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Esiste un disco sophisti-pop capace di mettere d’accordo tutti? Se dovessimo sceglierne uno, probabilmente sarebbe Steve McQueen dei Prefab Sprout. Certo, ciascuno ha il proprio album cult in questo universo raffinato: c’è chi ama The Lexicon Of Love degli ABC, manifesto del pop orchestrale anni ’80; i (new) romantici si stringono attorno a True degli Spandau Ballet; e i più “raffinati” si rifugiano nel Café Bleu degli Style Council, dove spicca anche la voce di Tracey Thorn degli Everything But The Girl. Ognuno di questi dischi è sophisti-cato a modo suo, ma Steve McQueen spicca per la sua straordinaria capacità di incarnare lo spirito degli anni ’80 pur superandone i confini temporali e geografici.

Il titolo e la copertina evocano un’ambizione precisa: quella di un album cinematografico e nostalgico, che guarda a un’America immaginaria fatta di crooner, jazz lounge, musical e glamour anni ’50, più che alle correnti rock o post punk che inizialmente avrebbero potuto identificarlo. È un disco che trae ispirazione da Hollywood, dalle grandi storie d’amore e perdita, da un romanticismo colto che si fonde con la musica pop in modo naturale e mai banale.

Alla base di tutto, c’è la scrittura di Paddy McAloon, che riesce a trasformare ogni canzone in un piccolo racconto, una riflessione poetica sull’amore e le sue contraddizioni. Le canzoni di Steve McQueen si muovono tra due poli complementari: da un lato, l’analisi lucida e disincantata delle relazioni e dei loro dolori; dall’altro, l’incanto e il fascino del desiderio, dei sogni e delle illusioni.

Molti brani affrontano la vulnerabilità dell’amore nel momento in cui si spezza o si trasforma. In When Love Breaks Down, McAloon racconta la fine di una relazione con una lucidità spietata e gentile al tempo stesso. Le bugie che ci raccontiamo per non affrontare il dolore, i compromessi emotivi, le maschere che si indossano per evitare la verità: tutto affiora nel testo con una compostezza che evita ogni scivolata nel melodramma. “The things you do / To stop the truth from hurting you”, canta McAloon nel ritornello, e poco dopo aggiunge: “The lies we tell / They only serve to fool ourselves”. È questa capacità di affrontare la fragilità senza retorica, con limpidezza e misura, a distinguere la sua scrittura da quella di tanti altri cantautori del periodo. Curiosamente, il brano fu inciso prima del resto dell’album e prodotto da Phil Thornalley, allora noto per il suo lavoro con i Cure, conferendo al pezzo un’impronta sonora leggermente diversa — più morbida e patinata — rispetto alla produzione di Thomas Dolby che domina il resto del disco.

Allo stesso tempo, l’album esplora il desiderio come proiezione, maschera, fantasia e illusione. In Desire As, forse il brano più enigmatico e letterario del disco, McAloon racconta l’amore come una costruzione mentale fragile, destinata a sgretolarsi nel momento in cui entra in contatto con la realtà. “Desire as a sylph figured creature who changes her mind”: il desiderio viene incarnato in una figura eterea, impalpabile, romantica ma capricciosa, una silfide mitologica che cambia idea di continuo. È un amore costruito più sulle aspettative e sull’ideale che sulla concretezza. L’incipit stesso del brano è tagliente: “I’ve got six things on my mind / You’re no longer one of them” – una dichiarazione di distacco glaciale, che però si ripete come una formula ossessiva, a suggerire che il dolore è ancora lì, appena sotto la superficie.

La canzone riflette anche sul momento in cui ciò che era perfetto viene distrutto senza apparente motivo: “It’s perfect as it stands / So why then crush it in your perfect hands?”. È l’immagine di un desiderio estetizzato fino all’autodistruzione, di una relazione troppo pura per sopravvivere all’imperfezione del reale. McAloon mette in scena una forma di dolore intellettuale, quasi metafisico, dove l’amore diventa un gioco di specchi e il desiderio un oggetto sfuggente, instabile, impossibile da afferrare.

Un altro tema ricorrente è quello della memoria e dell’assenza: i ricordi di persone amate e perdute, le distanze interiori che segnano i rapporti umani. La musica e i testi creano un’atmosfera sospesa, quasi onirica, in cui passato e presente si intrecciano, come nella malinconica Bonny, che sembra una lettera rivolta a qualcuno che non c’è più ma che continua a vivere nel ricordo.

A legare questi temi, la produzione è affidata a Thomas Dolby, figura anomala del pop elettronico britannico, che riesce a dare al disco un suono lussureggiante ma mai ridondante, sospeso, quasi trasparente. È una produzione che non invecchia perché è un paradosso: tecnologicamente avanzata ma romantica, sintetica ma avvolgente. Il disco fu registrato su nastro analogico, come era consuetudine all’epoca, ma già profondamente influenzato dalle tecnologie emergenti: sintetizzatori digitali come il Yamaha DX7, campionatori come l’Emulator, riverberi e delay digitali che contribuivano a creare quella morbidezza atmosferica tipica del suono di Dolby. Un impasto timbrico raffinato, senza bordi netti, che amplifica l’ambiguità emotiva dei testi e mette in risalto la voce e la scrittura di Paddy McAloon. I paragoni con McCartney e Costello sono doverosi, ma forse ancora più calzante è quello con Roddy Frame degli Aztec Camera: un’altra figura fuori dal tempo, capace di fondere pop, jazz, folk e lirismo letterario con una grazia che non si insegna.

McAloon, che al momento dell’uscita dell’album ha 28 anni, vive ancora con i genitori a Witton Gilbert, un villaggio nei pressi di Durham, nel nord-est dell’Inghilterra. Compone le sue canzoni nel letto della sua infanzia, in una camera rimasta immutata dai tempi della scuola. Per lui è una scelta consapevole: lontano dal caos dell’industria musicale, dentro una dimensione protetta e familiare. È anche questo isolamento autoimposto a conferire alle sue canzoni un tono distaccato e contemplativo, dove l’amore viene osservato con una lente letteraria e la voce di Wendy Smith — eterea, interlocutoria, quasi angelica — funziona da contrappunto. Insieme i due, al tempo teatrali e cinematografici, amplificano la dimensione emozionale del disco: un’esperienza intima e universale.

Più di un manifesto pop degli anni ’80, Steve McQueeen è un’opera che si è guadagnata nel tempo lo status di classico proprio per la sua capacità di parlare a più generazioni e per questa doppia natura fatta di intelligenza e sentimento, modernità e tradizione. Nel 2007, la sua versione acustica è l’ennesima riprova di quanto la qualità della scrittura ne costituisca il vero nucleo. Un’eredità insuperata, un vertice per i Prefab Sprout e uno degli apici del pop colto e accessibile di sempre.

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