrai qui per Jane o per me/sappi che il tuo nemico dorme e la sua donna è libera/e grazie per le ansie che le hai levato dagli occhi/io pensavo sarebbero state lì per sempre e così non ci ho mai provato”.

L’amore delle otto canzoni del disco comprende il tormento fisico (Last Year’s Man), quello emotivo (Famous Blue Raincoat), quello spirituale (Joan of Arc), fino ad arrivare all’odio più viscerale in brani come Dress Rehearsal Rag e Avalanche, così impenetrabile per la densità delle immagini e così accecante per il rigore immacolato della sua melodia. Proprio nella plumbea Avalanche, che racconta di amori dannati, dipendenze e perdizione, Cohen esamina con fare chirurgico il disgusto di sé e il dolore che la depressione infligge agli altri. Nel disco è la canzone per eccellenza perché attraversa entrambi i cardini dell’opera: non c’è odio senza amore. Il narratore catalettico del brano – che è al tempo stesso la personificazione quasi caricaturale del disordine di Cohen – si contorce e si stupisce del terrore soffocante che vede e simultaneamente distrugge ogni cosa intorno a sé, allo stesso modo della valanga in cui è inciampato, “I stepped into an avalanche, it covered up my soul”.

Il suono dell’album è pulito, ordinato, maturo. Se la produzione di Bob Johnston è misurata, lo è con uno scopo alla base: quello di lasciare che siano la voce e la chitarra di Cohen a raccontare storie, usando i musicisti per una intelligente, emotiva punteggiatura sonora unita all’uso di un coro di bambini che appare particolarmente ispirato e dotato di un grande equilibrio.

©Michael Putland

Dopo il famoso tour del 1970, il primo che lo vede esibirsi negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, dove appare al Festival dell’Isola di Wight, nel 1972 parte di nuovo all’avventura da Dublino e conclude a Gerusalemme passando per la Royal Albert Hall di Londra, per Stoccolma, Amsterdam, Copenhagen, Vienna, Berlino, Parigi e Tel Aviv. Questo secondo tour, caratterizzato da uno stato d’animo precario, è immortalato dal filmaker Tony Palmer che nel documentario Bird On A Wire, cattura gli sbalzi d’umore, le crisi di pianto e le confessioni a cuore aperto del musicista. Un classico imperdibile, creduto perso per decenni e poi riscoperto nel 2010.

Bird on the Wire racconta il cantautore al culmine della sua fama dando spazio tanto al backstage quanto alla sala da concerto; la presenza scenica di Cohen rivela un giovane uomo solitario, fragile e caustico ma allo stesso tempo attento al suo pubblico e costantemente alla ricerca di un’intimità condivisa. Nella sua opera, Palmer offre diversi momenti in cui il troubadour interrompe il live per cercare di ascoltare ciò che un membro del pubblico gli sta urlando, attimi di scontro con i fan tedeschi insoddisfatti della performance per colpa di un amplificatore rotto. E ci viene mostrato anche un Cohen sempre meno facile da gestire, giorno dopo giorno.

A Berlino salta in mezzo alla folla per baciare appassionatamente una giovane donna – un bacio lunghissimo, profondo – per poi finire rannicchiato sul pavimento, abbracciato collettivamente dal suo pubblico. Ma mentre alcuni colleghi si comportavano allo stesso modo senza provare vergogna, Cohen si rivolge solennemente al regista nel backstage e se ne esce con un “Dio ci salvi! Mi sono disonorato, Tony!”.

Il suo comportamento freddo si disintegra ulteriormente ad ogni tappa, la fatica e la stanchezza rendono ogni notte più dura e lo portano a una frattura emotiva e agrodolce, come testimonia il pianto incontrollabile durante il concerto a Gerusalemme. In quell’occasione, gli applausi del pubblico subito dopo aver attaccato Bird on the wire lo infastidiscono a tal punto di minacciare di chiudere il concerto e rimborsare ai presenti i soldi del biglietto:

Io apprezzo davvero moltissimo che abbiate riconosciuto la canzone ma sono abbastanza impaurito in questo momento. Penso che qualcosa di sbagliato stia per accadere ogni volta che iniziate ad applaudire. Se avete riconosciuto la canzone, potete semplicemente agitare le mani? Mi piacerebbe davvero vedervi agitare le mani. Spero che abbiate pazienza con me. Queste canzoni divengono una sorta di meditazione e io a volte non riesco a lasciarmi inebriare dai brani e mi sento come se vi stessi imbrogliando. Ci provo un’altra volta, ok? E se non funziona, mi fermerò a metà del pezzo. Non c’è ragione per cui dovremmo mutilare una canzone solo per salvarci la faccia ma stasera va così…
da Various Positions: a life of Leonard Cohen, di Ira B. Nadel, 1996

Agitato e in lacrime, lascia il palco pregando i suoi collaboratori di rimborsare subito il pubblico. La droga e la pressione di eseguire il concerto finale del tour nella città santa di Gerusalemme sembrano contribuire a quello stato alterato. Palmer insiste sugli occhi di Cohen, impauriti e lacrimosi, mentre quel canadese magrissimo pare voler scomparire nella poltrona del camerino. In quei momenti di crisi, emerge la quieta armonia dei compagni di tour, propria di una famiglia che tende a proteggere l’elemento più debole. Solo più tardi Cohen realizza di aver bisogno di farsi la barba, per placare quell’ansia tremenda, come gli consigliava sempre la madre quando, da ragazzino, si sentiva nervoso. Frugando nella custodia della chitarra in cerca del rasoio, trova un pacchettino con alcuni allucinogeni usati nelle date precedenti del tour. Come nella cerimonia dell’Eucarestia, distribuisce a ogni membro della band una piccola porzione di acido. Si fa la barba, fuma avidamente una sigaretta e riprende il suo palco, accolto da un tumulto gioioso. L’LSD gioca il suo ruolo, Cohen inizia a suonare ma poco dopo scoppia in lacrime mentre sta cantando un’intensissima So long, Marianne: racconterà poi di aver avuto una visione dell’amata musa, che lo ha scosso e lo ha portato alle lacrime. Quando si volta verso i ragazzi della band, scopre che l’emozione di quel momento ha toccato anche loro, per un pianto condiviso.

Durante la tappa in Israele decide di esibirsi al mattino in case di cura per malati mentali. In quelle occasioni Johnston perde spesso la calma, perché i pazienti battono il ritmo sui tavoli, gridando come forsennati. Quando le cose prendono una brutta piega, Cohen smette di cantare, si avvicina ai soggetti più irrequieti e parla loro con infinita dolcezza, fino a farli calmare. “Non c’era da stupirsi che con quelle persone se la cavasse così bene”, dirà poi Johnston con bonaria ironia, “era più matto di loro!” (da A Broken Hallelujah: Rock’nroll, Redemption and The Life of Leonard Cohen di L. Liebovitz, 2014). Bird on a Wire non è solo un documentario musicale, è un viaggio psicologico ed emotivo che riguarda la redenzione, l’arrampicata libera dalla valanga della disperazione.

Parallelamente alla produzione musicale, anche l’attività letteraria di Cohen non sembra volersi fermare. Nel 1972 viene pubblicato The Energy of Slaves, che riunisce una selezione dei primi due volumi di poesie. Nello stesso anno la sua compagna Suzanne, dà alla luce il loro primo figlio, Adam, oggi musicista e produttore mentre Lorca arriverà due anni più tardi.

“When I heard the ladiesman was dead I saw the rolling stone stop moving”

Father John Misty, Only Son of The Ladiesman

Dopo una pausa di una manciata di anni, nel ’74 Cohen viaggia in Europa e visita anche Roma per promuovere i suoi romanzi. Alla Sapienza, il professor Agostino Lombardo, titolare della cattedra di Letteratura angloamericana, su suggerimento dei suoi giovani assistenti, ha la brillante idea di invitare il poeta e autore canadese che proprio in quei giorni si trova nella Capitale per un incontro su The Favourite Game. Per la stragrande maggioranza degli studenti però Cohen è solo il cantautore che ha dato vita a Suzanne. L’incontro viene organizzato nell’arco di ventiquattr’ore, con un passa parola che funziona perfettamente. L’aula I è stracolma quando il canadese comincia a leggere le sue poesie davanti la lavagna su cui campeggia una grande scritta: “A morte i fascisti”. Ma tutti sono intenti a fissare quella chitarra appoggiata sulla cattedra, con la speranza che Cohen regali loro almeno una canzone. Nel tripudio generale, dopo aver letto alcuni dei suoi componimenti, intona prima Suzanne, poi Avalanche e Famous Blue Raincoat per tutti quegli sguardi sognanti di fronte a lui. Una volta finito di cantare, nota una scritta enorme tutt’intorno all’emiciclo dell’Aula Magna, “Amore fammi venire con la rivoluzione”. Domanda cosa significhi e una volta avuta la traduzione, decide di regalare ai presenti un’improvvisazione su quelle parole che tanto gli sono piaciute. Pare che nei mesi successivi, fra i corridoi dell’università, non si sia parlato d’altro.

Fra quei ragazzi c’è anche Antonello Venditti che, complice un’amica, attacca bottone con Cohen; il cantautore, che viene ospitato per una settimana a casa della ragazza, conosce Venditti, che aveva già all’attivo qualche album. I due si frequentano quotidianamente parlando di musica, suonando e andando in giro per la città eterna. Una volta, presenziando a un concerto di Piero Ciampi che Cohen aveva conosciuto (e apprezzato) a Parigi, incontrano Francesco De Gregori, grande ammiratore del canadese, e finiscono la serata a bere Chianti dai fiaschi e a commuoversi ascoltando un disco di Joni Mitchell.

In quello stesso anno si mette al lavoro per un nuovo disco, New Skin For The Old Ceremony, un primo vero passo verso il cambiamento musicale; come recita il titolo stesso il nuovo obiettivo di Cohen sembra proprio quello di cambiare la superficie, la sua pelle, mantenendo intatti i contenuti. Quelle del disco sono canzoni più ariose, quasi funky come in Is It What You Wanted, esternazione autoironica di lamentele con un ritornello dal ritmo sempre più accusatorio (“Ed è questo ciò che volevi? Vivere in una casa infestata dal fantasma di te e me?”). Nel brano, che rappresenta un dialogo instaurato con l’amante ideale, sentiamo quella voce miracolosamente intima diventare più aggressiva e conflittuale, espressiva e sicura dei propri mezzi, senza perdere la sua accattivante spontaneità.

©Tom Hill/WireImage

La produzione, affidata al trentunenne John Lissauer, lascia da parte l’essenzialità degli accompagnamenti dei primi lavori di Cohen, per dare ai brani un supporto orchestrale più articolato: arrivano così banjo, mandolini, clarinetti, archi, congas e ottoni.

Il rapporto tra i due segna un nuovo modo per Cohen di ripensare la propria musica: Lissauer è un giovane alle prime armi nel mondo della produzione, ha un background jazz ed è pronto ad aggiungere una molla al passo del canadese. Si racconta che un giorno, durante le registrazioni del disco, Cohen suonò il campanello di Lissauer per farsi tirare dalla finestra le chiavi del portone. Nell’attesa di qualche minuto, Cohen incontrò un fattorino che doveva consegnare delle pizze alla vicina di pianerottolo di Lissauer. Dopo averle pagate, il canadese prese le chiavi ed entrò nel palazzo ma prima di raggiungere il suo collega, consegnò le pizza alla vicina. Il caso volle che questa fosse una sua grandissima fan e, trovandosi alla porta Leonard Cohen con il cartone della pizza in mano, dette di matto cominciando a urlare a squarciagola. Storie di altre tempi, altri cantautori.

New Skin for The Old Ceremony è uno degli album più musicali della sua carriera. La voce è più tesa rispetto al passato, la pronuncia è scandita con grande passione e i testi sono colmi di immagini astratte ma piene di colori vivaci, grazie anche alla metafora costante dell’amore e delle relazioni come campi di battaglia (There Is A War, Field Commander Cohen). Ad emergere prepotentemente è la litania agghiacciante di suicidio e morte di Who By Fire (ispirata alla seconda strofa del poema ebraico Untaneh Tokef), grazie all’eccellente controparte delle voci femminili, un coro classico alla maniera dei greci. Cohen appare come un sopravvissuto alla magia dell’amore e della morte nel bellissimo finale affidato a un gioco di fughe quasi classico. In There Is A War studia il conflitto tra uomo e donna, alla ricerca della parità ed esorta a tornare in guerra in modo da gettare anima e corpo nelle situazioni difficili, immergendosi in esse, affrontandole, per uscirne, una volta per tutte. Lover lover lover o la splendida Take This Longing, appartengono alla schiera di canzoni d’amore in cui il cantante ancora una volta è in balia di una donna. O del suo ricordo, come accade in Chelsea Hotel #2: “Mi ricordo bene di te al Chelsea Hotel, eri famosa, il tuo cuore una leggenda, mi ripetesti che preferivi gli uomini belli, ma che per me avresti chiuso un occhio”, una canzone che rispecchia i canoni classici della country song e permette l’incontro di leggende: quella dell’hotel più rivoluzionario di New York, quella di una famosa cantante – Janis Joplin – e quella di un artista non bello, ma capace di spezzare cuori con le parole, la voce e il suo fascino non convenzionale.

