Vertigini sonore d’Africa. Intervista ad Adriano Viterbini degli I Hate My Village
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Fabrizio Zampighi
- 10 Agosto 2021
Come confermerà anche Adriano Viterbini nell’intervista che segue, per gli I Hate My Village sono sempre stati fondamentali l’ascolto reciproco e il dialogo che si instaura tra i musicisti. Un fatto di per sé banale, potrebbe dire qualcuno, ma non in tempi in cui il digitale e i computer influenzano non solo il modo in cui si fruisce della musica, ma anche il momento in cui la si crea, a volte innalzando barriere inaspettate o automatismi paradossali. La formazione di Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Marco Fasolo (Jennifer Gentle) e Alberto Ferrari (Verdena) è affezionata a una concezione antica e nobile della musica suonata, che è un po’ quella del jazz: far sgorgare le idee dall’interplay che si sviluppa tra chi suona, senza troppi “intermediari tecnologici” e dando libero sfogo alla creatività. Niente di pianificato nel dettaglio, insomma, ma un qui ed ora battezzato dagli amplificatori e registrato sul momento che diventa una testimonianza, prima di essere un disco.
La band si è dimostrata fin dagli esordi un’unità di produzione funzionale ed efficace: nel 2019 ha dato alle stampe il bellissimo I Hate My Village per farci capire come le chitarre elettriche del tuareg rock/desert blues potessero maturare in un futurismo ritmicamente adrenalinico e timbricamente avventuroso. Il 6 agosto scorso i Nostri hanno pubblicato invece l’EP Gibbone, interpretandolo come un documento da fissare in presa diretta e su un 4 piste analogico, finalizzato a un’indagine musicale più ampia e sperimentale. Abbiamo parlato di questo e di molto altro con il chitarrista romano, che degli I Hate My Village è stato uno degli iniziatori assieme a Rondanini, scoprendo anche che non sempre riscrivere in bella copia è una buona idea.
Ho sempre pensato che nel vostro suono ci fosse una coesistenza virtuosa tra un che di ancestrale legato ai ritmi dell’Africa – e agli scambi poliritmici tra i riff della tua chitarra e la batteria di Rondanini – e certi futurismi sonori portati dai timbri della chitarra di Ferrari – penso, ad esempio, a un brano come Presentiment sul vostro omonimo esordio. Come sintetizzeresti l’universo degli I Hate My Village a chi non ha mai ascoltato nulla della vostra produzione? In alcune interviste vi siete auto-definiti – con una metafora che ho trovato piuttosto azzeccata – un «errore di pronuncia», perché in fondo non siete una band che fa world music, nonostante nel vostro DNA ci sia evidentemente un riferimento importante alla cultura africana…
I Hate My Village è un progetto originale, che si nutre dei componenti che ne fanno parte. Ci ispiriamo a vicenda e ci sorprendiamo per quello che succede, quando accade qualcosa di brillante. Tony Hawk of Ghana [brano contenuto nell’esordio omonimo della band, ndSA] è un esempio di come certe magie talvolta accadano, così, con semplicità, alla prima! Non abbiamo mai tentato di fare world music; abbiamo invece studiato a modo nostro, singolarmente, un linguaggio filtrato e applicato con la giusta dose (tantissima) di divertimento e fascino provato verso quello che non si conosce.
Ho avuto la fortuna di vedervi suonare all’Hana-bi di Marina di Ravenna ai tempi del tour relativo al primo album e conservo un ricordo molto positivo di quel concerto. Osservandovi suonare dal vivo ho provato più o meno la stessa sensazione che provai qualche anno fa assistendo a un concerto dei C’Mon Tigre, ovvero di avere di fronte musicisti capaci di costruire il proprio suono lavorando assiduamente in sala prove e “ascoltandosi” reciprocamente, per poi riuscire a trasmettere tutto questo in dimensione live. Quanto sono lontano dalla verità?
Il lavoro, nel nostro caso, inizia prima della sala prove, nelle esperienze che viviamo. Siamo una band che cerca la “prima” performance, e per ottenere risultati convincenti in questo senso non sono le prove che fanno la differenza per noi, ma la consapevolezza del rapporto musicale che c’è tra chi suona, il rigore della performance, il sapersi dosare e l’ascolto reciproco.
Mi piacerebbe capire in che modo ognuno di voi contribuisce a plasmare il suono degli I Hate My Village – ammesso che ci sia un’ideale “suddivisione dei compiti”…
Io e Fabio solitamente accumuliamo ore di jam, poi ci vediamo con Marco e registriamo altre improvvisazioni, e poi riascoltiamo. Durante queste fasi parliamo molto delle cose che ci piacciono di più e che ci colpiscono. Poi la palla passa a Marco, per programmare giornate di studio e ipotizzare scenari sonori, capire le modalità e definire il risultato che vogliamo ottenere. Infine Alberto aggiunge la magia.
