Recensioni

In questi tempi di revival anni ’90, poteva mancare il ritorno in grande stile di quella faccia da schiaffi di Robbie? Non che l’ex cattivo ragazzo del pop inglese se ne sia stato con le mani in mano: l’ardito biopic Better Man (2024), osannato dai critici (un po’ meno dal pubblico), ne ha rilanciato e rivalutato l’immagine presso i contemporanei, restituendo tra luci ed ombre un ritratto inaspettatamente complesso di uno dei massimi protagonisti di quell’ormai lontana era dorata. Operazione adesso compiuta, con la giusta (over)dose di sfacciataggine, nostalgia e (auto)celebrazione da questo tredicesimo (!) lavoro in studio, con un nomen che più omen non si può.
Realizzato insieme a un nutrito stuolo di produttori (Karl Brazil, Martin Terefe, Owen Parker, Sam Miller, Tom Longworth), nonché ospiti come Tony Iommi (a suggellare in Rocket il matrimonio tra metal e pop già consumato da Yungblud e Aerosmith) e Jesse & Joy (Human), Britpop è, a sentir lui, il disco che l’ex Take That avrebbe voluto fare nel 1995, appena uscito dalla boy band.
Che dire? Brit è brit (è presente tutto il campionario, da Bowie agli Oasis – vedi Spies, dagli Slade alle Elastica – You – passando per… i Buzzcocks), pop è pop (produzione glossy e sparatissima, chitarroni in primo piano, ritornelli killer come piovesse – Pretty Face, All My Life). C’è da essere benevoli? Massì, dai. Nel ’95 abbiamo sentito – e visto – di peggio (anche perché c’è una canzone, scritta con Gary Barlow, che si chiama Morrissey. Serve altro?).
Amazon
