Album
The Final Cut
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Edoardo Bridda
- 27 Luglio 2013
Pubblicato il 21 marzo 1983, The Final Cut è il dodicesimo album dei Pink Floyd, nonché l’ultimo che vede la collaborazione di Roger Waters, che lascerà ufficialmente due anni più tardi dopo una battaglia legale relativa al marchio. È anche l’unico lavoro del gruppo britannico in cui non suona il tastierista Richard Wright, estromesso dall’allora deus ex machina durante le session di The Wall.
Costellato da aspre discussioni tra i rimanenti membri della band e il bassista, con il batterista Nick Mason a limitarsi ai (pur notevoli) effetti sonori e il chitarrista David Gilmour a conceder al dispotico leader ciò che voleva per il bene comune, l’album riassume l’intero arco della poetica e dei turbamenti watersiani attorno alla guerra, un viaggio definitivo nella psiche lacerata dell’autore la cui figura paterna è il fulcro di una sofferta introspezione iniziata già ai tempi di Dark Side Of The Moon.
In origine The Final Cut – provvisoriamente intitolato Spare Bricks – era stato pensato come colonna sonora di Pink Floyd – The Wall, il film di Alan Parker basato sull’omonimo album con protagonista Bob Geldof per il quale era già stato deciso di includere When the Tigers Broke Free. Il brano era stato scartato dalla band ai tempi di The Wall perché troppo legato alla biografia di Waters ma era proprio questo il tema che l’autore di tutti i testi del gruppo voleva affrontare: la morte del padre Eric Fletcher Waters, avvenuta durante lo sbarco di Anzio, e il riflesso psicologico di quel fatto, la sua morte come tradimento della figura paterna. La guerra delle Falkland del 1982 promossa dall’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher, cambia i piani, o meglio li aggiorna, lo scenario bellico diventa una breve guerra non dichiarata, un attacco non necessario all’Argentina che avrebbe potuto essere evitato e gestito per vie diplomatiche. Un nuovo titolo provvisorio – A Requiem for the Post War Dream – dà dunque la chiave di lettura ideale al lavoro definitivo basata su un doppio tradimento. Oltre a quello personale del bassista subito dal padre era un’intera nazione ad esser stata truffata dalle politiche dei Tory. A quarant’anni dalla guerra mondiale i sogni di fratellanza tra la gente e i popoli si erano trasformati in un ritorno a una società dickensianiana, e con essa la recrudescenza di nuovi nazionalismi e fascismi.
Concept a parte, The Final Cut è un album profondamente cinematografico, la cui travagliata (nonché piena) riuscita non sarebbe stata possibile senza il contributo del compositore americano Michael Kamen, responsabile degli arrangiamenti orchestrali (ma anche prezioso nella mediazione tra Waters e Gilmour) e dei numerosi session men, alcuni dei quali chiamati in sostituzione di Mason per via dei complessi tempi immaginati dal bassista (un esempio tra tutti il drumming di Andy Newmark per l’ottima Two Suns in the Sunset che parte e finisce in 9/8 regge un 4/4 ma contempla numerosi passaggi in 7/8 e 3/8). Anche la resa 3d dell’audio e degli effetti (due su tutti: lo sparo da arma da fuoco nella title track e l’esplosione in Get Your Filthy Hands Off My Desert) sono parte integrante del successo dell’opera e questo grazie all’olofonia, una tecnica di registrazione che permette riprodurre un suono in modo simile a come viene percepito dall’apparato uditivo.
Tracklist
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Discografia
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- 1 The Post War Dream
- 2 Your Possible Pasts
- 3 One Of The Few
- 4 The Hero's Return
- 5 The Gunners Dream
- 6 Paranoid Eyes
- 7 Get Your Filthy Hands Off My Desert
- 8 The Fletcher Memorial Home
- 9 Southampton Dock
- 10 The Final Cut
- 11 Not Now John
- 12 Two Suns In The Sunset
