Recensioni

Cos’è successo alla ragazza del Britpop? Per quasi un decennio intero, non c’è stato numero di NME, Melody Maker e affini che non avesse in bella mostra almeno una foto di Justine Frischmann. Ovvero l’epitome della coolness britannica al femminile, in grado di rivaleggiare in androginia, stile e sfacciataggine con un Jarvis Cocker qualunque.
A trent’anni dalla sua comparsa ufficiale sulle scene (era l’ottobre 1993 quando uscì Stutter, primo 45 giri targato Elastica), quel che resta è principalmente nel ricordo di chi c’era o di chi, seppur a posteriori, ha affondato i denti fino all’osso in quell’epoca, scoprendo che sì, c’era altro oltre (e dietro) i big four, Oasis, Pulp, Blur e Suede; in particolare, la storia degli ultimi due sarebbe un po’ diversa senza quella ragazza di Kensington, discendente da una facoltosa famiglia di origini ungheresi e russe, dacché (come sapevano anche i sassi, a metà ‘90) è stata musa e compagna di Damon Albarn e anche di Brett Anderson, fondando insieme a lui la band di Beautiful Ones alla fine degli Ottanta.
Quest’ultimo ha rivelato nel recente documentario The Insatiable Ones che l’epocale album di esordio dei Suede non avrebbe mai potuto esistere senza la sua influenza; ed è altresì documentato come il futuro Gorillaz avesse acquisito dalla sua indimenticata Justine quell’approccio al songwriting mutuato da Bowie e basato sull’osservazione di personaggi e la scrittura in terza persona, sbocciato a partire da Modern Life Is Rubbish (il disco che inventa il Britpop; a lei si deve, peraltro, la canzone che idealmente lo seppellisce, No Distance Left To Run, cronaca del breakup della coppia a fine ‘90s). Ma non siamo certo qui per parlarvi ancora della “ragazza di”, ché significherebbe ripiombare nel medesimo (e, oggi più di ieri, imperdonabile) errore sessista di allora; quando invece quella della Frischmann è una storia di intelligenza pop da manuale, di cui in tempi come questi si sente proprio la mancanza. Per una serie di motivi.
Per prima cosa: come dovremmo chiamare la sua band? Gli Elastica? Le Elastica? Elastica, senza articolo, come fanno gli inglesi? Eh no, non è domanda peregrina, perché della questione di genere, adesso così viva e sentita (per quanto imbrigliata, semifarsescamente, su questioni linguistico-grammaticali legate a pronomi, desinenze e schwa). Justine e compagn* sarebbero con la loro androginia perfetta bandiera, oggigiorno. Anche se ai tempi della Cool Britannia era tutto molto più semplice, vivaddio: bastava tirar fuori l’ombrello benedetto del glam rock e allora, se non eri “sure if you’re a boy or a girl”, era tutto a posto ed eri cool a prescindere. Santo Bowie.
Tant’è che, nonostante fossero in origine tre donne – la frontwoman più Donna Matthews alla chitarra solista e Annie Holland al basso – e un uomo – Justin Welch, anche lui ex-Suede – le Elastica (ok, propendiamo per il femminile plurale accordandoci all’uso fissato nel nostro paese da allora) non hanno mai voluto presentarsi come una girl band perché, come sottolineato più volte in interviste d’epoca, ciò le avrebbe incasellate e, in definitiva, intrappolate in un cliché.
Mossa perfetta: in un contesto apertamente maschile e laddish come quello del Britpop, la loro sensualità ambigua e ammiccante, insieme al rifiuto di ruoli di genere predefiniti, era un antidoto prodigioso a certo ottuso testosterone da pub/stadio. Con il girl power farlocco (ovviamente sessualizzato e plasmato dall’immaginario maschile) delle Spice Girls ancora lì da venire, e il movimento riot grrl troppo lontano geograficamente, esteticamente e politicamente, la compagine di band con significativa presenza femminile non era nutrita: oltre loro, soltanto le Kenickie (rapporto tra i sessi sempre 3:1) e, per fare alcuni nomi, altre band guidate da donne come Echobelly, Sleeper, Drugstore e Lush. Ma, come si diceva, non dovrebbe essere questo (o solo questo) il motivo di riscoperta e rivalutazione odierna.
Perché c’è soprattutto un disco che dice quel che c’è da dire in sedici canzoni dalla durata media di due minuti, veloci come colorati proiettili gommosi sparati da una pistola giocattolo, che possono lasciarti un bel livido, di cui ti dimenticherai non appena sarà passato. Pubblicato il 14 marzo 1995, Elastica diventa il disco di debutto venduto più velocemente in patria scalzando nella medesima categoria (tutta britannica, ça va sans dire) Definitely Maybe degli Oasis, record detenuto fino all’uscita dell’esordio degli Arctic Monkeys undici anni dopo, nonché – udite udite – il disco inglese di maggior successo negli Stati Uniti di quel lotto (complice una fortunata distribuzione Geffen – sono anche gli anni del post-Nevermind, ricordiamolo).
Ad aprire la strada a cotanto successo annunciato, quattro singoli usciti nel corso del precedente anno solare per la Deceptive Records di Steve Lamacq (oltre al citato Stutter, Line Up, Connection e Waking Up) a segnare la traiettoria implacabile della next big thing forse più attesa di quegli anni di fuoco. Un meccanismo perverso di cui gli albionici sono maestri, si sa, che ha visto sparire dopo un giro di valzer miriadi di band gettate in quel tritacarne. E qui sta il bello, perché programmaticamente Elastica nasce proprio per essere quella cosa lì: musica di plastica, effimera, sfrontata, punky, veloce e appiccicosa, discendente diretta del piacere usa e getta descritto da Robert Smith in Plastic Passion, in equilibrio tra la melodia dei Buzzcocks e la spigolosità intelligente dei Wire.
