Recensioni

Il riaffaccio sui mitici/odiati 90’s è ormai sport olimpico quanto il curling o il tiro con l’arco e ci si stanno dedicando un po tutti, da Photek a Scuba fino ad Hercules And Love Affair. Ultimo in ordine di apparizione è Legowelt, uno che i nineties se li è fatti tutti in pieno, vivendoli e marcandoli in maniera indelebile: basti pensare a un album come Reports From The Backseat Pimps, che nel ’98 aveva già segnato tutta la produzione electro dei 5-6 anni a venire e per cui Miss Kittin e Vitalic ancora ringraziano.
Danny Wolfers è puntuale come il festival di sanremo o il giro d’Italia, da due decenni è uno che tira fuori più o meno un album all’anno riuscendo a non ripetersi quasi mai. E se in fase di pre-produzione l’idea era quella di un album vagamente 90’s, si potevano aprire solo due scelte ben precise: andare in cantina, rispolverare un paio di Korg e un software d’antan e limitarsi a un pallido revival, oppure fare (ed è ciò che ha fatto) un’opera di piccola ingegneria, usando comunque quegli stessi macchinari e software ma creando quei ponti/punti di contatto tra Europa e America, UK e Detroit, techno teutonica e deephouse Chicago che son sempre stati il suo marchio di fabbrica, gemellando LFO e Inner City, Tronikhouse o il Reese Project di I Believe con ortodossie techno teutoniche a cassa dritta.
Sono dodici tracce sapienti e aperte a qualsiasi ricezione e ricordo. La melodia e la bassline di Danger In The Air smuovono con piacere Derrick May e gli altri due soci della priam Detroit, di rimbalzo Clap Yo Handz gioca allo specchio con la technofunk e LFO, Elements Of Houz Music scomoderá addirittura gli Enigma e Voice Of Triumph si incendia come traccia orgogliosamente europea (il sample vocale sospeso tra T99, Phenomenia e Mortal Kombat Musik) ma che suonerà puramente detroitiana, rappresentando il picco di un album maturo e originale. Dopo vent’anni di onorata carriera Legowelt riesce ancora a dire la sua, districandosi tra lampi di melodia e schizzi acid (Renegade Of A New Age), cedendo nella traccia finale a quella horrorwave di cui ha fatto largo uso in passato, ma che nonostante il titolo qui viene assolutamente centellinata.
Legowelt produce un album techno – perchè techno è – dal sapore vanigliato ma deciso, sussidiario di esperienze vissute e ascoltate. Senza far la voce grossa ma nemmeno sussurrando, facendo esame di originalitá, mettendo il naso fuori dal guscio/gabbia della techno europea e respirando ariositá tutta americana. Senza puntare al capolavoro che non sempre è necessario, laddove a volte un sorriso è più che sufficiente .
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