In un anno che presumibilmente ci lascerà in eredità più traumi che altro, la musica è stata una preziosa ancora di salvezza, alleato prezioso per tenerci a galla e aiutarci a tirare quei piccoli quanto preziosi sospiri di sollievo. Mai come quest’anno ci siamo scoperti fragili e impotenti di fronte alla vita e alla morte, e dunque l’abbondanza di qualità musicale offertaci dal 2020 si fa apprezzare doppiamente per la sua ritrovata funzione di panacea contro i mali che ci affliggono. Tra le cose che l’anno ormai al termine ci ha tragicamente insegnato/ricordato, c’è la consapevolezza dei legami e interconnessioni che tengono uniti le cose, le persone, le vite.
Non mi sembra un caso, quindi, che la maggior parte delle uscite discografiche più affascinanti di questo annus horribilis contenga una sorta di vocazione alla totalità, alla coralità, allo scambio, alla relazione, alla profondità esistenziale, una vocazione all’assoluto che aspira ad essere specchio del mondo e del sentire, facendo ciò che la grande arte di ogni tipo è chiamata a fare: farci riflettere sulle cose della vita.
Se le classifiche generali di redazione devono necessariamente mediare tra le preferenze dei singoli e lo zeitgeist, in questa selezione personale mi prendo la licenza di prescindere da molti degli album più chiacchierati e apprezzati del 2020, e vi presento le 20 uscite che più mi hanno toccato in questi mesi così surreali. Mesi in cui la vita sembra essersi fermata, ma la musica non ha mai smesso di risuonare.
Dovendo scegliere un solo album che condensi la miriade di sensazioni, spesso contrastanti, che hanno informato le giornate dell’anno che volge al termine; un solo album che restituisca lo spirito di questi 12 mesi, filtrati dal mio personale vissuto; non esiterei a eleggere Cenizas di Nicolas Jaar mio disco dell’anno. Non solo, ma azzarderei anche insignire il signor Jaar del titolo di artista dell’anno, vista la quantità e la qualità delle sue uscite nel solo 2020 (Cenizas è stato infatti preceduto dal danzereccio 2017-2019, a nome Against All Logic, e seguito dal misticheggiante Telas).
Con Cenizas, Jaar ha dimostrato una volta per tutte di essere un artista a tutto tondo, dagli orizzonti che vanno ben oltre la deep house sensuale con cui è balzato agli onori di cronaca una decina di anni fa. L’ironia della sorte ha voluto che si trattasse di un album partorito durante una quarantena personale autoimposta e fatto uscire poche settimane dopo l’inizio della quarantena collettiva, di ben altra natura. È un album solenne, Cenizas, che trasuda dolore e senso di perdita (non a caso “cenizas” significa “ceneri”), ma anche solennità e protensione spirituale verso la luce alla fine del tunnel in cui siamo imbottigliati. Attraversato da umori umbratili di sospensione e fragilità, Cenizas è un ascolto di certo non immediato, ma in grado di regalare momenti preziosi e necessari di grazia e bellezza.
Limitarsi ad un’unica scelta sarebbe tuttavia miope. Quella che segue, quindi, è una rassegna dei 20 album che, nel loro insieme, hanno dato forma all’abito sonoro che meglio si adatta al 2020. O perlomeno al mio 2020. Non la voglio pensare come classifica, motivo per cui – a parte Cenizas – vi propongo una selezione priva di gerarchie.
Mettendo insieme questa lista non ho potuto fare a meno di notare come tutti questi album si relazionino fra loro occupando posizioni diverse all’interno di un ipotetico triangolo emotivo ai cui vertici possiamo immaginare la rabbia e il bisogno di denuncia, l’escapismo e la voglia di fuga, il raccoglimento e la necessità di catarsi.
Tra le costellazioni di suoni e umori che si sono venute a formare, la più singolare è quella che, nel nome di un jazz energico, spirituale e dalle liriche ad un tempo crude e visionarie, unisce gli Irreversible Entanglements – formazione capitanata da Camae Ayewa aka Moor Mother – e Shabaka & The Ancestors. Se i primi si/ci chiedono Who Sent You?, i secondi abitano il nostro tempo rispondendo che We Are Sent Here By History. In entrambi i casi, appare una coincidenza più che fortuita che due album dai toni così solenni siano usciti proprio a metà marzo, nel periodo che per molti di noi ha coinciso con l’inizio della fine e con l’arrivo di una serie di restrizioni inimmaginabili fino a pochi giorni prima.
E se Shabaka si fa accompagnare dagli Antenati nella sua trascinante odissea, metà atto di denuncia metà commentario di un mondo in rovina, un altro album jazz (e non solo) che ha particolarmente brillato quest’anno si riallaccia esplicitamente alle origini. Sto parlando dell’ottimo Source di Nubya Garcia, che appunto si abbevera alle fonti del suo background musicale e etnico. Una gemma che meriterebbe di entrare in qualunque lista di fine anno già solo per la title track, una cavalcata jazz-dub di 12 minuti, in un continuo andirivieni di migrazioni umane e culturali e scambi musicali.