New Skin for the Old Ceremony suona come un album di rottura – personale e artistica – anticipando la separazione di Cohen da Suzanne Elrod, madre dei suoi due figli, che avverrà qualche anno più tardi.

Poco dopo l’uscita dell’album, Lissauer e Cohen si mettono nuovamente al lavoro e registrano una serie di brani per il futuro album del canadese, dal titolo Songs for Rebecca. Registrato tra la fine del 1974 e l’inizio del 1975, quel disco però non ha mai visto la luce, abbandonato dallo stesso Cohen per questioni che tirano in ballo il suo manager e un famoso ed eclettico produttore molto in voga al tempo.

I problemi nello sfornare grandi hits stavano infatti preoccupando la Columbia e, sebbene godesse di una grande popolarità in Europa, Cohen non aveva ancora raggiunto quel successo americano che la casa discografica si aspettava. Consigliato – o sarebbe meglio dire convinto – dal manager e avvocato di allora Martin Machat, si affidò a una mente folle come quella di Phil Spector, il mono man, l’architetto del Wall of Sound degli anni Sessanta.

Dall’esperimento con Spector esce nel 1977 Death Of A Ladies’ Man, uno degli album più bistrattati dalla critica e dai fan, nonché portatore di strascichi polemici per i problemi sorti fra i due durante i mesi di registrazioni. Spector era naturalmente avverso al minimalismo che aveva contraddistinto i precedenti arrangiamenti dei dischi di Cohen. Leggenda vuole che, poco prima di terminare la registrazione delle parti cantate, il produttore si sia barricato nello studio protetto dalle sue guardie del corpo armate, impedendo a Cohen di partecipare al mixaggio. Per questo motivo il poeta canadese non esitò a esprimere il suo disappunto per canzoni che avvertiva come estranee, definendo la produzione del disco una “catastrofe”. Quel disco che invece, a tanti anni dalla sua pubblicazione, combina perfettamente il meglio del Wall of Sound di Spector con le inclinazioni poetiche di Cohen.

Tutti quei vocals graffiati, e Phil che faceva il mixaggio in segreto, sotto scorta armata. Per far valere le mie ragioni avrei dovuto reclutare un esercito sul Sunset Boulevard oppure lasciar perdere completamente. Ovvio: lasciai perdere

Con questo album il bardo di Montréal rispolvera il suo passato di poeta beat: in Death Of A Ladies’ Man si vive lo sbando, la polemica contro ogni convenzione sociale, l’immaginario degradato di bordelli nascosti, tutta l’esaltazione creativa mista a ironia e guizzi da clown. Il sesso, per il canadese, sembra essere rimasta l’unica forma di gioco fra adulti. Cohen sorride dietro la maschera del Casanova, liberandosi di quell’imprinting filosofico che fino a quel momento lo aveva contraddistinto e sembra volerci dire “sono un dongiovanni, amo il sesso e le donne, ballate con me”. Una summa enciclopedica dell’amore sviscerato e viscerale che il seduttore Cohen ha vissuto nei suoi anni migliori.

Tutto quell’amore che divora, disintegra l’animo, tutto il desiderio di una Lei che cambia di notte in notte, il tempo insieme e la distanza da quel corpo, insomma un amore schizofrenico e senza controllo.

Nonostante le disastrose recensioni della critica specializzata e la delusione del pubblico più affezionato, nel 1978 Cohen pubblica la raccolta di poesie (dal titolo quasi sovrapponibile a quello del disco) Death of a Lady’s Man, che presenta i temi ricorrenti di amore, sesso, religione e depressione. Si svela qui nelle sue molteplici forme di popstar, artista fallito, rivoluzionario, marito imperfetto. La spinta principale sembra essere proprio il rapporto naufragato con la moglie Suzanne e la fine del loro matrimonio: una raccolta frammentata così come appare il suo autore quando confessa “Darling, I’m afraid we have to go to the end of love”. Sfacciato, fragile, tenero, in questo libro è in atto una battaglia tra i molteplici mondi in cui l’artista di Montreal è sempre stato diviso.

Ma Cohen non si lascia scoraggiare dall’esperienza avuta con Spector, la sua produzione fortunatamente non si arresta e nel 1979 arriva Recent Songs, che a dispetto delle scarse vendite, è un capolavoro di innovazione ed equilibrio. Coadiuvato da Henry Lewy (in passato già al lavoro con Joni Mitchell), il cantautore racconta il proprio viaggio nell’immensa arena delle religioni. L’artista, che non ha mai dimenticato le proprie origini ebree, ha spesso cercato sollievo in disparate dottrine mistiche, arrivando persino a far parte di Scientology seppur per un breve periodo, prima di approdare al buddismo zen. In Recent Songs Cohen può contare sull’apporto di un gruppo fusion, i Passenger di quel Garth Hudson – già forza motrice nel gruppo rock The Band -, di un violinista armeno, del suono mediorientale dell’Oud, di una banda mariachi, e dell’inconfondibile voce femminile di Jennifer Warnes, conosciuta nel 1971 e da allora sempre presente nei suoi dischi, prima come corista e poi come arrangiatrice vocale.

Con questo album il cantautore trova finalmente il giusto equilibrio tra adattamenti sontuosi e un gusto minimale che permette alle canzoni un più ampio respiro. La scrittura si è fatta più amara e la consueta fusione di immagini religiose e sessuali trova all’interno dell’album un’eleganza suggestiva e dolorosa. Gli accenti che arrivano dall’Est colorano i ritmi dell’Occidente, mentre i simboli medievali e il linguaggio moderno si combinano per lasciare libere le canzoni nel tempo e nello spazio. Sebbene gli album di Cohen non si muovano esattamente per tematiche, possiamo trovare alcune fondamenta comuni in una simbologia ricorrente. È il caso di questo disco che vive di immagini familiari grazie alle quali emerge anche una certa unità tematica fra i brani.

La voce di Cohen e la grazia del violino dolorante e gypsy di Raffi Hakopian disegnano geometricamente l’atmosfera di The Guests mentre le armonie stratificate di Jennifer Warnes si intrecciano e si riempiono di bramosia: “E nessuno sa dove stia la notte/e nessuno sa perché il vino scorre/ O amore, ho bisogno di te, ho bisogno di te, ho bisogno di te adesso”. Gli ospiti – indesiderati ma non del tutto sgraditi – sono i fantasmi di amori passati e ciò che aspettano diviene chiaro in The Window, un pezzo d’accompagnamento a tempo di valzer, : “Oh, che sia benedetta la continua balbuzie della parola che si fa carne”. Per Cohen, il mistero sessuale e la transustanziazione – la conversione della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo – sembrano inestricabilmente legati.

E se The Gypsy’s Wife – scritta per Suzanne Elrod dopo la fine del loro legame – mostra l’uomo abbandonato come un naif assediato, The Traitor dipinge un soldato chiamato nuovamente alle barricate per difendere i suoi ideali. Quando canta “Sono venuto da tanto lontano per la bellezza. E mi sono lasciato così tanto alle spalle. La mia pazienza e la mia famiglia. Il mio capolavoro non firmato”, in Came So Far For Beauty, Cohen si mette completamente a nudo. Lui che ha trascorso tutta la vita alla ricerca della bellezza – nella prosa, nella poesia, nei testi delle canzoni, nella ricerca della donna ideale – ha anche “fatto tanta strada” raggiungendo grandi soddisfazioni; eppure è ben consapevole di aver “lasciato molto indietro”, la sua pazienza, la sua famiglia, il suo “unsigned masterpiece”, probabile riferimento al grande romanzo che avrebbe potuto scrivere se non avesse iniziato a fare il musicista. Il tono sembra di rammarico, come se tutte le conquiste di quegli anni non potessero compensare ciò che è rimasto indietro, perduto forse per sempre. La sensazione che Cohen abbia spesso sofferto per la scarsa considerazione riscossa a livello letterario, ha reso i suoi brani piccoli testamenti pieni di dolore e onestà.

Il poeta è nudo, nudo con i suoi versi di fronte al mondo.

Sperimentazioni, tra un valzer e un alleluia

Con la morte del Casanova, come si era autoproclamato solo qualche anno prima, Cohen dà inizio a una stagione di sperimentazioni artistiche e cambiamenti radicali nella propria vita.

La resurrezione comincia da una tastiera Casio, comprata a buon mercato a Manhattan, il cui preset metallico gli permette un nuovo modo di scrivere: per lui il sintetizzatore assume quasi la forma di un giocattolo che gli permette di creare canzoni con ritmi che non poteva ottenere con la chitarra. Basta premere un pulsante per ottenere sonorità da tango, rock lento, valzer, paso doble, polka o reggae.

Nel 1984, assieme alla pubblicazione della raccolta di poesie Book of Mercy, esce Various Positions, una sorta di cantico degli innamorati in cui la voce di Cohen trasuda una calma quasi spirituale, profonda ma anche piena di un gran senso dell’umorismo. Se Book Of Mercy – espressione massima della spiritualità ebraica – è una raccolta di cinquanta preghiere e salmi, l’album forma quasi l’altra metà di un dittico con il libro, ognuno dei quali riecheggia immagini e idee dell’altro. Un disco che si basa sulla forza delle sole canzoni, le cui melodie sono incredibili, anche se serve del tempo per abituarsi al nuovo sound. Gli arrangiamenti sono buoni, ma per ragioni legate a mancanza di budget e scarso sostegno da parte della casa discografica, sono realizzati interamente con i sintetizzatori. La Columbia Records decide inoltre di distribuirlo solo in Canada e in Europa, non ritenendolo abbastanza valido per la pubblicazione negli Stati Uniti.

Il brano If It Be Your Will anticipa il futuro di Leonard come monaco buddista, quando assume il nome di Jikan (il silenzioso): “Se è tua volontà ch’io non parli più e la mia voce sia muta come lo era un tempo io non parlerò più attenderò sinché non si parli per me se è tua volontà”, un’apertura che è una dichiarazione d’intenti. Appare poi impossibile non sciogliersi di fronte allo turbamento poetico e lussurioso di Dance Me to the End of Love che già nella scelta del titolo, esprime una forza in grado di rovesciare i canoni più classici del sentimento amoroso.

Tradurlo troppo alla lettera (conducimi fino alla fine dell’amore) ci farebbe perdere un significato ben più alto: Cohen, usando il verbo to dance in modo inusuale – da intransitivo a transitivo – passa l’azione dal soggetto all’oggetto, e nell’amore l’atto di danzare non separa più i due protagonisti ma li unisce corpo a corpo in un legame fortissimo e unico. Si dimostra qui maestro della parola, della struttura poetica di un verso, rivoluzionario e pronto ad andare oltre le regole imposte dalla grammatica. Cohen prosegue la sua ricerca, basata su temi che si evolvono nel tempo ma restano sostanzialmente gli stessi. Per poi far ritorno sempre lì, al mistero insoluto dell’intreccio fra materia e spirito, corpo e mente, sessualità ai limiti dell’osceno e ricerca religiosa.

Se è vero che in questi anni Cohen si è dedicato alla creazione di una mitografia personale, va anche sottolineato come la stessa non possa che realizzarsi nel fabbricare un io poetico, narrativo e lirico, magari libero e distante da quello anagrafico. È proprio in questo disco, il settimo dei suoi quattordici – il baricentro della sua discografia – che Cohen focalizza esternamente un personaggio compiuto e perfettamente sceneggiato. Ed è a quel personaggio che fa cantare la leggenda, come a volersi distaccare da un’eredità troppo grande per essere contenuta in una singola canzone.

All’interno del disco infatti troviamo la celeberrima Hallelujah, che solo svariati anni dopo l’uscita dell’album, si trasformerà nel brano più coverizzato al mondo. Bob Dylan è uno dei primi a riconoscerne la grandezza, poi è la volta dell’ex Velvet Underground, John Cale che la canta nell’album tributo a Cohen fino alla cover più conosciuta, quella ad opera di Jeff Buckley del 1994. Sarà proprio questa versione a crearne un culto, innescando una pratica devozionale che spesso ha ridotto il carico emotivo del brano, ormai divenuto semplice inno citato in tutte le occasioni, dai matrimoni ai funerali, passando irrimediabilmente per sottofondo sonoro in programmi televisivi.

