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C’è un brano nell’album Escapology, che a distanza di 22 anni si eleva, per ironia della sorte, a perfetto preludio di Better Man. È la decima traccia di quello che è da considerarsi come l’album della maturità di Robbie Williams, la sua confessione in musica di cadute (Come Undone), paure e timori per un cuore che batte a vuoto (Feel) e per un amore che va avanti per inerzia e pronto a spezzarsi (Sexed Up). Ma quel brano, Me and my monkey, non parla di cuori spezzati, ma di dipendenze e viaggi compiuti per tentare di strappare quel lato più irrazionale (“my monkey”) da sé e così ritrovare se stesso (“me”).

Robbie Williams in Better Man non è né Robbie, e nemmeno un attore chiamato a prestare il suo corpo per restituire infanzia, fama e caduta di uno dei principi del pop degli anni Novanta-Duemila. Robbie Williams è una scimmia, quell’animale guida che si fa portatore (in)sano di goliardia e totale caos sul palco, sebbene soffocato da ansie e fobie da sedare con litri di alcool e chili di droghe. Poteva mostrarsi nella versione migliore di se stesso, Robbie Williams nel biopic a lui dedicato; poteva essere dipinto con sfumature edulcorate, e con tratti addolciti, ma Better Man non vuole essere Bohemian Rhapsody. Better Man è una lettera di presentazione scritta con dell’inchiostro misto a sudore, lacrime, vergogna. A redigerlo è dunque quella versione involuta, irrazionale, animalesca del cantante; a porgergli un foglio su cui riversare cadute e rinascite, è invece la macchina da presa di Michel Gracey. Il risultato finale è un’opera biografica che rifugge dal melenso e retorico racconto agiografico, per mescolare l’arte dell’intrattenimento a quella dell’autodistruzione.

Better man - Recensione
Robbie Williams impersonato da una scimmia

Sembra quasi superfluo chiedersi chi sia Robbie Williams. Che piaccia o meno, il cantante di Stoke-on-Trent ha navigato lungo la corrente dei decenni, accompagnando infanzia e adolescenza di molti di noi con le sue iconiche hit (“Supreme”, “Let me entertain you”, “Angels”, “Tripping”, “Kids“). Eppure, stando ai commenti di molti utenti statunitensi, oltreoceano il suo è un nome totalmente sconosciuto e avvolto dall’oblio. Aveva la carta di mostrarsi sotto luci accecanti, Robbie Williams; farsi conoscere a una nuova fetta di pubblico ripulito dallo sporco del passato, lontano dai fantasmi di ieri, avvalendosi della sua immagine di oggi. Con Better Man invece il cantautore si veste di ombre, di luci dei riflettori che lo tentano, come canti di sirena, per poi trascinarlo nel fondo del baratro.

Dissimilmente da quanto compiuto con The Greatest Showman, Gracey evita la zuccherosa e sognante edulcorazione di un’esistenza che di fiabesco ha ben poco, per pigiare sull’acceleratore di quella macchina auto-sabotante che accompagnava Robbie Williams lungo la strada della depressione e della dipendenza. Non più imbonitore di freak show à la P.T. Barnum, per un uomo di musica come Robbie Williams, la vita diventa la scaletta di un concerto continuo dove ogni brano eseguito va a farsi perfetto commento musicale di attimi lontani cronologicamente, ma vicini emotivamente. Ciò che interessa allora al Robbie Williams di Better Man è il contenuto di quel messaggio lasciato in musica, la capacità di dar voce a momenti ed emozioni altrimenti mute e silenziose.

La scalata al successo al fianco dei Take That (con tanto di rimando al videoclip di Back for Good) sulle note di Rock DJ, oppure l’amore per Nicole Appleton restituito attraverso i versi di She’s the one (con tanto di coreografia rimandante quella di A million dreams da The Greatest Showman) sono chiari esempi di come la consequenzialità cronologica nel mondo della musica perde di rilevanza. L’arte è il diretto risultato delle nostre scelte di vita, tra cadute, risalite, cuori spezzati e battiti accelerati. La scelta di anticipare opere ancora chiuse nella fucina creativa del suo autore, va a rimandare a quella equazione che vuole l’esperienza come strumento diretto del processo creativo in una danza costante dove la mente è costretta a formulare pensieri, mentre il corpo si ribella ad angosce e paure, urla, bloccandosi, scappando.

Better man
Una piccola scimmia per un piccolo Robbie Williams

Ed è qui che l’immagine della scimmia si fa avanti, restituita da una motion Capture talmente convincente, realistica e umana, tanto da farci dimenticare della sua diversità. Ma il Robbie Williams primate è diverso, vuole esserlo perché è così che il cantante si sentiva al tempo: emarginato, sbagliato e irrazionale. Un uomo rannicchiato nel corpo del suo alter-ego animale, rivelando al mondo una fragilità soffocata da ondate di alcool. Sono momenti in cui Robert – e non Robbie – è solo, e come tale deve essere restituito sullo schermo: i primi piani e le riprese ristrette, quasi claustrofobiche, che lo isolano dagli altri fino a soffocarlo, ne sono un chiaro e costante memorandum visivo.

Gli sguardi in macchina diventano allora dei richiami di aiuto tenuti a tacere; le coreografie e il dinamismo della cinepresa, si svestono pian piano della spettacolarizzazione della vita, per rivelare l’angosciante alienazione celata dietro il potere illusorio del successo. Sono raccordi di un montaggio serrato tenuti insieme da associazioni mentali, allucinazioni e flash mnemonici che solo un apparecchio esterno come la cinepresa può adesso recuperare e raccontare (si pensi a Trainspotting), mentre un’ombra fa capolino in una fotografia solo apparentemente cangiante e luminosa chiamata a colorare un’esistenza sempre vissuta in chiaroscuro.

Better Man - Robbie Williams
Robbie Williams

Si può cambiare il percorso della storia, anticipare un evento, ritardarne un altro, ma il suo contenuto non muta. Michael Gracey e Robbie Williams non hanno paura di mostrarlo in tutta la sua onestà. Un processo catartico e di liberazione personale che Robbie Williams aveva già compiuto un anno fa per il documentario disponibile su Netflix, ma che adesso, grazie a Gracey, trova la sua perfetta conclusione. È solo nel momento in cui si tenta di affrontare i fantasmi di un passato che torna a tormentarci come un canto natalizio di dickensiana memoria, che tutto si riavvolge e lo spettacolo può ripartire. Con Better Man è giunto il tempo per il cantante di lasciare in pasto alla luce di proiezione tutto il peso del buio che lo attanaglia(va), così da vivere il sogno di oggi, tralasciando l’incubo di ieri. Senza pensieri. Senza paura. Lo showman lascia così spazio all’intrattenitore, mentre l’animale da palcoscenico fa spazio all’uomo.

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