In questa annata particolarmente fruttuosa per la musica jazz e black in generale – non si può non citare, per quantità e qualità, l’output della strepitosa International Anthem di Chicago – mi unisco anche io alla standing ovation unanime con cui sono stati accolti i misteriosi Sault, formazione britannica alla cui scarsità di informazioni personali fa da contraltare l’abbondanza di musica rilasciata nel 2020: ben due album, UNTITLED (Black Is) e UNTITLED (Rise). Come Marvin e Curtis nei ’70, i Sault si fanno portavoce delle disuguaglianze e ingiustizie sociali, ma soprattutto lo fanno attraverso musica di altissima qualità. Se il primo dei due volumi privilegia un r&b-soul di stampo classico, il secondo volume, più congeniale al mio gusto, si abbandona maggiormente alla pulsazione ritmica rivestendosi di piglio funk. Un taglio più danzereccio che apprezzo in particolare per lo stridere fra gli slanci vitalistici della musica e l’amarezza delle liriche.
Il retaggio delle musiche e della Storia afroamericana si fa sentire a gran voce su un altro album. Wuddaji di Theo Parrish ci mostra un producer navigato in stato di grazia, capace come pochi di rendere l’house calda, sincopata, sporca, soulful, jazzy, cruda, corale, grezza, deep. Quella di Theo Parrish è house come materia viva pulsante, in costante dialogo con la tradizione del jazz, del funk, e dell’house stessa.
Rimanendo negli Stati Uniti, ma spostandoci dal binomio Chicago-Detroit a quello Atlanta-New York, facciamo un applauso per Killer Mike e El-P aka Run The Jewels che, giunti alla loro quarta fatica, non mostrano alcun segno di cedimento e anzi, con RTJ4 si confermano punta di diamante di quel rap che non rinnega le influenze del passato ma è saldamente radicato nel presente (il flow di Killer Mike e i bassi gommosi di El-P parlano chiaro). Ancora una volta, siamo di fronte ad un album fin troppo figlio del suo tempo, con Killer Mike ed El-P cantori in rime dell’America soggiogata dai potenti e dalle disuguaglianze. Capaci come pochi di coniugare critica sociale e strafottenza, con le loro rime infuocate che lasciano poco spazio all’immaginazione, i Run The Jewels sono un ascolto essenziale di questo 2020.
Ma non c’è solo il rap a veicolare la rabbia e le stoccate allo status quo. Al di qua dell’Atlantico ci hanno pensato gli Idles a rincarare la dose dei commentari infuocati. Ultra Mono, terzo album della band britannica, ripropone con successo la loro miscela di post punk esplosivo ed espressionismo istrionico. Razzismo e imperialismo (Grounds), video motivazionali (Mr.Motivator), salute mentale (Anxiety), cliché socioantropologici (Model Village), e tanto altro ancora, il tutto ad alto tasso di intensità e con ritornelli che restano ben impressi in mente. C’è davvero bisogno di dire altro?
Rimanendo nei dintorni della musica impegnata, c’è un album – ad essere precisi, un mixtape – che mi ha stregato sin dal primo ascolto e su cui sono tornato innumerevoli volte. Un lavoro di cui non mi pare si sia parlato a sufficienza, ma che merita attenzione e dedizione. Sto parlando di hybtwibt? degli Space Afrika, duo già fattosi apprezzare sul fronte liminale tra ambient e pulsazioni dub techno. Hybtwibt? (have you been through what I’ve been through?) è un collage che condensa l’omonimo show radio tenuto dal duo su NTS, e presenta diciotto vignette in cui si alternano loop ritmici e melodici, registrazioni ambientali, edit di altri brani, stralci di conversazioni e interviste. A tenere insieme il tutto, oltre alla generale atmosfera pensosa e crepuscolare, è l’ingombrante presenza del popolo afroamericano e afrobritannico. Dalla suggestiva foto di copertina alle schegge vocali che attraversano il mixtape (scaricabile ad offerta libera), Hybtwibt? è un toccante viaggio allucinatorio, sorta di documentario di found footage trasposto in suoni. Un commovente esempio di come il dolore e la rabbia possano andare a braccetto e mostrarsi anche in vesti pacate.
Le atmosfere meditative degli Space Afrika sono il trampolino di lancio per avventurarmi nella ‘zona d’ombra’ (dark) ambient e drone, inevitabilmente cospicua in un anno come quello che si appresta a concludersi.