Curioso pensare che inizialmente il brano, a cui Cohen aveva lavorato per anni, arrivando a scriverne circa ottanta versioni, non colpì il presidente della CBS Walter Yetnikoff che considerava l’album un abominio: “Cos’è questa roba? Questa non è pop music. Non lo pubblicheremo mai, è un disastro”.

Cohen ha sempre sostenuto quanto la parola stessa hallelujah evocasse abbondanza, e trasmettesse un’energia speciale una volta gettata in faccia alle catastrofi. Il brano, intriso di riferimenti biblici (re Davide, il Signore, il Trono) e sessuali, è un gioco di sottintesi e allusioni. Quando Cohen canta “la tua fede era salda ma avevi bisogno di una prova, l’avevi vista mentre faceva il bagno sulla terrazza, la sua bellezza e la luce della luna ti avevano sopraffatto” si riferisce all’episodio biblico di Davide e Betsabea, una storia di potere, lussuria e gelosia. L’abuso di potere in nome del desiderio porta a omicidi, intrighi, e fallimenti. La sessualità espressa dal testo trova il suo apice in un’immagine di tortura e libidine, tratta dalla storia di Sansone e Dalila in cui entrambi gli eroi biblici sono portati al disastro, sulla scia di un amore proibito.

Insomma, le storie sacre sembrano continuare ad illuminare l’esperienza quotidiana degli innamorati. E qui non sono solo i due amanti che combattono e litigano ma è una battaglia tra forze buone e cattive, tra desideri contrastanti. Quando Cohen evoca Davide e Sansone non sembra concentrarsi sul loro ruolo biblico ma li vede piuttosto come un promemoria per cui lo stato umano è fondamentalmente imperfetto e rotto. Gli eroi biblici si innamorano delle donne che dovrebbero evitare. Anche loro, come noi, sono umani. Cohen sottolinea così che la dimensione salmistica della canzone si trova proprio nel collegare l’umano e il celeste, nel trovare il sacro nel profano, e questo elogio, nel mostrarsi imperfetto dovrebbe essere accettato come tale.

È in quell’imperfezione che sta la nostra possibilità di salvezza.

Il brano ha sempre trascinato con sé una fortissima ambiguità circa il reale significato della sua invocazione; c’è chi ne ha dato un’interpretazione religiosa e chi una terrena ma pensare di poter scindere la devozione spirituale dall’estasi sessuale appare quanto mai complicato in una canzone di Leonard Cohen.

Al riguardo, proprio Jeff Buckley aveva un’idea ben precisa, “Chiunque ascolti chiaramente Hallelujah scoprirà che è una canzone che parla di sesso, di amore, della vita sulla terra. L’alleluia non è un omaggio a una persona adorata, a un idolo o a Dio, ma è l’alleluia dell’orgasmo. È un’ode alla vita e all’amore”.

Hallelujah mostra ciò che ha reso Leonard Cohen così grande e amato: nella sua sintassi amorosa troviamo la dolce fatica di un desiderio in declino trasformatosi nell’atto di scrivere una canzone: si realizza che l’amore non è la vittoria, ma la sconfitta (And love is not a victory march / It’s a cold and it’s a broken Hallelujah) di chi si abbandona all’altro, pronto a tutto per un amore senza egoismi.

©Dominique Isserman

Gli anni Ottanta lo vedono trasformarsi in figura iconica dello star system – recita anche in un episodio di Miami Vice, convinto dal figlio Adam, grande fan dello show, nel ruolo di Francois Zolan, un dirigente del servizi segreti francesi impegnato in un’operazione illegale – e si concludono brillantemente con I’m Your Man del 1988.

Cohen sta rigenerando se stesso: il suo baritono si fa particolarmente profondo (“non è una strategia, penso siano le sigarette e il whiskey”), e il suo humour impeccabile (“Io sono nato così”, brontola in Tower of Song, “non ho scelta, sono nato col dono di una voce dorata”: quel verso, a ogni concerto, scatena le risate del pubblico adorante).

Cohen avverte il bisogno di una certa leggerezza – che cercherà appunto nel sound del disco – per navigare nel terrificante mare delle tematiche affrontate nell’album, tra fascismo, AIDS, olocausto, tradimenti e sconfitte politiche.

Dell’album fa parte anche Take This Waltz, un omaggio all’amatissimo poeta Federico García Lorca. Il testo infatti è un adattamento della poesia Piccolo Walzer Viennese (Pequeño Vals Vienés), tradotta in 150 ore, messa in musica da Cohen e resa corpo vibrante e teso, come quello di un ballerino di valzer. La voce si rivela fangosa e inconfondibile, poggiata su un sorriso sardonico: un valzer stilizzato, potente e diretto, come l’unione di due corpi vicini che condividono un ballo. Musicalmente qui Cohen gioca con la citazione indiretta, ereditando la struttura formale del valzer, con la misura di tre battiti (tre tempi), movimenti di linee di basso e progressione degli accordi. La musica non annienta le parole di Lorca, anzi le esalta, vestendole di una morbidezza intensa che si muove nei volteggi dei due amanti travolti dall’incanto del valzer. Due stranieri che per un attimo, o meglio sei minuti, si abbandonano al piacere di sentirsi a proprio agio, su una pista da ballo viennese che si fa bivio di tormenti e sogni spezzati.

L’album raggiunge quote di vendita molto buone, soprattutto nell’est Europa dove Cohen ha uno straordinario numero di seguaci, forse innamorati dell’atmosfera vagamente yiddish di molte sue canzoni, che si armonizzano con una certa cultura mitteleuropea e orientale. Nel disco troviamo un sacco di humour nero, brutale e trionfante, che allude alla rabbia provata da Cohen per la direzione che il mondo sta prendendo, un tema che sarà cruciale per l’album successivo. Ma fondamentale per questo capitolo musicale è l’inizio della fruttuosa collaborazione con Sharon Robinson, storica corista che si rivela anche fedele amica e ottima produttrice. Il risultato finale, in canzoni come Ain’t no cure for love e Everybody Knows, è quello di fondere un desiderio di trascendenza con un riconoscimento dei nostri difetti terreni, perché, come canta Cohen, “tutti sanno che la Peste sta arrivando, tutti sanno che si sta espandendo velocemente. Tutti sanno che l’uomo e la donna nudi sono solo uno splendente artefatto del passato. Tutti sanno che la scena è morta ma ci sarà un contatore sopra il tuo letto che svelerà ciò che tutti sanno”.

Moderno, sostenuto da synth e ritmi elettronici, adornato da un’orchestra di sax, archi e cori femminili, accoglie nei suoi brani abbastanza cohenismi da render felici i fan più devoti (tra fantasie impossibili e disastri futuri) e un’ottima dose di sperimentazioni da assicurare a chi lo critica che ha ancora molto da dire.

Il disco non solo riporta Cohen ai fasti delle classifiche ma gli permette anche di riempire teatri e palazzetti di tutto il mondo. In questi anni il suo calcare il palco diventa un piacere, si sente a casa, predilige cantare senza chitarra, si muove libero sul palco legato solo al microfono che stringe come fosse un trofeo conquistato con estrema fatica e quindi doppiamente prezioso. Nel documentario della BBC Songs from the life of Leonard Cohen, uscito nel 1988, ci sono interviste, filmati di famiglia nella nativa Montreal, immagini del ritorno a Hydra acclamato dagli isolani, confessioni dei colleghi più fidati e numerosi spezzoni di un perfetto live alla Carnegie Hall di New York. I settanta minuti di immersione nella vita e nel successo del cantautore mettono anche in risalto il rapporto con Jennifer Warnes, amica e corista conosciuta all’inizio degli anni Settanta. La meraviglia del contrasto o per meglio dire dell’incontro tra la voce cavernosa di Cohen e quelle morbidissima e lucente delle sue coriste, angeli terreni posti ad accompagnare la narrazione epica, permette un costante dialogo durante i concerti che trasforma i brani in duetti preziosi eliminando la cornice delle back-up singers come puro sfondo. La loro capacità di essere complementari, di sapere quando arriva il momento di lasciar respirare l’altro, è qualcosa di impareggiabile. Leonard Cohen è completamente padrone di ogni scelta mostrata nei live eppure c’è ancora un senso di totale stupore nel suo rapportarsi con le canzoni, tanto che ogni volta prova a trasformarle, a renderle altre da sé e dal suo bagaglio personale.

Il capitale umano di Leonard Cohen si arricchisce permettendo finalmente la ricerca della propria strada su una mappa immaginaria fatta di bellezza, passione e libertà. Nel suo non darsi mai delle scadenze rincorrendo la nota più giusta, quel secret chord tanto agognato, Cohen sembra aver trovato il perfetto compromesso con i demoni di una vita.

Waiting for the miracle in Mt. Baldy

All’inizio degli anni Novanta, la rilevanza della figura di Cohen viene ulteriormente sottolineata dall’album tributo I’m Your Fan del 1991 – una raccolta di cover firmate da artisti come Pixies, R.E.M., John Cale e Nick Cave. Un doveroso omaggio che consente anche al pubblico più giovane di avvicinarsi all’universo del troubadour canadese.

Dopo una pausa di quattro anni, nel 1992 esce The Future, disco che Leonard realizza mentre è all’apice della carriera – tanto che anche il cinema attinge dalla sua produzione come accade in America con Natural Born Killers di Oliver Stone (1994) e in Italia con uno dei capolavori di Nanni Moretti che vuole inserire in Caro Diario (1993) le note di I’m Your Man mentre il suo protagonista vaga in vespa ondeggiando tra i lotti popolari della Garbatella.

Con The Future, due volte disco di platino, Cohen illustra il malessere generale diffuso in un fin-de-siécle che corrisponde anche alla fine del millennio. Eppure il tono dell’album è sereno, a tratti gioioso rispetto al passato, segno che il cantante ha definitivamente superato la crisi personale e la profonda depressione che per anni lo ha afflitto.

La canzone che apre il disco nonché titletrack, preannuncia all’umanità l’avvento di un brutale futuro, “ci sarà la rottura dell’antico codice occidentale, la tua vita privata esploderà all’improvviso. Ci saranno fantasmi, ci saranno i falò sulla strada e l’uomo bianco danzerà. Ridatemi il Muro di Berlino, ridatemi Stalin e San Paolo. Ridatemi Cristo o ridatemi Hiroshima…Ho visto il futuro, fratello: è un massacro”. Sebbene orribile e doloroso, quel passato appare comunque preferibile all’incognita di ciò che diventerà il mondo. E in questo panorama di distruzione e morte, l’amore resta l’unico motore di riserva che possediamo, “the only engine of survival”.

Cohen sembra implorare il ripristino di simboli tirannici, di annichilimento e divisione citando il muro di Berlino, Stalin …ma perché San Paolo? L’arguzia dell’artista si fa qui lezione di cultura e civiltà: in un parallelo forse non automatico, anche San Paolo come Stalin, che ha interpretato e distorto la parola di Marx per giustificare l’omicidio dei suoi oppositori e la vessazione del popolo russo, ha reinterpretato la lettera dei Vangeli in modo che corrispondesse ai suoi ideali religiosi. Stupore, divertimento e curiosità: di fronte a una canzone di Cohen si diviene investigatori delle sue scelte, approfondendone significato e origine. Il crollo imminente si staglia in mezzo a sentimenti di autodistruzione e lussuria sfrenata, immagini ambiziose sorrette da un gruppo di musicisti ben solido, dai cori r’n’b e da melodie ora contagiose ora cupe. Anthem è un brano quasi gospel che celebra la rottura della vita: mentre tutto è imperfetto e incompleto, la tensione tra oscurità e luce indica che l’essere umano può – o meglio – dovrebbe poter superare quell’imperfezione per ritornare a vederci chiaro; “C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce” è un verso quasi dantesco nel suo ricordare la fine di un abisso, dopo aver considerato tutto il male che rischia di gettarci nella disperazione. Una rinnovata speranza che riecheggia il celeberrimo “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, che sentenzia Dante nell’ultimo verso dell’Inferno. In epoche e modi diversi, entrambi sono scesi nei gironi infernali per poi (ri)trovare la Luce.

La geografia dell’Apocalisse si snoda poi nel brano più politico del disco, Democracy. Profeta e rivoluzionario, Cohen preannuncia non senza ironia la venuta di un nuovo ordine democratico. È il suo modo di prendere congedo dagli anni Novanta, con l’augurio che il nuovo millennio possa essere migliore, salvo poi venire smentito dagli eventi.

Già, gli eventi: Leonard Cohen è morto il giorno prima che Donald Trump venisse eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Sulla prima pagina del New York Times dell’11 novembre 2016, campeggiava una fotografia del neo eletto presidente intento a stringere la mano di Barack Obama, poco più in basso una foto di Leonard Cohen, e un breve necrologio dal titolo “L’autore di Alleluia, i cui brani hanno affascinato generazioni”. Le due figure si incontrano solo sulla carta. Il figlio di Cohen, Adam, ne approfitta allora per confessare come il padre avesse predetto la vittoria di Trump, e come se ne fosse andato prima di assistere a quell’evento, il 7 novembre, l’ultimo giorno del vecchio mondo. Un mondo, che a distanza di cinque anni da quell’alienato novembre, forse non avremmo potuto immaginare così tanto distopico.