Già, i Wire, croce e delizia delle Elastica, tra ispirazioni/citazioni che rasentano il plagio conclamato e una prospettiva al suono e alla canzone mutuata con appassionata diligenza; una tendenza, quella della riscoperta di certo post-punk, non ancora esplorata dal nuovo movimento (a parte rare eccezioni come The Holy Bible dei Manic Street Preachers), e destinata ad esplodere solo nel decennio successivo. Sì, lo scriviamo anche noi anche se è risaputo: l’attacco di Connection è identico a quello di Three Girl Rhumba e la melodia di Line Up dovrà pur qualcosa a I Am The Fly; ma il citazionismo pop è una cosa che oggi è ampiamente accettata (ma forse lo era già anche allora… com’è che iniziava Don’t Look Back in Anger?) e nella nascente era della AI questi ci sembrano davvero peccati veniali, tanto più che l’intelligenza che li partorì non ha nulla di artificiale, anzi (la cosa fu intenzionale, con Justine a proclamare che nella sua musica non c’era niente di originale e che il rock aveva già detto tutto negli anni Settanta).
A pensarci bene, anche nella discografia dei Blur sono presenti diversi casi analoghi di citazioni e melodie prese in prestito, sfociati anche in accuse dirette di plagio risoltesi con il riconoscimento dei crediti (come il caso di M.O.R. ai danni della Boys Keep Swinging di Bowie/Eno); e verrebbe quasi da dedurre che, tra le tante cose in comune, i due fidanzati all’epoca avessero anche tale disinvoltura nel riutilizzo di materiale esistente. È stato certo onesto il riconoscimento agli Stranglers dei diritti per la filiazione diretta di Waking Up da No More Heroes, ma più onesto ancora è stato il compianto Jet Black, che ringraziò Frischmann e soci per aver riacceso i riflettori sulla sua vecchia band. Fosse anche questo solo il merito delle Elastica, ovvero aver gettato luce, omaggiandoli, su gruppi come Wire e affini, all’epoca dimenticati e ancora da lì a venir riscoperti e rivalutati, anche nella loro dimensione pop… non sarebbe poco.
Che poi chissà perché quando si parla di questo disco si finisce sempre a parlare dei plagi. Esiste pure un video YouTube che ricostruisce, in una forma di hating ossessivo-compulsivo, tutti i presunti “prestiti” delle Elastica (con corollario di commenti sessisti sulla ricca ragazza viziata che si faceva scrivere le canzoni dal talentuoso boyfriend di turno…). Quando le canzoni, la veste sonora, il concept (inteso come idea di fondo) raccontano la storia di un grande disco pop degli anni ’90, un lato della musica inglese di quegli anni diverso e complementare rispetto a quello raccontato da amanti e colleghi.
Niente Beatles, Kinks, Jam e Bowie, niente storie di Inghilterra suburbana condite da nostalgia per i vecchi tempi andati. Al loro posto chitarre sferraglianti e dissonanti, strofe e ritornelli dritti al punto, hook messi al posto giusto, sfacciataggine punk, melodismo pop e attitudine wave. Ci sono Annie, Smile e Blue che giocano con il verbo Pixies/Breeders; ci sono i Fall (!) in See That Animal e S.O.F.T.; c’è una Hold Me che ammicca indietro ai Blondie con i Garbage che prendono appunti; ci sono i summenzionati singoloni (in Line Up e Car Song, poi, la parentela Blur è pure evidente; complice un certo “Dan Abnormal” che suonicchia qua e là nel disco… chi mai sarà?).
Ma ci sono anche cose completamente diverse come Never Here e 2:1 (la prima che sembra prodotta da Martin Hannett – ed è anche l’unica canzone di stampo “classico” a spingersi un po’ di più con il minutaggio; la seconda sexy e robotica insieme, resa ancor più memorabile dalla provvida inclusione nell’epocale soundtrack di Trainspotting); ci sono infine le scorie garage-Ramones Stutter e Vaseline, che parlano di sesso con irresistibile attitudine tongue in cheek e sono, di fatto, il vero manifesto musicale e poetico di una band veloce, usa e getta e – ehm – elastica come un condom. Una band, quindi, perfetta per quei tempi frenetici e bellissimi – e anche per i nostri, in cui tutto si consuma e brucia davanti ai nostri occhi nell’enfasi orgasmica del momento, fino alla prossima scarica di dopamina.
Una band che, appunto, non durò: seguendo un prevedibile copione rock’n’roll, alla fulminea ascesa seguì un lento e inesorabile dissolvimento, fatto di tensioni, esaurimenti, droghe, cambi di formazione e sedute di registrazioni infinite, culminate nella pubblicazione ben oltre il tempo massimo consentito di un pur buono secondo album (The Menace): della serie, puoi anche avere una divinità come Mark E. Smith in carne e ossa a salmodiare su una cosa scritta apposta per lui che si chiama How He Wrote Elastica, Man!, ma se esci nell’anno di Kid A, quando il mondo è andato troppo avanti, non c’è scampo.
E quindi dicevamo: cos’è successo alla ragazza del Britpop? Dopo aver lanciato la carriera di M.I.A. (sua coinquilina dopo aver lasciato Damon… mentre lui andò a vivere con Jamie Hewlett…. che coppia, ragazzi!), Justine Frischmann si è definitivamente ritirata dal mondo della musica, vive in America e fa, molto bene, la pittrice. Il suo più grande rimpianto? Elastica doveva essere, coerentemente con le premesse iniziali, un progetto da un album e via. La perdoniamo. E ringraziamo. Respect.
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