Recensioni

7.5

I Black Lips entrano a far parte della sacra famiglia In The Red e ogni lurido bastardo dentro non può non commuoversi dinanzi ad una simile mother & child reunion; già perché sebbene alla altrettanto blasonata Bomp Records abbiano sempre trovato pane per i loro denti e tazze per i loro liquidi, dopo la morte del suo leggendario patron Greg Shaw (avvenuta nel 2004, Let It Bloom è dedicato alla sua memoria, ndr) è nell’etichetta di Larry Hardy che i Lips possono sentirsi finalmente e fondamentalmente a casa.

Per questa storica occasione espéttorano il loro catarro più sixties, laddove nel precedente “sforzo” tendevano leggermente di più verso lidi hardcore-trash (quelli illustrati in nuce con Everybody Loves A Cocksucker per intenderci). Ma non temete, Let It Bloom punta principalmente a mostrare lo sostanziale impudicizia insita nella musica beat, come si palesa nel refrain do you really want to hold my dirty hand (dal brano Dirty Hands), la risposta in rima e a tono di GG Allin ai Beatles… coretti e ritmiche saltellanti si sposano a urla subumane, frastuoni decerebrati e bassi animaleschi, generando un senso di infanzia perversa: l’innocenza del beat alla I Saw Her Standing There e la deboscia post- Motörhead danno luogo ad una musica che è l’emblema più icastico del garage-punk odierno.

La qualità del suono è quella di un bootleg del ’64, ma non mancano le puntate nel punk-rock californiano con frattaglie surf (Can’t Dance) , non siamo di fronte ad un monolite infatti, l’album é ricco di momenti diversi e giustapposti, seguono ad esempio un beat-blues alla Yardbirds (Boomerang) e una lenta ballata freak-folk (Hippie Hippie Hoorah). Ogni episodio secerne una melodia orecchiabilissima cantata fuori tempo e suonata peggio: un bouquet di profumi andati a male che è il miglior prodotto dei Black Lips dai loro esordi ad oggi. Un loro ipotetico e improbabile greatest hits non potrebbe non prendere metà delle sue tracce da questo album: Not A Problem – la loro miglior composizione probabilmente – una chitarrina paisley che s’insinua in un muro di basso proprio come la stridula voce di Cole Alexander urlacchia stretta nel coro artificiosamente baritonale della band; la rollingstoniana Gung Ho; Everybody’s Doing It con i suoi sgangherati e ruspanti accenti sudisti; il lubrico siluro rocknroll di Take Me Home (Back To Boone) ; il petulante twist di Fairy Stories e l’ipnotica discesa negli inferi Punk Slime, ma sentite anche il modo in cui riescono a sbagliare accordi in contemporanea nel lento blues Feeling Gay.

Astenersi igienisti, puristi, tecnicisti, intellettuali, intelligenti e cacciatori di mode…

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