Politicamente Cohen si è sempre considerato un left-conservative – un conservatore di sinistra -, sulla scia di Norman Mailer, e in generale ha sempre avuto un’opinione positiva degli Stati Uniti d’America. Ma la sua rivoluzione in fondo, non riguardava la politica delle leggi, piuttosto i comandamenti del cuore umano. E così Closing Time – con il suo magnifico coro-refrain – torna a ricordarci che, anche nella disfatta generale, tra le macerie, non smettiamo di essere umani. Con il suo andamento pop euforico, il brano si impone come il più trascinante del disco, “sembra libertà ma ha sapore di morte, suppongo sia una via di mezzo”.

Il tour di The Future permette a Cohen di rafforzare i rapporti con i suoi musicisti che lo accompagneranno sui palchi di tutto il mondo negli anni a venire. Come ricorda il suo violinista Bobby Furgo, “Leonard chiarì subito che eravamo dei missionari. Noi non eravamo gente da show business. E lui aveva un messaggio molto importante da consegnare al suo pubblico”.

Piuttosto che crogiolarsi sotto i riflettori e godersi il meritato successo, nel 1994, dopo la promozione mondiale di The Future, Cohen decide di ritirarsi al Mount Baldy Center, un monastero zen sorto nel 1971 a duecento chilometri da Los Angeles, dove fa voto di silenzio e studia con il maestro Kyozan Joshu Roshi. “Io amo dimenticare Leonard Cohen. Nel 1993 dopo aver terminato una tournée, a quasi sessantun anni, ho parlato con il mio maestro, che ne aveva novanta. Lui mi ha detto che sarebbe entrato in un monastero buddista. E io l’ho seguito. È stato un periodo che mi ha donato pace e tranquillità. Sono stato molto impegnato a occuparmi della vita ordinaria. Ho cucinato per lui, ho lavato i piatti. È stato un grande privilegio restare faccia a faccia con l’altra parte di me”. Nella semplicità del suo alloggio, Cohen poteva comunque disporre di un computer, una stampante, una radio e un sintetizzatore Technics KN 3000. Alle volte si toglieva la veste per entrare in studio di registrazione o godersi una scodella di zuppa al Canter’s Deli, come viene raccontato nel documentario Leonard Cohen: Spring 1996 di Armelle Brusq. Attraverso la meditazione zen, ricerca e trova la sua strada verso il misticismo più puro. Poiché lo Zen non include alcuna adorazione orante, nessuna discussione su una divinità, Cohen non ha mai sostituito la fede ebraica ricevuta dalla famiglia. La disciplina e la vita in comunità che ha trovato nella pratica Zen lo hanno aiutato non solo ad approfondire la sua fede ma anche ad emergere da decenni di depressione caspica.

Nel monastero, dove viene ordinato monaco, Cohen resta quasi sei anni; quando torna a casa, ha con sé un quintale di carta (“Dentro c’erano canzoni per due album e un libro”) e qualche regola in più per vivere pacificamente nella sconfitta.

Nuove canzoni, nuove cadute

Dopo gli anni trascorsi in monastero, riscrivendo e lucidando ossessivamente i nuovi testi, Cohen è pronto per dare alle stampe un nuovo album: un’austera collezione dal titolo Ten New Songs vede la luce del 2001 dopo nove anni di silenzio. Co-scritto e co-prodotto dalla fidata collaboratrice Sharon Robinson, il disco mostra un artista che suona in pace col mondo, la cui saggezza e il flusso di esperienza attraversano ogni canzone; forse il lavoro più sommesso di Cohen, capace di regalare venature r’n’b se non addirittura soul. Ten New Songs, sin dal titolo, porta con sé un senso di umiltà che sembra guardare indietro ai titoli dei primi album: sono sempre le canzoni il faro che illumina la sua produzione, alle volte sono di Leonard Cohen, a volte provengono da una stanza, altre ancora trattano l’amore e l’odio. In questo caso sono solo dieci e sono nuove. Tutto qui, sembra suggerirci l’autore, desideroso di una rinnovata semplicità.

Dieci meditazioni ipnotiche i cui arrangiamenti radiosi spingono in primo piano la voce profonda e fragorosa del canadese. I testi danzano tra lunatiche riflessioni sul declino (A Thousand Kisses Deep) e tentativi di ricostruire società migliori (The Land of Plenty). L’uso massiccio di bassi pulsanti e accordi di synth atmosferici accompagnano le confessioni di un uomo che non cerca rifugio nella razionalizzazione né si abbandona all’autocommiserazione, come dimostra il ritratto impietoso della dinoccolata ballad di Don’t Make It Junk (“Ho combattuto la bottiglia, ma devo averlo fatto nel modo sbagliato, ho portato il mio diamante al banco dei pegni ma questo non diminuisce il suo valore”). La densità cavernosa del cantato di Cohen gioca con la forza tranquilla di un ritorno a casa, con una nuova carta d’identità che oltre a poeta, scrittore, musicista può annoverare anche la professione di monaco.

Tre anni dopo è la volta di Dear Heather, un disco musicalmente più leggero e giocoso, molto strumentale in termini di messa a fuoco. L’album vede nuovamente la collaborazione di Sharon Robinson e della jazzista Anjani Thomas, che diventa anche sua compagna di vita. La strumentazione è ricca e il sound si fa notturno, a metà fra smooth jazz e classico cantautorato mentre lo spoken word assume sempre più importanza. È confortante ascoltarlo cantare con autorità e senza vergogna, di una vecchiaia vissuta con gentilezza. La voce di Cohen è diventata più profonda, così profonda che è in qualche modo più simile a quella di un attore che recita che a un classico canto.

On That Day ci restituisce uno dei più lucidi commenti post 11 settembre: “Alcuni dicono che ci odiano da tempo, le nostre donne senza veli, i nostri schiavi e il nostro oro, non saprei sto solo difendendo il fortino. Ma rispondimi a questo non ti porterò in tribunale, sei impazzito o hai dato la notizia in quel giorno, in quel giorno in cui hanno ferito New York?”. Lo scacciapensieri dei primi dischi torna a far da contrappunto al baritono caliginoso di Cohen mentre cerca di suggerire una via d’uscita dopo quell’accecante catastrofe.

Dear Heather è il disco intelligente di un attento osservatore della società che medita tranquillamente sulla propria vita e i propri amori. Il carattere dolce e crepuscolare dell’album indirizza l’attenzione dell’ascoltatore verso la matura serenità di un settantenne che sembra saper accettare un senso di fine all’interno della sua aneddotica amorosa. Il disco suona esattamente come ci si aspetterebbe dal Cohen di questo momento: brani delicati e cori gospel, intorno ai quali tessere nuove storie. C’è una forte coerenza nell’album, ottenuta dalla presenza costante dei due temi centrali, amore e morte. Attraverso la voce abissale di Cohen, ci immergiamo in un album intimo ed elegante che celebra amori e amicizie perdute invece di rimpiangerle.

Purtroppo, mentre Cohen viene celebrato da critica e pubblico per il nuovo soddisfacente lavoro, è in atto una truffa ad opera di Kelley Lynch, amante di una notte e sua storica manager, che gli sottrae ben cinque milioni di dollari. I risparmi per la pensione si riducono a soli 150.000 dollari: accusata di presunta truffa, negligenza e frode, Lynch, dopo 17 anni al servizio dell’artista, viene licenziata nel 2004.

Di fronte al disastro finanziario, Cohen mostra una grande serenità, sicuramente frutto del lungo allenamento zen con Roshi, o forse solo spirito di sopravvivenza: un eccessivo coinvolgimento lo avrebbe fatto forse tornare ai giorni neri dell’ansia e della depressione? Leonard avrebbe preferito cancellare quel momento ma non era certo possibile, come sottolinearono i suoi legali. Nel 2004 deve comparire in tribunale per testimoniare contro Lynch, e lo fa con un candore e una gentilezza che spiazza i presenti; la sua dichiarazione finale, dopo la condanna dell’ex manager a 18 mesi di carcere, suona quasi lirica:

“Voglio ringraziare la corte, nella persona di vostro Onore, per il modo cordiale, imparziale ed elegante con cui questi procedimenti si sono svolti. È stato un privilegio e una lezione per me testimoniare in questa aula”.

Non essendo stato pienamente risarcito (attraverso i vari procedimenti legali recupera solo una parte del denaro perduto), Cohen deve mettersi di nuovo a lavoro: nel 2006 pubblica Book of longing, qualche chilo di quel quintale di carta prodotto nel silenzio del monastero. In esso, Cohen dà vita a una religione poetica di whisky, donne e sigarette. Dedicato all’amico e mentore Irving Peter Layton, il lavoro si presenta come una raccolta di poesie e testi di canzoni; accompagnati dai disegni a carbone dello stesso Cohen (per lo più autoritratti), questi versetti preziosi e sorprendenti guardano tanto a Kahlil Gibran e Billy Collins quanto alla Dickinson e Blake. Nell’esplorazione del rapporto del poeta con il sé, l’eros e la morte, Cohen si libera lasciandosi andare a un fatalismo profondamente radicato, e ritrova così la gioia nell’esperienza, l’illuminazione nel fallimento e l’umorismo nell’ignoto. Un diario di confessioni che diventa un omaggio all’amore non corrisposto, alla celebrazione del desiderio, alla ricerca della religione. C’è tutto il senso della caducità in quei versi, sebbene ancora lontani, nel tempo e nello spazio, dalla fine. In queste quartine Cohen annienta il proprio ego, dimostrando di essere ancora capace di osservare il mondo come un tempo, ma con la maturità dell’esperienza. Di poter, in fin dei conti, apprezzare la bellezza della fiamma senza permettergli di bruciarlo.

Sempre nel 2006 viene inserito nella Hall of Fame dei cantautori canadesi, e due anni dopo intraprende un lungo tour mondiale – unico modo per sistemare la situazione finanziaria dopo il disastro operato da Lynch -, nonostante sia molto preoccupato all’idea che nessuno si presenti ai suoi concerti, certo ormai che il mondo si sia dimenticato di lui. Settantaquattrenne, nel 2008, inizia un tour che dura ben cinque anni riempiendo gli stadi di tutto il mondo, offrendo spettacoli della durata di tre o quattro ore. Cohen vede con i propri occhi che i fan che aveva conquistato negli anni d’oro non solo non lo avevano dimenticato ma erano stati maestri a loro volta nel crescere un’intera e nuova generazione di ammiratori.

©Sharon Robinson

Da quegli anni escono l’album Live in London (2009) e il dvd Songs from the road (2010). Tel Aviv, Londra, Helsinki, San Jose, Glastonbury, il palco del Coachella, stadi e arene stracolmi di persone. Un programma proibitivo per molti, figuriamoci per un ultrasettantenne. Ma Cohen sa benissimo cosa lo aspetta e vi si adegua, senza lamentarsi.

È ancora un uomo affascinante, agile, fa scivolare le lunghe dita sulle corde delle chitarre con cui gioca, si piega con grazia per raccogliere i mazzi di fiori che arrivano dal pubblico, si toglie il cappello nero sulle ventitré in segno di riverenza per quella platea sconfinata, in piedi per lui, ancora una volta. Nel bel mezzo del tour, riceve un premio alla carriera ai Grammy Awards e la Columbia Records pubblica The Complete Collection Studio Album, raccogliendo finalmente tutto il lavoro in studio in un unico cofanetto e mostrando la dovuta riconoscenza a quell’artista che troppo spesso aveva sottovalutato. La resurrezione di un uomo truffato, sminuito, dopo il buio e la paura di quei mesi difficili, è sotto gli occhi di tutti.

Nel 2011 accade qualcosa di fondamentale per il suo lavoro, un riconoscimento che sottolinea l’importanza del suo operato non solo come musicista ma come uomo di lettere: all’età di settantasette anni Cohen riceve il Premio Principessa delle Asturie per la letteratura. Durante la premiazione pronuncia uno degli acceptance speech più emozionanti di tutti i tempi, lasciandosi andare a confessioni intimissime, ricordi di gioventù e ispirati ringraziamenti. Come un cavaliere tornato dalle crociate dei versi, Cohen descrive un imbarazzato disagio al pensiero di dover ricevere quel premio così importante per la propria poesia. Già la poesia, quel mistero che come ha detto di fronte al pubblico di Oviedo, “viene da un luogo in cui nessuno comanda, in cui nessuno vince” («Mi sento un po’ come un ciarlatano ad accettare un premio per un’attività che non comando. In altre parole, se sapessi da dove arrivano le buone canzoni, mi piacerebbe davvero andarci più spesso»). E ricordando l’incontro adolescenziale con la poesia di uno spagnolo, quell’ormai familiare Garcia Lorca, ringrazia la Spagna proprio per aver dato i natali a quel poeta le cui parole hanno incendiato il fulgore creativo di un ragazzino («Tutto ciò che di buono avete trovato nel mio lavoro proviene da questo luogo. Tutto ciò che di buono avete trovato nelle mie canzoni e nella mia poesia sono ispirati da questa terra. Quindi vi ringrazio tanto per la calorosa ospitalità che avete mostrato nei confronti del mio lavoro perché è davvero vostro e voi mi avete permesso di apporre la mia firma in fondo alla pagina»).

