La musica come atto d’amore. Intervista a Dave Okumu
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Valerio Veneruso
- 16 Maggio 2024
Fra i tanti ospiti attesi della prossima edizione di Jazz Is Dead! Festival vi è sicuramente anche Dave Okumu, producer, chitarrista e songwriter che la sera del 25 maggio si esibirà al Bunker di Torino con il suo ultimo ambizioso progetto 7 Generations: la superband formata da cantanti del calibro di ESKA, Wesley Joseph e nientepopodimeno che Grace Jones, da sempre idolo personale di Okumu.
Custode di storie e di contaminazioni culturali (essendo cittadino britannico nato a Vienna da genitori kenioti), l’artista è riuscito a convogliare tutta la sua vulcanicità creativa all’interno dell’album di debutto I Came From Love. Opera precisa e stratificata, il disco si avvale di stili e linguaggi differenti per manifestare un potente canto di libertà poiché, come afferma lo stesso Okumu nell’intervista: “[…] la musica è musica, forse il più profondo mezzo di connessione e comunicazione a nostra disposizione, tutto il resto è solo dettaglio, né più né meno”.
Dalle sonorità blues e soul fino alla dub, passando per jazz, funky e spoken word, l’ultima fatica discografica dei 7 Generations travalica confini geografici e musicali rievocando alla mente tanto immagini di sangue e sudore fra i campi di cotone statunitensi quanto le atmosfere sognanti e psichedeliche di album come Sounds From The Thievery Hi Fi, dei Thievery Corporation, o Maxinquaye di Tricky. Per quanto disomogeneo possa apparire, I Came From Love si presenta in realtà come un lavoro estremamente profondo e coerente, proprio come il pensiero del suo autore che affonda le radici sia nella poesia sia nella teologia contemporanea. Concetti come l’amore divino e la compassione fungono infatti da fili conduttori che tessono il racconto di una giovane donna africana venduta come schiava nella Carolina del Sud a metà degli anni Cinquanta: una storia che parla sì di sofferenza ma anche di una gratitudine verso la vita da tramandare di generazione in generazione.
Veicolo di messaggi urgenti e di domande ataviche (ora sul nostro passato, ora sulla nostra attuale presenza su questo pianeta) l’esperienza della musica diviene così qualcosa di fondamentale per Okumu, un’occasione unica per comprendere non solo le nostre origini ma soprattutto quello che vogliamo raggiungere in questa vita.
Incuriositi da questo particolare approccio alla musica, nonché all’esistenza stessa, lo abbiamo raggiunto virtualmente per saperne di più su tutto questo.
Insieme ai 7 Generations, il 14 aprile 2023 hai pubblicato I Came From Love: un album molto intenso e viscerale che sicuramente avrà avuto un certo impatto anche sulla tua vita. Come è nato questo album? Raccontaci qualcosa sulla sua genesi.
È da molto tempo che volevo fare questo disco. È il prodotto di anni di musica e di crescita come persona. Proprio all’inizio del mio percorso discografico, nei primi anni 2000, venivo incoraggiato a pensare di realizzare dischi “da solo”, anche se ho sempre avuto uno spirito collaborativo. Istintivamente, sapevo che c’era un modo per creare un lavoro da solista che riflettesse questa natura in tutta la sua complessità e quando si sono create le condizioni ho sentito un profondo desiderio di esplorare i temi dell’identità, dell’ascendenza e dell’eredità, incorniciati da una tavolozza di ispirazione personale.
Volevo trovare il modo di articolare i miei sentimenti e le mie domande sullo spostamento, sulla schiavitù, sull’imperialismo, sulle storie soppresse e sull’esperienza diasporica, temi che avevano influenzato e plasmato la mia vita e quella di molti altri su questo pianeta. La musica cerca di localizzare l’universale attraverso il punto di intersezione tra esperienze personali e condivise, lo spazio in cui l’amore divino compie il suo lavoro di guarigione. Il disco ha cominciato a prendere forma quando ho capito che potevo iniziare a raccontare liberamente la mia storia solo attraverso la considerazione delle storie degli altri, e per molti versi è stata questa epifania di connessione a caratterizzare la genesi del disco.
A distanza di un anno, come ti senti dopo un lavoro così importante? Cosa ti ha lasciato e che riscontro hai avuto dal pubblico?
