Recensioni

In quattro righe, per i più pigri — ci sta la stroncatura di “Drowned in Sound” (ci sono andati giù pesante, se al di là delle parole il voto è “2”): “Bahdeni Nami non è niente più di un disco dance fiacco e piatto, infiocchettato ad arte per passare per “esotico” e “world”. I tipi dell’ufficio marketing si staranno sbellicando all’idea di averlo fatto comprare a noi stupidi occidentali”.
Cercate su “Dusted” la recensione di Highway to Hassake – il link, per i più pigri – e ascoltatevi Jani. La recensione è forse il primo, o comunque è sicuramente tra i primi articoli ad avere parlato di Omar in Occidente (quello era il suo primo disco a essere distribuito negli States) e il pezzo fotografa alla perfezione lo stile che ha reso famoso l’uomo in patria prima, tra cerimonie e feste varie, e poi fuori: una versione felicemente soundsystem/cheaptronica, in chiave house & techno, del dabke, la musica tradizionale di quella fetta di Medioriente. Eravamo nel 2007. Tempo due-tre anni, Omar sarebbe arrivato su “Pitchfork”, con Dabke 2020 e Jazeera Nights, e tutti avremmo pensato anche solo per un istante qualcosa tipo chissà come sarebbe ‘sta roba prodotta da qualcuno dei “nostri”. Sarebbe arrivato Wenu Wenu, non proprio da archiviare come be careful what you wish for ‘cause it might come true ma quasi, in occasione della cui uscita crediamo di avere detto tutta la nostra o quasi sul Nostro e sulle operazioni che attorno a lui sono state costruite negli ultimi tempi.
È forse però adesso il caso di suggerire, anzi esplicitare, come a nostro modesto avviso il fascino di Omar risieda tutto, stupidi occidentali che non siamo altro, nella sua figura a un tempo iconica e misteriosa e in quello che Edward Said, a suo tempo, ha chiamato orientalismo: noi Omar non lo capiamo davvero, non vogliamo capirlo davvero, ci piace credere di capire lui e il suo mondo, la versione di lui e di quel mondo a noi più congeniale, esattamente come difficilmente riusciamo a districarci tra i gangli socioculturali, oltre che musicali, che si intrecciano per dare forma alla neomelodica napoletana, far away/so close. Sono queste musiche che non ci appartengono (occhio, perché ovviamente si può dire lo stesso di tantissimo hip hop e di tantissimo altro) che riescono però ad affascinarci come può affascinarci “il nuovo” e “l’altro da noi”, un qualcosa di cui possiamo vagamente intuire qualcosa, che possiamo provare a rigirare a nostro favore, ma perdendone innanzitutto, in partenza, il valore squisitamente funzionale, facendole passare, come facciamo, per musiche da ascolto. In ogni caso, svanito l’effetto sorpresa, slavata la mitologia oleografica, passato il momentum, lo andiamo a vedere quel pazzo di Omar al festival X, difficilmente riusciamo a non rubricare la cosa tra le infatuazioni estemporanee, i giochi intellettuali-ma-di-pancia, i guilty pleasure una tantum, eccetera.
Bene, tutto questo punta dritto a Bahdeni Nami. Registrato a Istanbul, forte del contributo dei fidi Ahmad Alsamer (il poeta autore dei testi dei “successi siriani” di Omar), Khaled Youssef (virtuoso del saz, una specie di “mandolino turco” — gli etnomusicologi ci perdoneranno) e Rizan Said (sue le sperticatissime tastiere), come sempre incentrato sul tema amoroso variamente declinato (appassionate dichiarazioni, agrodolci lamentazioni, gioiose celebrazioni), il disco vede cinque dei sette pezzi totali prodotti dagli europei Four Tet, Gilles Peterson, Modeselektor e Legowelt (quest’ultimo per un remix del pezzo di Four Tet, in realtà). Il risultato? Una palla. Orientalismo, dicevamo, e su tutto domina la sensazione di stare ascoltando un tarocco, un’imitazione che ci prova tantissimo, qualcuno che rifà Omar solo un po’ ripulito, una musica che è kitsch non già in sé (come gli esagerati tarocchi omariani originali), ma al secondo grado (un kitsch del kitsch), kitsch perché ostenta la sua rincorsa a un’autenticità (la naïveté, il clash di elementi eccetera eccetera) che qui però è tutta ridotta a maquillage. Non mancano i passaggi sopra la media, ma sono effimeri e la media è ripetizione, automatismo, noia, sono brani lunghi, avviluppati e spiraliformi che avvincono per sette secondi, giusto il tempo di carpirne il giro portante, così omogenei tra loro e al loro interno da risultare alla fine tutta una stessa marmellata.
Il disco è uscito a luglio, seguito ad agosto da un 12 pollici con un inedito e il remix relativo, interessante perché finalmente anti-mimetico/anti-omariano, firmato da Cole Alexander dei Black Lips.
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