La candida modestia di Cohen spiazza, soprattutto in tempi di divismi mai supportati da immense qualità artistiche. Anche durante i numerosi tour degli ultimi anni, Cohen appare sempre sinceramente sorpreso e grato per ogni persona che andava ad ascoltarlo, esprimendo autentica meraviglia nel sapere che qualcuno avrebbe superato le “difficoltà finanziarie e geografiche” per ascoltare i suoi concerti.

In ogni esibizione, si è sempre assicurato di dedicare molto tempo per presentare ogni membro della band, raccontando al pubblico i loro ineguagliabili pregi. Il rispetto per coloro che avrebbe incontrato ogni sera si manifestava nell’abito impeccabile e nella fedora nera, una divisa ossequiosa.

Una volta, di fronte a una marea di spettatori che urlavano più richieste contemporaneamente, chiese gentilmente se il pubblico potesse “organizzarsi e nominare un portavoce”. Premuroso e accogliente, Cohen era consapevole che si stava facendo sera e la sua notte stava arrivando. Ma no, non era ancora pronto ad appendere i guanti nonostante sapesse già dove si trovava il gancio.

Alla cerimonia di premiazione del Premio Principe delle Asturie, Oviedo. Ottobre 2011 ©Jack Abuin

“I’m ready, my Lord”, verso l’atto finale

Dal 2008 al 2010 Cohen si è esibito quasi duecentocinquanta volte dal vivo per un tour che avrebbe esaurito le forza di un artista con la metà dei suoi anni. Eppure durante questo lungo periodo on the road, grazie anche all’armonia che regnava fra la band, invece di essere sfinito, il canadese aveva trovato una rinnovata energia non solo per quei live di oltre tre ore ma anche per la creazione di nuovo materiale.

La totale ripresa finanziaria avviene nel 2012 con l’uscita dell’ottimo Old Ideas, un album estremamente importante che arriva otto anni dopo Dear Heather. Recensioni entusiastiche da parte della critica, spettacoli in tutto il mondo e una decina di canzoni potentissime. Decisamente uno dei migliori album di Cohen, che vede anche il ritorno a un maggior uso del canto; pieno di grazia, tristezza e vita, Old Ideas è un viaggio in mezzo all’umorismo più pungente del canadese. Quello a supporto del disco è l’ultimo tour di Cohen e ben riassume come questa lunghissima serie di concerti – concepita inizialmente per rimpinguare le casse e mutata poi in un’ultima danza di fronte a platee devote – a un’età in cui sarebbe più che lecito raccogliere e non seminare, si sia trasformata nell’eredità collettiva di un signore mite e magrissimo eppure ancora imponente come una montagna.

Cohen vede la rottura del mondo che lo circonda e sfida il divino ad affrontare questa realtà e a parteciparvi. Un brano come Amen suona come una richiesta d’amore nonostante l’orrore degli eventi che avvengono nel mondo. Cohen sta sfidando un interlocutore anonimo (un amante o un dio senza nome) a dirgli ripetutamente che è amato nonostante le barbarie incontrate nel mondo. E se Amen prende in prestito la melodia da I’m Your Man, il jazz oscuro di Anyhow ricorda il piano elettrico di The Smokey Life di Recent Songs. Ma Cohen aggiunge sfumature fresche di emozione ai nuovi brani, come accade in Show Me the Place che rivisita il paesaggio emotivo di If It Be Your Will, entrambe preghiere di supplica. Un ritorno formidabile che continua a rilanciarne la carriera. Quasi nessuno poteva aspettarsi un nuovo album dopo soli due anni; e invece nel 2014 arriva Popular Problems.

C’è un nuovo suono in questo disco che ha la capacità magistrale di coniugare l’oscurità con il più alto umorismo, come dimostra la gioiosamente apocalittica Almost Like the Blues. Nuovamente alle prese con la carnalità e la spiritualità, Cohen unisce elementi di world music, blues, jazz, gospel e country, abbandonando quel suono anni ottanta di synth che a lungo era rimasto attaccato ai suoi lavori. Il cantautore è in ottima forma, sia vocalmente (uno dei suoi migliori dischi cantati con le coriste Charley e Hattie Webb) che liricamente; in Popular Problems il sacro e il profano, la luce e il buio, vengono equilibrati equamente. Solo un anno dopo, nel 2015, la sua Nevermind diventa famosa in tutto il mondo per essere anche il brano che accompagna i titoli di testa della fortunatissima serie americana True Detective. Sensuale e impenitente, a ottant’anni Leonard Cohen si dimostra un artista più ispirato che mai. La sua musica ora profuma di una bramosia che desidera tener vivo un ricordo sbiadito, un’ombra discendente; Cohen percepisce un senso di fine ma cerca ancora di convincere il tramonto a non voltare le spalle all’oscurità, provando a trattenere le scintille di un lume che si sta spegnendo. Quella spinta, quel guizzo, dona al suo lavoro un ritrovato senso di quiete nella consapevolezza di una sconfitta universale che tutti accomuna.

La notizia di un nuovo disco inizia a trapelare nell’estate del 2016 e You Want It Darker arriva in ottobre. Ma è nell’estate dello stesso anno che viene a mancare, dopo aver combattuto con la leucemia, il grande amore di Cohen, Marianne Ihlen. La CBC ha rivelato che solo pochi giorni prima della morte della musa e amata, Cohen le aveva fatto recapitare una lettera tramite un amico comune.

Carissima Marianne, sono appena dietro di te, così vicino da poterti prendere per mano. Questo vecchio corpo si è arreso, proprio come il tuo, e l’avviso di sfratto arriverà da un giorno all’altro. Non ho mai dimenticato il tuo amore e la tua bellezza. Ma questo già lo sai. Non ho altro da aggiungere. Fai buon viaggio, amica mia. Ci vediamo in fondo alla strada. Amore e gratitudine, Leonard

Pare che due giorni dopo averla letta, Marianne abbia chiuso gli occhi per sempre. Il suo approssimarsi alla morte, come scriveva nella lettera indirizzata a Marianne, inizia a preoccupare il pubblico che sta seguendo con crescente curiosità le anticipazioni del nuovo disco.

You Want It Darker vede la luce grazie al prezioso contributo del figlio di Leonard, Adam, che decide di aiutare il padre nella faticosa registrazione: il cantautore è fisicamente debolissimo, ha la leucemia – ma questo il suo pubblico ancora non lo sa -, varie fratture da compressione nella colonna vertebrale, ed è allergico agli antidolorifici. Fuma marijuana seduto in mutande su una poltrona ortopedica dove canta le canzoni dell’album rifiutando di metter fine a quel senso di dedizione e ricerca che lo hanno accompagnato nella lavorazione del disco. A ottantadue anni, nell’ottobre del 2016, Cohen si regala l’uscita di un nuovo disarmante capolavoro.

Mezzo secolo e quattordici album dopo, Cohen è ancora interessato a svelare i più grandi misteri della vita, come fa in questo ultimo disco che è una conversazione intensamente lucida con il sé più profondo. “Mi sa che sono solo uno che non crede più a me e te”, intona in Travelling Light, un verso che potrebbe essere tanto quello di un rubacuori honky-tonk quanto di un buddista che medita sulla natura della non-dualità. Dopo aver toccato l’oscurità, Cohen sembra non averne più paura. Suona così quel “I’m ready, My Lord” sussurrato nella title-track, una predisposizione dell’animo e forse una prova generale dell’atto finale.

Ancora una volta non si tratta di considerare l’età anagrafica come valore aggiunto a un’opera imponente, ma di accettare il fatto che quasi nessuno, come Cohen, sia riuscito a non perdere mai la bussola sperimentando ogni suono, ogni mondo, ogni religione e rimanendo capace di comporre dischi degni di essere non solo ascoltati, ma letti minuziosamente, come veri e propri libretti poetici. Le canzoni di You Want It Darker non mostrano alcun calo del suo talento lirico, sebbene la sessualità abbia lasciato il campo a Dio, illuminato qui da una bellezza che è propria del crepuscolo. L’orazione perfetta si dipana in un disco intenso e sublime: le melodie, gli arrangiamenti, i cori, la scrittura sono quelli che conosciamo a memoria, che abbiamo ascoltato per tanti anni. Ma la novità arriva dai cori maschili, in sostituzione ai classici femminili, della Congregazione Shaar Hashomayim di Westmount, sinagoga dell’infanzia, fortemente voluto da Cohen che in una mail all’attuale cantore Gideon Zelermyer scrive “Sto cercando il suono del coro della mia giovinezza”. Adam Cohen riprende due volte il suono del coro composto da quindici uomini, per dare l’impressione di ascoltare un gruppo di trenta voci. Che sia un potenziale canto del cigno? Certo è che è difficile immaginare un finale più ricco, più soddisfacente, più maestoso di questo. Che siano poesie, canzoni, confessioni o preghiere, sfidando le definizioni, ciò che il poeta e cantautore canadese si ritrova sulla lingua non è che un hallelujah, santo e spudorato.

Mentre il mondo si gode l’ascolto del suo disco disvelando sempre più la sua natura testamentaria, il 7 novembre 2016, nella sua casa di Los Angeles, Leonard Cohen abbandona questa terra durante il sonno. Qualche giorno dopo, in forma privata e secondo il rito funebre ebraico, in accordo con le sue volontà, avviene la tumulazione nel cimitero di Montreal mentre le strade della città si trasformano in fiumi di uomini e donne in pellegrinaggio, intenti a lasciare un fiore, una candela, una lettera.

È stato spesso scritto che amiamo perché così sappiamo di non essere soli. L’afflusso d’amore per la scomparsa di Leonard ha riunito tutti gli abitanti di Montreal. Un popolo che diventa orfano e che si mostra subito pronto alla prova della memoria: in centinaia partecipano a veglie musicali, ricoprendo gli scalini della casa di Cohen con ghirlande e messaggi, organizzano concerti tributo (il più importante sarà Tower of Song: A Memorial Tribute to Leonard Cohen del 2017 trasmesso in tv e in radio a cui partecipano tra gli altri artisti del calibro di Damien Rice, Elvis Costello, Feist e Patrick Watson) e si lasciano osservare, confortati, dallo sguardo di un mastodontico murales in Rue Crescent 1420 che lo raffigura sorridente e sornione. Questo non poteva saperlo il signor Cohen ma sarebbe rimasto per sempre nel cuore e sui muri della sua città.

L’uomo che amava le donne

E mi aggrapperei al tuo cuore
e strapperei le tue lenzuola
dicendo ti prego, ti prego
Sono il tuo uomo

Se è vero che “tutto ciò che un uomo fa, è per metterlo ai piedi di una donna, che si tratti di una guerra, di una canzone, della fusione di due società”, il pantheon amoroso raccontato da Cohen nella sua discografia riflette quest’idea totalizzante di caduta, e non a caso sia in francese che in inglese – le due lingue ufficiali del Canada di Cohen – utilizzano il verbo cadere (to fall in love e tomber amoureux) per parlare dell’innamoramento. La caduta di Cohen, ai piedi di una donna o di mille, come testimoniano canzoni e poesie lo vede come un gentiluomo, un sultano della seduzione, sempre alla ricerca di una bellezza che non era solo estetica ma che si lasciava catturare dall’altissimo gioco delle parole, il gioco preferito che dà il titolo anche al suo primo romanzo.

In uno dei suoi brani più celebri, I’m Your Man, Cohen confessa che farebbe qualunque cosa la sua amata gli chiedesse di fare. Pugile, dottore, autista, sarebbe pronto a trasformarsi in chiunque accettando le condizioni imposte dall’amore, al di fuori del quale sa bene che non esisterebbe nemmeno lui.

Leonard con la moglie Suzanne Elrod

Leggendo le parole e i pensieri di Cohen riguardo sesso, matrimonio, donne e incontri, ci ritroviamo davanti a qualcosa di inebriante e complesso. Il suo eloquio così profondo e preciso – quasi una coreografia del linguaggio – seduce e ammalia. Ne ha amate molte, le ha lasciate tutte. Ogni volta che riusciva a raggiungere la loro bellezza, ne rifuggiva sentendosi intrappolato. Per comprendere meglio un uomo come Leonard Cohen, dobbiamo sapere qualcosa di più delle donne che ha amato, anche solo per una notte.