Considero un enorme privilegio essere coinvolto nell’atto di fare musica, un atto di abbandono, di riflessione e di amore. A mio modesto parere, la musica ha uno scopo: aiutarci a tornare al nostro stato naturale. Mi sento così ogni volta che faccio musica e in questo caso non c’è stata alcuna differenza fondamentale. Mi rendo conto che affrontare temi difficili potrebbe non essere di gradimento per tutti ma, come il professor Henri Nouwen (scrittore e teologo olandese, ndr), sottoscrivo la convinzione che “la vera consolazione risiede nelle nostre ferite più profonde”.
Sono interessato alla nostra capacità di guarigione collettiva e individuale e credo che ciò avvenga quando esprimiamo e riconosciamo le nostre esperienze, ci ascoltiamo l’un l’altro e ci lasciamo andare. In termini di reazione del pubblico, la forma più tangibile è arrivata attraverso le performance. Apprezzo profondamente i messaggi che ho ricevuto da tutti i tipi di persone in risposta al lavoro, ma c’è qualcosa di assolutamente magico e umile in ciò che è possibile nell’ambito della performance, un tipo di riconciliazione tra il complesso e l’immediato che le nostre anime bramano.
Cosa si prova a cantare e a “rivivere” le sofferenze che racconti? Che significato hanno oggi concetti come diaspora, resistenza ed empatia? Pensi che la musica possa davvero trasmettere qualsiasi tipo di messaggio?
Può sembrare strano, ma amo eseguire questa musica, cantare queste canzoni, per me sono radicate nella speranza e nella redenzione, anche se affrontano aree dolorose dell’esperienza umana. Per rispondere alla seconda parte della domanda, direi che mi sembra che la questione principale della nostra epoca – evidenziata da parole come “diaspora”, “resistenza” ed “empatia” e da ciò che queste stesse parole potrebbero dissotterrare nei nostri spiriti – è che viviamo in una stagione storica di astrazione, divisione e frammentazione sostenuta e apparentemente sempre crescente. Da qui l’urgente necessità di tornare allo stato naturale, in cui siamo ricostituiti nell’insieme. Ovvero “essere”, secondo le parole del poeta Césaire, “ignoranti delle superfici ma presi dal movimento stesso delle cose, non preoccuparsi di conquistare, ma giocare al gioco del mondo”.
A mio avviso, la sfida consiste nel tenere insieme idee più sfumate, piuttosto che vederle in opposizione diametrale. Non è forse concepibile che siamo tutti templi individuati della coscienza, separati eppure connessi? Piuttosto che “o questo, o quello”, perché non “o, o ed entrambi”. E sì, credo che tutti i modi di espressione contengano messaggi, consapevoli o meno. È chiaro che ci siamo abituati all’idea che portare un messaggio attraverso la nostra arte sia associato al valore, all’auto-giustizia o a una forma di didascalismo, ma credo che tutto ciò che facciamo e diciamo porti con sé un messaggio. La questione è se lo si possiede o meno, se si è consapevoli e attenti o ignari, o un po’ di entrambe le cose. Mi interessa fare un lavoro che crei spazio per la riflessione, la comunione e la curiosità compassionevole.
La tua carriera vanta numerose collaborazioni con altri grandi musicisti contemporanei e nell’album I Came From Love sei riuscito persino a coinvolgere un’artista come Grace Jones. Quali differenze trovi tra la produzione di progetti solisti e la partecipazione con altri?
Sono processi diversi ma correlati e li amo molto entrambi. Sento che tutto ciò che incontro nella vita merita un’attenzione personalizzata e questo è l’atteggiamento che cerco di portare in ogni impresa in cui ho la fortuna di essere coinvolto. Mi fa pensare all’esempio che mia madre mi abbia trasmesso con l’atto della sua vita: incontrare tutto con amore. È il modo più creativo, gratificante e naturale di essere e garantisce che tutte le esperienze abbiano un valore. Forse la somiglianza tra i due processi è più importante di qualsiasi differenza: a mio avviso entrambi sono atti di servizio.
Nell’album attraversi il tempo e lo spazio, affrontando anche generi apparentemente diversi: dal blues al dub, passando per lo spoken word e le sonorità trip-hop. Cosa pensi delle contaminazioni musicali? Qual è il tuo approccio alla musica?
Dal mio punto di vista, è piuttosto semplice: la musica è musica, forse il più profondo mezzo di connessione e comunicazione a nostra disposizione, tutto il resto è solo dettaglio, né più né meno.
Tra poco sarete a Torino per il Jazz is Dead! Festival, puoi anticiparci qualcosa su come sarà il live? La formazione si esibirà al completo?
Quello che posso promettere è che ad ogni esibizione il nostro compito è chiaro: amare l’anima del pubblico. Non vediamo l’ora di avere l’onore di suonare per voi.