Il vostro primo, omonimo disco risale ormai a due anni fa. Non vi nascondo che la prima volta che l’ho ascoltato ho pensato che foste più “avanti” rispetto ai vari Bombino, Tinariwen, Tamikrest, Imarhan e via dicendo a cui evidentemente vi ispirate, perlomeno dal punto di vista della capacità di far evolvere QUEL suono – che è, ovviamente, il loro – in qualcosa di diverso e di nuovo rispetto alla tradizione. Quali sono gli elementi della musica africana che vi piacciono di più e che magari sentite di aver incluso nella vostra musica, e quali sono invece quelli che caratterizzano il vostro essere fondamentalmente musicisti europei?
Grazie mille. Anche noi abbiamo avuto immediatamente l’impressione che quello che stava succedendo fosse unico ed originale. Della musica africana ci piace un determinato tipo di approccio, sul tempo e sull’intento; allo stesso tempo siamo affascinati da certe vertigini sonore che questa musica spesso regala. Da musicisti europei, ti direi che la cosa più evidente in noi è questa curiosità innata verso ciò che ci circonda e la voglia di spostare l’asticella sempre un po’ più in alto.

Il 6 agosto è uscito il vostro nuovo EP Gibbone, 4 brani registrati in analogico e in presa diretta su un 4 tracce. I risultati da un lato confermano il suono che caratterizza da sempre la band e dall’altro portano in una terra sconosciuta, e penso soprattutto a una title track che odora di psichedelia quasi pinkfloydiana (…e che per qualche aspetto forse è anche un po’ figlia dei Jennifer Gentle di Marco Fasolo). Ti va di parlarcene?
Gibbone è un brano di 10 minuti, con evoluzioni sonore suggerite dalla strumentazione che abbiamo utilizzato, ovvero guitar-synth, lo-fi percussions, fili, delay rotti. La visione di Marco Fasolo, la sua capacita di vedere cose dove gli altri difficilmente trovano terreno fertile, è stata determinante per la realizzazione di questo lavoro visionario, quasi jazz.
Mi pare che l’approccio alla musica in questo EP sia molto più da jam session, piuttosto che da disco fatto e finito. È quasi uno sbirciare nel dietro le quinte del processo di scrittura degli I Hate The Village. Mi sbaglio?
È esattamente una polaroid del nostro agire, alla ricerca di qualcosa. La maggior parte delle volte queste fasi vengono rielaborate e copiate in “bella”, ma così facendo talvolta si perde quell’immediatezza che invece, con coraggio, può riservare opportunità interessanti durante l’esperienza dell’ascolto.
L’EP anticiperà un album a cui state lavorando o è un episodio a sé stante?
Gibbone EP si rivela da sé e non pretende di essere l’inizio di niente. Faremo un secondo album, ma non credo che subirà l’influenza di questo EP. Siamo curiosi anche noi.
Tornando alla registrazione su nastro che ha caratterizzato Gibbone, mi viene in mente un’altra domanda: quanto il mezzo tecnico con cui viene registrata la musica influisce sulla musica stessa, magari proprio per i suoi limiti dichiarati? Insomma, per fare un esempio, i Can sarebbero stati i Can se non avessero registrato su nastro session interminabili frutto anche di prove e sperimentazioni continue?
Il mezzo diventa uno strumento nelle mani delle persone giuste e determina drasticamente l’opera. Credo che la tecnologia utilizzata per registrare musica influenzi profondamente la performance, ecco perché è opportuno che ogni artista/progetto cerchi la sua modalità prediletta, prima di decidere di registrare qualcosa. Nel caso di Gibbone EP abbiamo usato il mio registratore a cassette di fine anni ’90 della Korg, con effetti e speaker incorporati.
Cosa pensi di Spotify e in generale della musica in streaming?
È una modalità di fruizione ancora troppo giovane, la stiamo sperimentando. Chiaramente è molto comoda, ma allo stesso tempo è anche estremamente dispersiva (dal punto di vista di uno che vuole approfondire). Come I Hate My Village abbiamo partecipato ad un evento streaming, un concerto senza pubblico in sala, ed è stata una bella performance vissuta però in modo completamente diverso dal solito. Considera che durante il nostro primo tour il pubblico saliva sul palco con noi per ballare.
Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo attraversato un periodo tragico che avrà a lungo conseguenze sulle nostre vite. Non ti chiedo come hai vissuto la pandemia perché immagino che per un musicista stare lontano dalla musica dal vivo sia una tragedia in primis economica, e poi anche emotiva. Ti chiedo però se questo periodo ti ha insegnato qualcosa dal punto di vista personale…
In me si è rinnovata la premessa grazie alla quale ho cominciato a fare musica: un vita in bilico, una vita libera!