Un nome poco noto nell’Olimpo femminile di Cohen è sicuramente quello di Anne Sherman, una donna dai capelli neri e la frangetta bombata, che incontra nel 1957 a New York. Rimane profondamente affascinato dalla sua bellezza e da quella grazia che definì “durevole, disciplinata e atletica”. Plasmò su di lei la protagonista di The Favourite Game e le permise di occupare il suo immaginario erotico e letterario. Incarnava tutta la libertà sessuale e l’amore senza colpa che Cohen aveva avuto difficoltà a trovare in altre giovani donne.

Ma la relazione ebbe vita breve: la Sherman era più grande di Cohen, non era ebrea e cercava una stabilità che Cohen non poteva darle. Dopo essersi stabilito in Grecia le chiese di raggiungerlo ma lei rimase a New York, dove sposò un importante ristoratore. Negli anni successivi alla rottura, Cohen nei suoi scritti esprime ancora affetto per la Sherman e, come praticamente con tutte le sue donne, riesce a mantenere buoni rapporti.

Gli amanti di Cohen sono così, hanno la tendenza a rimanere amici, come risultato di un continuo rispetto, di una gentilezza universale. Come nel caso di Judy Collins che Cohen incontra nel 1966, grazie a un amico comune che sprona il cantautore a presentarsi alla giovane stella del folk per proporle di cantare alcuni suoi brani. Cosa che lei accetta di fare con piacere, lanciando così la carriera del canadese. Ma nel libro Judy Blue Eyes – My Life in Music, la Collins ricorda anche un rapporto più stretto: “Ero a letto con un uomo che non conoscevo, che veniva giù da un trip di acidi e voleva che io lo confortassi, – niente sesso però. Leonard se ne stava seduto nella stanza, cantando a bassa voce The Stranger Song, non prestando alcuna attenzione a quello che stava accadendo nel letto. Mi sono completamente fidata di Leonard in situazioni molto intime e anche se non abbiamo mai avuto un rapporto davvero stretto, per me era un alleato costante con il quale avrei potuto scontrarmi senza paura di un tradimento”. Un amico straordinario e un uomo meraviglioso, così la Collins presenta Cohen nel gennaio del 1976 per un duetto durante il concerto della cantante alla PBS TV. Dieci anni dopo quel letto, ancora amici, ancora complici, come testimonia il bacio sulla labbra che si scambiano i due prima di iniziare a cantare, un gesto naturale come la vita.

Al Newport Folk Festival, fu proprio Judy Collins a far conoscere Cohen e Joni Mitchell: ci fu prima una lunga amicizia, poi un breve amore fra il 1967 e il 1968, pieno di difficoltà, soprattutto a causa del carattere distaccato e irraggiungibile di Cohen, a detta della stessa cantautrice. Dopo una convivenza di un mese, la Mitchell scrisse Rainy Night House, resoconto del loro addio, “Tu sei un uomo santo, sulla radio FM. Mi misi a sedere tutta la notte e ti guardavo per vedere, chi nel mondo saresti potuto diventare”.

Più celebre l’episodio appassionato con Janis Joplin grazie a Chelsea Hotel #2. “L’ho scritta per una cantante americana che è morta qualche tempo fa. Anche lei viveva al Chelsea. La cominciai nel bar di un ristorante polinesiano di Miami nel 1971 e l’ho terminata ad Asmara, in Etiopia, poco prima che venisse rovesciata la monarchia”. La cantante in questione è proprio la Joplin, ospite fissa della suite 411 del Chelsea Hotel di New York.

L’imponente struttura, dalla facciata a mattoni rossi, era stata il confessionale mitologico di incontri e scontri: Twain, Bukowski, Burroughs, Pollock, Miller passando per Dylan Thomas, Sid Vicious e Nancy Spungen che proprio in una di quelle camere conobbe una fine violenta. E negli anni Sessanta, il Chelsea Hotel continuava ad essere il quartier generale per la scena rock emergente, da Lou Reed a Jimi Hendrix, dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead.

Cohen racconta che a notte tarda era solito incontrare Joplin in ascensore. Una volta, mentre lei cercava Kris Kristofferson (“che è ben più alto di me”) e Leonard sperava di incontrare Brigitte Bardot, finirono per condividere la stessa stanza, lo stesso letto. Quell’unica notte d’amore fu, come Cohen ha più volte ammesso, la genesi della canzone. Nel 1994, in un’intervista alla BBC Cohen si dirà pentito per aver svelato l’identità di quell’incontro, e per il riferimento scomodo legato a quel verso, “Giving me head on the unmade bed/While the limousines wait in the street”, una descrizione non troppo metaforica del rapporto orale con Joplin. “In quella canzone ho fatto il nome di Janis Joplin. Non so quando ho iniziato, ma ho associato il suo nome alla canzone e da allora me ne sono sempre pentito. È una mancanza di tatto per la quale mi sento molto in colpa. E se ci fosse un modo per chiedere scusa a un fantasma, vorrei chiedere perdono per aver commesso quest’indelicatezza”.

Ma la donna che lo fece precipitare in un limbo di domande arrivò durante il soggiorno nell’isola greca di Hydra, all’inizio degli anni Sessanta: si chiamava Marianne Ihlen, aveva un bimbo di tre mesi e un marito, Axel Jensen.

Il loro era un rapporto basato sul saluto, sul sapersi dire addio e poi riprendersi per accorgersi che l’amore, sebbene cambiato, non aveva comunque diminuito la propria forza. Trentenni innamorati si lasciarono per l’incapacità di Cohen di amare una sola donna, mentre stava diventando un cantante sempre più famoso; ha scritto per lei la celeberrima So long, Marianne: “E ora addio, Marianne, per noi è tempo di ricominciare…a ridere e piangere e piangere e ridere di tutto quanto ancora”.

Nel 2005 Ihlen rilasciò un’intervista in cui parlava del loro rapporto con parole affettuose e una tenera nostalgia: “Era bellissimo! Avete visto le foto di Leonard giovane? Oddio, era meraviglioso. Neanche pensava di essere così bello. Avevamo entrambi dei problemi, non avete idea. Ce ne stavamo spesso in piedi davanti allo specchio prima di uscire a chiederci chi fossimo. O Signore, quanto siamo strani noi umani! Quel rapporto è stato un regalo per me. E un regalo per Leonard…penso che sia stata una specie di rivelazione per il resto della vita per entrambi, nel bene e nel male”.

Nel testo di quel celebre brano viene esposto un tema molto caro a Cohen, la curiosità per il mondo femminile e la sua genetica incapacità di legarsi a una sola persona. Cohen ammette le sue debolezze e, implicitamente, la sua necessità di allontanarsi per amare di nuovo. L’eredità della loro relazione divenne un catalogo di canzoni classiche – So Long, Marianne, Ehy, That’s No Way To Say Goodbye, Bird on the Wire – una grande angoscia, ma anche un senso duraturo del potere creativo dell’amore.

Breve e fortissima fu invece l’infatuazione per Nico: Cohen la chiamava “perfetta regina di ghiaccio ariana”, e la seguiva per tutta New York. Nonostante il corteggiamento, Nico non lo illuse mai, “Guarda, mi piacciono i ragazzi giovani. Sei troppo vecchio per me”. La ragazza bionda dello scatenato doo-wop di Memories pare proprio fosse lei. “Ho camminato verso la ragazza più alta e più bionda dicendole, guarda, so che non mi conosci ma molto presto lo farai”. Di quella ragazza tedesca di nome Christa dirà: “Era molto strana. Provavo a parlarle e rispondeva sempre misteriosamente. Solo dopo qualche settimana, rimasto perplesso dalla nostra conversazione e paralizzato dalla sua bellezza, mi disse che era sorda da un orecchio. Rispondeva a tutti con qualunque cosa le passasse per la testa perché riusciva a malapena a sentire qualcosa”. Qualche anno dopo quel primo rifiuto, Cohen avrebbe rievocato i suoi sentimenti per l’artista tedesca nel brano del 1974 Take This Longing, incentrata proprio su quell’amore non corrisposto.

Nella corposa produzione di Cohen le canzoni che parlano di donne si riferiscono a figure reali, con riferimenti ora velati ora espliciti. Una di queste è Suzanne che narra il magico incontro con la bellissima e affascinante Suzanne Verdal, danzatrice, artista, maga, zingara, che viveva in una roulotte di legno in mezzo a gatti e gerani vicino al fiume St. Lawrence a Montreal. Lunghi capelli neri, scarpe da ballerina e la pelle che profumava di arance capace di fermare i pensieri: Cohen ne rimane rapito sebbene possa toccarla solo con la mente (“sai che lei di te si fiderà perché hai toccato il suo corpo perfetto con la tua mente”) poiché legata sentimentalmente a un suo amico, lo scultore Armand Vaillancourt. Verdal scriveva poesie, faceva mille lavori per pagarsi le lezioni di danza e a tarda notte andava al Le Vieux Moulin, uno dei club frequentati da Leonard e dai suoi amici, dove si suonava il jazz fino alle prime ore del mattino. Un amore platonico, fatto di lunghe discussioni e scambi artistici, un ricordo indelebile come tutte le cose che non sono state e durano per sempre.

Di diversa natura l’amore con Suzanne Elrod, il più lungo della sua vita. Si conoscono nel 1969, Cohen è un giovane uomo di 35 anni già segnato dalla vita, Suzanne ne ha 24. Insieme hanno due figli, Adam e Lorca. Dopo aver vissuto per un po’ di tempo a Manhattan, i due si trasferiscono in Canada dalla madre di Cohen, “la sua più grande influenza spirituale”, a detta di Suzanne – che la madre Masha continuava a chiamare erroneamente Marianne.

La coppia si sposta poi a Franklin, nei boschi del Tennessee in una tenuta di millecinquecento, affittata per settantacinque dollari al mese. «Ah, quello sì che è stato un bel periodo della mia vita. Era pieno di pavoni, maschi e femmine, che venivano nei pressi della mia casetta ogni giorno. Gli davo da mangiare. Avevo uno di quei vecchi fucili prodotti dalla Remington nel ’67, se non sbaglio.» Quando Cohen scriveva e componeva, lo faceva a casa con Suzanne, in quel tepore domestico che amava/odiava senza pace. Sebbene avesse dato a Suzanne un anello di nozze ebraico, l’unione non era mai stata formalizzata. Il rapporto con gli anni iniziò poi a diventare teso e quando la madre di Cohen si ammalò, per poi morire nel 1978, i due si separarono; Suzanne andò a vivere vicino ad Avignone con i due figli e i due rimasero in ottimi rapporti. “È la madre dei miei figli, una buona madre e sia che viviamo separati o no, questo sarà sempre il mio matrimonio”. Cohen la aiuterà anche quando la donna gli telefonerà direttamente dal carcere: a Hydra, dove la Elrod si era trasferita sul finire degli anni Ottanta, il suo sfacciato modo di vivere, tra giovani amanti, droghe e feste chiassose, non viene più tollerato. I tempi sono cambiati e anche le statuine lignee raffiguranti enormi falli che la Elrod dissemina per casa assieme alle illustrazioni del Kamasutra non sono accettabili. Le continue lamentele degli abitanti del villaggio portano all’arresto della donna e di uno dei suoi giovani fidanzati. Le spese degli avvocati, della giustizia greca e della cauzione per il giovane amante costano a Cohen quasi $ 25.000, “in questi giorni lavoro per sostenere mia moglie, i miei figli e le mie responsabilità”, affermerà in un’intervista a Maclean’s.

Nel 1979 avvenne l’incontro con la cantante Sharon Robinson, scelta da Jennifer Warnes per fare da corista a Cohen. Col tempo, i due diventarono collaboratori e grandi amici, tanto che Cohen fece da padrino al figlio della Robinson. Insieme composero Everybody Knows e per anni lavorarono gomito a gomito, grazie a quello che la Robinson chiama “il raro privilegio di una profonda amicizia con un musicista, cantante e compositore del più alto rango”. Una vera partner, una compagna di lavoro che ha avuto uno spazio prezioso e unico nell’universo relazionale di Cohen.

Negli anni ottanta Cohen ha una storia molto importante con Dominique Issermann, fotografa francese che dirige i videoclip di Dance me to the end of love e First we take Manhattan e alla quale dedica I’m Your Man (“All these songs are for you, D.I.” recita il logo con due ballerini presente nel book tour del disco) . Tra alti e bassi i due restano vicini a lungo, tanto che nel 2010 la francese, ormai amica fidata, è ancora fotografa ufficiale del tour.

