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7.5

Commissionate ad un DJ e collezionista jazz come Gilles Peterson il ritratto di una label come la Horo, e può uscirne un disco così. Eterogeneo e brillante, setoso e sincopato, morbido e teso, un po’ come il catalogo della stessa Horo che – dal ’72 al ’79 – vide il proprio roster fregiarsi di calibri – solo per dirne alcuni – quali Lee Konitz e Johnny Griffin, Sun Ra e Archie Shepp, nonché italiani del calibro di Renato Sellani, Gianni Basso, Enrico Rava e Piero Umiliani. Del resto, di etichetta italiana si trattava. Fondata a Roma da un regista cinematografico siciliano, Aldo Sinesio, per il quale il jazz divenne una questione di stile e rivoluzione. Rivoluzione del sentire, del vivere, del proporre al pubblico inediti che tenevano la barra sulla sperimentazione senza rinunciare al fascino e all’ebbrezza di chi comunque voleva cambiare le cose.

Peterson è bravo a pescare nel repertorio tracciando una traiettoria nella quale il suo gusto personale gioca a rimpiattino con lo spirito della label. Spiccano una febbrile Moon Dance di Steve Grossman, la fascinosa pensosità di Enrico Pierannunzi con Polychrome e ovviamente il bailamme spacey di Sun Ra con The Satellites. Ma nessuna traccia – a partire dalle sterzate latin/lounge di Irio De Paula (Tropical) e Umiliani (Caravan) – è meno che ottima.

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