Recensioni

6.8

La discografia di Legowelt è un’armoniosa autarchia techno. Techno primitiva, perchè esplora l’idea di un altrove imminente, atteso, conseguenza sacrale del lavoro congiunto tra uomo e macchina. Suggestioni tipiche della fine del secolo scorso, non di oggi, tempo nel quale una poetica così delineata sembra ormai scappata di mano. Però Danny Wolfers ha trovato la sua via d’uscita. Non sempre ha lasciato segni indelebili, ma in ogni caso ha mantenuto il gusto di chi, alla fine del Novecento, era già presente.

Crystal Cult 2080 è un disco compatto: dieci pezzi (dodici nella versione digitale), niente riempitivi. E’ un disco che – come Legowelt ci ha abituato negli anni – cede con eleganza all’immaginario retro-futurista, complice un modus operandi fatto di drum machine che scandiscono ritmiche elementari e massiccio utilizzo di pezzi da collezione datati ’80 e ’90. Ci sono gli LFO e gli 808 State al netto degli steroidi, i pad cosmici che entrano ed escono effimeri, gli abbondanti richiami melodici tipici di un territorio italo-disco già ampiamente battuto con l’alias Squadra Blanco. L’incipit di How I Live è Robert Hood in slow-motion, ma quello che segue è massimalismo sintetico. When The Spring Comes Again è un ibrido a cassa dritta tra acid-house sul velluto, stringhe leggerissime e sample vocali lanciati nel vento. Cyberspace Is Happenin’ For Real, confusione di delay sopra il basso fiero e galoppante, si riempie di colori e consolida l’integralismo di Wolfers, che pensa questo album quasi unicamente su un vecchio Roland JV-2080. Poi le collaudate fascinazioni esoteriche e sci-fi (Ancient Ruins Demoni Mundi, Excalibur R8MK2), sorelle dei più minacciosi fermenti capitolini targati MinimalRome, Heinrich Dressel e Alessandro Parisi in testa. Tutti elementi che sono stati – e sono ancora oggi – marchio di fabbrica Legowelt.

Crystal Cult 2080 poteva precedere l’album del 2012, The Paranormal Soul, oppure venire rilasciato tra cinque anni. L’universo di Wolfers non conosce un prima e un dopo, è troppo legato alle immagini che descrive, e queste immagini non sono mai così diverse da giustificare l’introduzione di nuovi stilemi. L’olandese con gli occhiali non sente lo zeitgeist. E la sua musica, errante tra gli umori nostalgici, sta puntando verso altre galassie.

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