Leonard Cohen e Dominique Isserman

Tra la fine degli anni Ottanta e inizio Novanta Cohen incontra Rebecca De Mornay, attrice e modella più giovane di ben 25 anni. I due si frequentano per cinque anni, qualcuno parla di matrimonio, nel frattempo lei coproduce The Future. Poi, nel 1993, Leonard decide di ritirarsi in un tempio buddhista fuori Los Angeles interrompendo così il rapporto. Forte è anche la differenza di età con Anjani Thomas, assunta come corista del 1985 e poi al suo fianco tanto nella vita privata – fino al 2008 – quanto nei dischi, ultimo amore di cui Cohen abbia parlato pubblicamente.

Nel 2005, durante un’intervista alla radio norvegese, Cohen si è lasciato andare a qualche intima confessione, “Non ho mai pensato di essere molto bravo a fare l’amore, si sa. Ho avuto un grande appetito per la compagnia delle donne, e per l’espressione sessuale di amicizia, di comunicazione”. Cohen amava le donne visceralmente, le venerava nel corpo e nello spirito. In un articolo del New York Times del 28 gennaio 1968 campeggia il volto di Cohen, avvolto da un maglione a collo alto, lo sguardo serio. Il titolo, in un maiuscolo bianco, “Vorrei che le donne si sbrigassero a prendere il controllo”. Nell’articolo Cohen spiega l’inevitabilità del suo desiderio, “Potremo finalmente ammettere che le donne sono le vere menti e la forza che tiene tutto insieme, mentre gli uomini sono solo dei chiacchieroni e degli artisti. Tifo davvero per il matriarcato”. Nelle sue canzoni le donne vengono presentate come agenti del cambiamento, catalizzatori che lo avviano a una ricerca della conoscenza di sé. A chi, in un’intervista del maggio 2007, gli chiedeva se avesse imparato molto dalle donne, Cohen rispose così:

“Sì. Si impara tutto dalle donne. È come muoversi in un territorio inesplorato. Il resto non è altro che il consolidamento di una saggezza, o di una follia, che abbiamo ereditato. Ma niente può prepararci all’incontro con l’altro sesso. Si è scritto molto in proposito. Uno può leggere tutti i manuali di auto aiuto che vuole, ma il confronto fisico con il desiderio, da giovani, la brama di trovare qualcuno che ci completi, è quello che ci forma”.

Cohen vs Dylan, scalando l’Everest

I risultati di Dylan sono così imponenti. Lui era come Picasso. Io come Matisse. Amo Matisse, ma resto sbalordito da Picasso.

Cohen’s Future Is Now di Jim Slotek, Toronto Sun, November 1992

Pensare a un confronto tra Bob Dylan e Leonard Cohen è come volere accostare due archetipi, due creature mitologiche. Suona oggi più che mai naturale a seguito del Nobel per la letteratura vinto dall’americano nel 2016 e dagli elogi incrociati usciti a mezzo stampa poco prima della scomparsa di Cohen.

Due mondi, due linguaggi, due parabole e un’epoca – quella dei poeti cantautori – forse pronta a farsi cenere.

Il fulgore di Picasso, come quello di Dylan, stordisce, acceca, e ci seduce rivoluzionando gli spiriti canonici nell’immensità delle sue provocazioni. Ma è anche infinitamente frustrante e sfuggente perché non possiamo scavare a fondo in quel modo così bizzarro e burrascoso d’intendere l’arte. Quando siamo stanchi di quell’energia eternamente giovane e cerchiamo riposo lo troviamo nelle acquetinte di Matisse, nei suoi volti armonici e minimali, ripetuti centinaia di volte: allo stesso modo, una canzone di Leonard Cohen è strutturalmente e tematicamente una variazione su un tema, una prospettiva che può essere considerata sotto infiniti punti di vista.

Dylan rispecchia la grandezza e tutte le carenze della gioventù, nella gloria narcisistica ed egocentrica dei giovani del suo tempo, è un incendio che divampa ad alta velocità: brucia forma e stile. Al contrario, Cohen è la radice antica e profonda, la nascita timida che risuona con la perfezione dell’attesa; l’intensità di chi si preoccupa e cura ogni sillaba. Se Dylan – almeno fino all’elettricità di un disco come Blonde On Blonde – è l’iperattività e l’energia nervosa della forza primigenia americana, di contrasto Cohen è una lenta ballata che ha fondamenta mediterranee. Entrambi, seppur in modo diverso, hanno sfidato i loro tempi con testi che andavano ben oltre i luoghi comuni convenzionali della musica popolare contemporanea. Dylan era solito infuriarsi contro l’ingiustizia alla maniera di un profeta dell’Antico Testamento, mentre Cohen si nascondeva sotto le spoglie di un guaritore, placando i dolori del mondo con parole di saggezza e di speranza. Nelle sue liriche Dylan è selvaggio, abbondante e smodato, mentre in Cohen troviamo una precisione supplichevole, quasi claustrale, coadiuvata dall’uso di una lingua pura, che trae linfa dalla letteratura più alta.

In un’intervista del 2006 con Shelagh Rogers, che gli chiede di raccontare qualcosa in più dell’esperienza vissuta con Night Magic, un film musicale del 1985 per cui aveva composto la colonna sonora e i cui testi erano in forma di ode spenseriana (un sonetto comprendente tre quartine con l’ultima parte di rima trasportate da una quartina alla successiva e un distico finale, per uno schema di rime abab bcbc cdcd ee), Cohen racconta:

“Sono sempre stato interessato alla forma, forse perché non mi fido della mia natura improvvisata di inventare qualcosa di interessante e la forma impone l’opportunità di andare ben oltre il primo pensiero. C’è una scuola di poesia che crede che il primo pensiero sia anche il migliore. Se l’avessi seguita, mi avrebbe condannato a una sfortunata superficialità, perché non ho idee. Una volta Irving Layton mi ha detto: “Leonard è libero da idee”. Io non ho un’idea e non mi fido delle mie opinioni. Penso che le mie opinioni siano di seconda scelta, ma quando ti sottometti a una forma, allora succede qualcosa e sei invitato a scavare più a fondo nella lingua e a scartare gli slogan con cui vivi, i facili alibi della lingua. E se stai scavando nella strofa spenseriana, per esempio – che è una forma di versetto molto, molto intricata – devi inventare più rime dello stesso suono; sei invitato a esplorare regni a cui di solito non riesci a pensare in modo semplice e normale. Ho considerato il mio flusso di pensieri estremamente poco interessante ed è solo quando posso scartarlo che penso di poter dire qualcosa che posso sostenere”.

Cohen, il poeta sacerdotale dello spirito, quando inizia a guardare un po’ più da vicino la materia studiata, scopre che il profano e il sacro, Eros e Thanatos non possono che essere intimamente legati. “Ho sentito che l’anima si dispiega nelle stanze del proprio desiderio”, confessa in Born In Chains. Cohen ha la rara capacità di rendere le preoccupazioni di mente, corpo e spirito con uguale fedeltà in un solo verso, senza dover mai sacrificare nessuno dei tre. La sua scrittura vive con l’energia intelligente del paradosso umano: le affermazioni sono neutralizzate, le credenze minate, le tesi superate per antitesi.

Cohen trova nella sofferenza umana una forte vicinanza con le Scritture che sono caratterizzate dal paradosso. “C’è un amante nella storia ma la storia è sempre la stessa, c’è una ninna nanna per chi soffre e un paradosso cui dar colpa ma è inciso nelle Scritture e non è un’affermazione vuota. Tu vuoi più buio, noi spegniamo la fiamma”, sussurra in You Want It Darker del 2016. La sua è una lullaby for suffering, ninne nanne che celebrano la sofferenza come mezzo per un impegno più profondo nell’amore che a volte può basarsi su un paradosso, come nel caso della storia di Isacco. È proprio col brano Story of Isaac del 1969 che Cohen trova un legame, a distanza di quasi cinquant’anni: nell’utilizzo del termine ebraico hineni (eccomi), proprio quello con cui Abramo si dichiara pronto a compiere il sacrificio davanti al Signore, nell’intendere quella rinuncia biblica come la privazione continuamente richiesta ai proprio figli da ogni generazione, “Voi che oggi costruite altri altari per sacrificare questi figli, non dovete farlo più, un piano non è una visione e voi non siete mai stati tentati da un demone o una divinità”. Così, il dramma di Cohen, in qualche modo, diventa il dramma di ogni intelligenza umana; perché siamo tutti vittime del rapporto eterno tra l’amore e la morte, tra la redenzione e il nostro bisogno di un dio per salvarci dalla caducità.

Nell’ultimo verso dell’ultima canzone dell’ultimo album, viene finalmente distillata l’alchimia fra l’amore umano e l’amore di un Dio, affrontati insieme, in un finale nostalgico e impagabile: “Vorrei ci fosse un patto, tra il tuo amore e il mio”, supplica in Treaty.

Se ci sono stati dei critici che dubitavano della qualità della musica di Cohen, al contrario della sua poesia, fra quelli non c’era sicuramente Bob Dylan. “Quando parlano di Leonard si dimenticano sempre di menzionare le sue melodie, che per me, insieme ai suoi versi, sono la prova più grande del suo genio. Anche i versi di risposta danno un tono celestiale e uno slancio melodico a ciascuna delle sue canzoni…Il suo dono, o genio, sta nella sua connessione con la musica delle sfere”, ha detto Zimmerman a David Remnick, il direttore del New Yorker nell’ottobre 2016. Nella stessa intervista sentenzia, “Cohen è il numero uno dei cantautori. Io sono lo zero”. E quando arriva il momento di commentare il Nobel all’americano, Cohen dichiara sicuro, “Beh, è come dare una medaglia all’Everest perché è la montagna più alta del mondo”. Classe e modestia dei numeri uno.

Marianne e Leonard, “to laugh and cry about it all again”

Nel novembre del 2018, a due anni dalla scomparsa di Cohen, il Sundance Film Festival annuncia la futura uscita di un documentario dedicato alla storia d’amore fra il cantautore canadese e Marianne Ihlen. Nel luglio del 2019 esce Marianne and Leonard: Words of Love, diretto da Nick Broomfield, già noto per alcuni documentari musicali e, fattore fondamentale, compagno della stessa Ihlen per un brevissimo periodo negli anni Sessanta.

Il documentario ci catapulta immediatamente nel luglio del 2016 quando la BBC informa che Marianne Ihlen se ne è andata. Poco dopo si torna indietro nel tempo, al festival dell’Isola di Wright, nel 1970, durante il quale Cohen si rivolge alla folla: “Questa l’ho scritta per Marianne. Spero che sia qui, forse è qui. Spero sia qui, Marianne”.

Stacco. Inizio anni sessanta, i folgoranti anni sessanta, nell’isoletta greca di Hydra vivono Marianne e Leonard che di mestiere vuol fare lo scrittore e a cantare non pensa nemmeno lontanamente.

Words of Love va avanti per stacchi bruschi, interviste, filmati d’archivio, voci fuoricampo (quelle del regista, di Marianne, di Leonard) video privati (molti sono girati da D.A. Pennebaker, famoso documentarista e mentore di Broomfield, anche lui sull’isola greca negli anni ’60), e un racconto, spesso sconnesso, che fatica a trasmettere una passione sincera nel racconto di una complessità amorosa. Questo perché Broomfield si intromette più volte disturbando la narrazione; rinomato per il suo protagonismo, il regista coglie ogni occasione per sfoggiare il suo breve legame con Marianne, come fosse un premio di cui andar fiero. Il suo approccio appare più invadente che riflessivo, riducendo le difficoltà di una storia privata a becero gossip.

Marianne Ihlen ©Nick Broomfield

La Ihlen arriva per la prima volta a Hydra all’inizio del 1958, quando le condizioni di vita sull’isola erano primitive, senza linea del telefono né luce in casa. Con lei il romanziere norvegese, Axel Jensen: una relazione tempestosa la loro che finì con l’infatuazione di Jensen per la pittrice americana Patricia Amlin, anche lei a Hydra e la fuga dei due poco tempo dopo. Nella primavera del 1960, un bel poeta canadese, dai modi educati e cavallereschi, si unì alla crescente comunità artistica dell’isola. Fuggiva dal cielo grigio e dall’umidità di Londra per lavorare al suo primo romanzo.

La storia è nota, Leonard e Marianne si innamorano sull’isola, dove – in mezzo a quel “writing and lovemaking” – tutto poteva accadere. Words Of Love raccoglie gli oscuri eccessi della relazione con le droghe, il lato lussurioso della vita e una certa irresponsabilità in un’isola in cui la fame artistica di Cohen e il rapporto con Marianne non potevano coesistere a lungo. Il concetto di consapevolezza all’interno di un ecosistema sociale occidentale sembrava completamente in contrasto con lo stile di vita bohémien dell’isola. Broomfield dipinge Hydra come un luogo molto duro, che, per gli artisti, richiedeva una volontà di ferro altrimenti il richiamo all’alcol a buon mercato si sarebbe rivelato troppo forte. Cohen però aveva quella volontà: era molto disciplinato nel suo lavoro, si alzava presto, si sedeva sulla terrazza e batteva religiosamente le sue tre pagine al giorno sulla Olivetti. La sera suonava la chitarra e cantava ninne nanne ad Axel, il figlio di Marianne, nei confronti del quale, per moltissimi anni, mostrerà sincero affetto e paterna premura.

L’indugiare del regista sul lato oscuro di Hydra, sugli aspetti negativi del carattere di Cohen, sull’uso di acidi come convenzione sociale dell’isola, ci fa domandare perché passi così poco tempo a raccontarci qualcosa su Marianne, ridotta qui a musa medievale (e non sostegno creativo) e vittima di un rapporto impossibile con un uomo tanto pericoloso quanto irresistibile. In tempi di #metoo e rinnovata consapevolezza sull’abuso di potere, l’operazione di Broomfield non fa altro che rendere Marianne una figura secondaria, soggetta al genio maschile. Se l’accusa rivolta a Cohen poteva apparire rigida ma comunque veritiera di una situazione esistente, oggi il regista non cambia le carte in tavola e non riesce, se mai volesse farlo, a rendere giustizia alla figura della Ihlen, una donna estremamente generosa e gentile, amante della letteratura e dell’arte.

Marianne e Leonard rimangono insieme quasi otto anni, facendo la spola tra Hydra, Montreal e New York e vivendo lunghi periodi a distanza. Parliamo di un periodo in cui i telefoni erano una rarità e la comunicazione avveniva solo tramite lettere. La dolce agonia dell’attesa, intollerabile ma piena di desiderio poetico, appare inimmaginabile nell’era delle videochiamate e di whatsapp. Esistono decine di lettere indirizzate a Marianne, scritti d’amore e mancanza, di un giovane innamorato che desidera una felicità condivisa mentre ascolta un vinile di Mahalia Jackson guardando la neve che cade su Montreal. Nel maggio del 2019 sono state tutte vendute all’asta, decisione presa dalla famiglia della Ihlen per supportare economicamente il figlio Axel Jr, da anni in un istituto psichiatrico dopo un passato di depressione e droghe.

Nel lavoro di Broomfield c’è uno spezzone tratto da un concerto di Cohen mentre sta parlando della sua relazione con Marianne. Dapprima, confessa, ha vissuto con lei per la maggior parte dell’anno, poi due mesi, poi due settimane, fino a quando rivela, “vivevo con lei solo due giorni all’anno”. Sebbene ne parli con calore e sincerità, da quelle parole emerge comunque una verità dolorosa che ha avuto la sua fine agli inizi degli anni Settanta quando Suzanne Elrod si presenta sull’isoletta greca. Marianne fa i bagagli e torna a Oslo, per condurre una vita tranquilla, lavorando come segretaria in una compagnia petrolifera. L’assedio dei paparazzi e l’ombra di quel famoso ex si faranno spesso molto ingombranti. Chissà come ci sentiremmo se la nostra rottura più dolorosa diventasse la canzone preferita di milioni di persone?

Ma per Broomfield, l’attenzione dedicata al segmento “Marianne e Leonard” sembra finire qui, dedicando il resto del documentario a numerosi filmati che raccontano la nascente carriera di Cohen, superstar in divenire: spezzoni televisivi tratti dal Julie Felix Show con un Cohen in lacrime durante l’esibizione di Stranger Song, accompagnato dalla sua immensa paura del palcoscenico, l’esecuzione di Suzanne con Judy Collins, la performance a cappella di Memories sul tourbus, gli anni passati in monastero, il disastro finanziario a opera della sua agente. Cohen, Cohen, e ancora Cohen.

Quello stesso Cohen che, durante il tour del 2008, invia i biglietti per il concerto di Oslo alla sua amica Marianne. La vediamo, seduta in prima fila, i lunghi capelli argentei, ancora bellissima, mentre canta le parole della sua canzone, sorride e saluta quell’amore antico, diventato leggenda. Un gesto d’affetto che corre lungo mezzo secolo.

L’errore in cui cade il regista, oltre al già citato protagonismo non necessario, sta proprio nel lasciare dietro le quinte l’apporto artistico e il supporto personale che Marianne non ha mai fatto mancare al suo compagno.

La Ihlen non emerge mai nella sua specificità e alcune delle riprese – in particolare quelle sul letto d’ospedale – appaiono come una forte e ingiustificata invasione della privacy. Si ha come la sensazione che il resto della vita di Marianne sia stata solo “una conseguenza” di quella potente storia d’amore con Leonard Cohen.

L’aspetto più forte del documentario esula dai sentimenti dei due giovani e si focalizza sull’intenso ritratto della controcultura degli anni ’60, in particolare la sua manifestazione a Hydra, da tutti considerata una paradiso, un luogo per sfuggire alla noia e alla conformità della vita borghese. Ma i sopravvissuti ricordano la droga e l’alcool, i matrimoni distrutti, i bambini cresciuti troppo in fretta.

Leonard Cohen sbocciò, altri furono meno fortunati.

A emergere costantemente dai filmati e dalle interviste è un punto di vista maschile che tratteggia la figura di Cohen come un uomo infedele, irrispettoso e rude. Sarebbe falso sostenere che i tradimenti, ripetuti e numerosi, non abbiano fatto parte del suo vissuto tuttavia rendere Cohen un personaggio narcisista, sfruttatore, manipolatore appare un’operazione forzata e incoerente. Quella di Marianne e Leonard, nonostante tutto, è una storia d’amore che ha resistito alla struttura convenzionale, sfuggente ed ellittica del rapporto di coppia, scivolando avanti e indietro nel tempo.

L’immagine che chiude Words of Love regala una giovane Ihlen baciata dal sole sul ponte di una barca a vela, i lunghi capelli dorati spostati dal vento all’interno di un paradiso che non poteva né durare né ripetersi. E che forse, solo le parole di chi l’ha vissuto, con una poesia scritta tanti anni dopo, possono documentare:

Quel che ho amato della mia vecchia vita
Non l’ho dimenticato
È la mia spina dorsale
Marianne e il bambino
I giorni della gentilezza
Risale lungo la spina dorsale
E si manifesta sotto forma di lacrime
Prego che questa memoria
Persista pure in loro
Le persone preziose a cui rinunciai
Per educarmi al mondo

(L.Cohen, I giorni della gentilezza, 1985)

Alla fine forse è tutto lì, il vero amore, ciò che accade fra due persone che non hanno più bisogno di conoscersi.

Il modo di dire addio

But let’s not talk of love or chains and things we can’t untie
Your eyes are soft with sorrow
Hey, that’s no way to say goodbye

Le canzoni di Cohen vibrano grazie all’intensità del desiderio che la sua voce ha messo in mostra, in un misto di calore e distacco. Sono brani che abitano nello spazio in cui Dio e la sessualità si incontrano, in cui il desiderio stesso diventa una forma di religione.

La morte di Leonard Cohen, avvenuta nel novembre del 2016, all’età di 82 anni, ha messo fine ad una carriera che è stata in continua evoluzione, come ha dimostrato il suo ultimo album, You Want It Darker, uscito solo tre settimane prima della sua scomparsa. Un disco colmo di oscurità ma non per questo spaventoso; rassicura e accoglie il buio in cui Cohen si immerge, segnando il genio del suo percorso artistico.

Introverso e meditativo, sempre rimanendo coi piedi per terra, cuciti al suo umorismo sagace, negli ultimi decenni Cohen sembra essere venuto a patti con le delusioni che la vita riserva, mostrando grazia e compassione nelle occasioni che rivelano fragilità e debolezze, e rivelando tutta la bellezza che risplende anche in mezzo alle situazioni più sordide.

Riusciamo a vederlo ancora, calcare il palco nel suo abito elegante, il cappello nero e le scarpe tirate a lucido, lui, pronto a cantare per tutti, i miserabili, i misericordiosi, le sante e le puttane. Canta per chi crede, per chi non ci riesce, per chi si abbandona, per chi vede un Dio silenzioso e per chi non lo vede affatto. Canta per i peccatori, come lui, che compensano Dio offrendo le loro colpe, le loro dualità, le loro contraddizioni, le loro sofferenze, attraverso quella forma di preghiera chiamata canto. Cohen ci ha insegnato a essere meno intransigenti, accarezzando con sguardo bonario gli errori – i propri e quelli altrui – senza essere troppo severo con chi vi cade.

Eccolo lì, in ginocchio, Leonard l’inafferrabile, a sorridere sornione, a restituire consistenza all’amore, con il mondo ai suoi piedi intonando un santo e disperato hallelujah. Ma adesso, dopo averne disegnato contorni e colori, quel posto nella leggenda – di cui parlavamo all’inizio – sembra più chiaro, più definito. Cohen prende posto al centro del palco, sul proscenio, dietro le quinte, nelle poltroncine del pubblico, riempie ogni spazio, ogni crepa, pronto a cantare fin oltre la vita.

Al di là della vita, già: a tre anni dalla sua morte, nel settembre 2019, viene annunciata l’uscita di un disco postumo dal titolo Thanks for the Dance. L’album vedrà la luce grazie al prezioso lavoro svolto dal figlio di Leonard, Adam, musicista e collaboratore del padre anche per You Want It Darker. Oltre ad aver ideato e prodotto questo nuovo disco, Adam Cohen ha anche arruolato un cast di grandi nomi per la sua realizzazione tra cui Damien Rice, Leslie Feist, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, Bryce Dessner dei National, Dustin O’Halloran, Beck e gli storici colleghi del padre Javier Mas e Jennifer Warnes. È un disco di inediti, brani a cui Cohen stava lavorando nei mesi precedenti alla sua morte.

Può essere straniante ascoltare ancora la sua voce, avvolta da parole nuove che poi nuove non sono: The Goal ad esempio è una poesia del 2006, contenuta in Book Of Longing. C’è tutto il senso della caducità in quei versi, sebbene ancora lontani, nel tempo e nello spazio, dalla fine. Una fine, oggi più che mai, scritta solo sulla carta. L’attenzione filologica e linguistica con cui Adam Cohen ha gestito il capitale umano e artistico di questo disco, con i suoi tocchi delicati ma netti, ha fatto sì che un figlio mettesse in scena il più elegante e commovente addio di un padre, mantenendo sempre quella voce inconfondibile al centro di tutta la narrazione. E in questo manufatto unico emerge un’eloquenza che ha del trascendentale, qualcosa che in cuffia diventa una confessione intima per cui la voce di Leonard Cohen sembra esattamente sussurrare al nostro orecchio, alla nostra persona.

Punteggiato da molte rivoluzioni che sorgono nel e attraverso il linguaggio, sia esso poetico, romantico, musicale o spirituale, lo stile di Cohen è e rimarrà un’eterna preghiera, vestita di nudità, un inno che celebra e lamenta la frammentarietà sincera della condizione umana, la rottura delle promesse che non si è mai osato giurare.

Frequentando Cohen attraverso le sue parole si arriva a capire che la risposta più grande che troveremo sarà capire il linguaggio del silenzio, la più grande compagnia di cui potremo godere sarà rallegrarci in presenza della nostra solitudine. E il momento più grande della nostra vita è proprio questo, anche se fatichiamo a rendercene conto.

La musica di Leonard Cohen, per cinquant’anni, è stato il tormento ammaliante del suo pubblico: con quei contrasti appassionati, quella spiritualità mistica eppure scalfibile, i suoi limpidi presagi, ha riscritto le coordinate spazio temporali di un genere musicale che è insieme poesia e religione, in uno stillicidio di parole che si trasforma in toccante rapimento. Lucido visionario, con l’abito scuro o la tonaca d’ordinanza, Leonard Cohen scrive una storia d’amore lunga mezzo secolo, che trabocca di passioni vitali e perdono, di pazienza e disciplina, riuscendo infine a spiegare il mistero dietro la liturgia della vita, dentro ai simulacri della bellezza.

Royal Albert Hall, Londra 2008. ©Richard Young/REX/Shutterstock.

Là, alla fine dell’amore, c’è l’amante e l’uomo, quello problematico, vacante, discontinuo, quello con la sigaretta sempre accesa tra le dita affusolate e un sorriso franco.

“Sentirai parlare di me, tesoro, anche molto dopo che me ne sarò andato, ti parlerò con dolcezza, da una finestra, nella torre della canzone”, cantava nel 1988 in Tower of Song costruendo un modo di dire addio che sa rimanere tutta la vita.

Forse perché ci sono addii che non si concludono mai.

So long, Leonard.

Bibliografia

Cohen, L. (2017). Il modo di dire addio. Conversazioni sulla musica, l’amore, la vita. Il Saggiatore.

Nadel Ira B. (2011). Una vita di Leonard Cohen. Giunti.

Simmons, S. (2012). I’m Your Man: The Life of Leonard Cohen. Harper Collins.

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