Anche su questo fronte ambientale e umorale vengono a crearsi costellazioni sonore e concettuali. E così, i solenni e immersivi Kistvaen di Roly Porter e All Thoughts Fly di Anna Von Hausswolff sono accomunati dalle atmosfere sepolcrali – frutto di bordoni, voci e manipolazioni digitali per Roly Porter, e di un magistrale utilizzo dell’organo a pipe da parte della musicista svedese – e dal riflettere in musica suggestioni legate a luoghi specifici. Kistvaen, infatti, prende il nome da un particolare tipo di tombe diffuse nel Sud Ovest inglese; mentre All Thoughts Fly è ispirato al Parco dei mostri di Bomarzo. In entrambi i casi, la monumentalità dei luoghi e il loro legame con la morte trova riscontro in due album dalla gravitas a tratti soverchiante, il cui ascolto ci trasporta in uno stato di trance e catarsi purificatorie. Idem dicasi per il solito William Basinski, che timbra il cartellino del 2020 con Lamentations. Il maestro dei tape loops non poteva scegliere titolo più adatto, e l’album si mostra alle altezze delle aspettative regalandoci alcune delle composizioni più toccanti di Basinski dal tempo dei Disintegration Loops. A far svettare questa raccolta di dodici lamenti funebri, è la novità degli inserti vocali che donano ulteriore bellezza a musica sì senza tempo, ma calzante alla perfezione per i tempi attuali. Così come calzante dal tempismo perfetto è il ritorno dei Bohren & Der Club of Gore, con il loro intenso, sensuale e mortifero (a partire dall’artwork di copertina) Patchouli Blue. Album per certi versi complementare a quello di Basinski, con cui condivide l’andamento dilatato e rarefatto e l’effluvio di spleen decadente, Patchouli Blue è un distillato doom-jazz da assaporare senza fretta e da cui lasciarsi inebriare. Compagno ideale per giornate casalinghe a base di riflessioni, letture, momenti di buio e sconforto tra le cui pieghe fa però capolino una piccola ma preziosa dose di speranza e luce. Uscito a gennaio, i suoi toni mesti sono stati premonitori dello stato d’animo che ci avrebbe accompagnato per il resto dell’anno.
E se nel 2020 le mura domestiche sono state insignite del doppio titolo di luogo sicuro (ma neanche troppo, a conti fatti) dalla malattia che impazza all’esterno, e di spazio coercitivo e opprimente, non potevano mancare degli album che proprio nella dimensione domestica trovano il loro habitat naturale di ascolto. I tre che mi hanno colpito di più sono, in ordine di pubblicazione, Tumbling Towards a Wall di Ulla, Vivienne di Laila Sakini, e Because of a Flower di Ana Roxanne. Tre album innegabilmente simili, eppure dalle peculiarità individuali, che nel loro insieme formano una ideale trilogia dell’intimismo casalingo. Ulla, nome caldo della florida scena ambient degli ultimi anni, ha dato vita a quello che è un vero e proprio poema ambientale per oggetti inanimati e sensazioni sfuggenti. Provate ad ascoltare Tumbling Towards a Wall da soli in casa, e vi sembrerà che anche l’oggetto più insignificante intorno a voi prenda magicamente vita e vi comunichi qualcosa. L’australiana Laila Sakini, dal canto suo, ci regala un gioiello di ambient neoclassica, con eterei inserti cantati, a bassa fedeltà e altissimo quoziente emotivo. Pochi altri album usciti quest’anno vi potranno aiutare a immergervi nel dolore e uscirne purificati come Vivienne. A chiudere questa terna, l’altrettanto meditativo Because of a Flower, esordio di Ana Roxanne sulla prestigiosa Kranky, è un album etereo e ammaliante in cui ambient, drone e una spruzzata di ritmiche vanno a braccetto con la voce angelica dell’artista di base a New York. Ugualmente distante dall’astrazione e dalla forma-canzone, Because of a Flower è un ascolto più che raccomandato per portare calore nella stagione fredda.
Su una falsariga simile di intimismo, ma più luminescente e ottimista nei toni, raccomando l’ultima fatica di Soft Pink Truth (moniker dietro cui si cela Drew Daniel, metà dei Matmos). Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase? è il punto d’incontro ideale tra il calore del battito (deep) house, l’estasi della ripetizione di scuola minimalista, ambient pastorale, e gli arabeschi pianistici neoclassici, condito dalla giusta dose di aggiunte vocali. Un altro di quegli ascolti con più effetti benefici sulla salute mentale dell’ennesima seduta di psicoterapia via Skype, perlomeno per chi scrive.
Chiudo questa rassegna con un altro trittico, deviando dalla rotta ambientale-intimista e approdando sul sentiero dei viaggi immaginari e di un escapismo quanto mai necessario in un momento buio e opprimente come quello attuale. Di luoghi immaginari, nello spazio, nel tempo e nella mente, è zeppo Telas, fatto uscire da Nicolas Jaar a breve distanza da Cenizas. Composto di quattro brani-suite della durata media di un quarto d’ora ciascuno, Telas è un suggestivo viaggio onirico verso un altrove non meglio specificato, ma di assoluta necessità e stupefacente bellezza. Culmine della tendenza all’astrattismo di Jaar e del suo ricercare una forma musicale libera da vincoli – di genere, minutaggio, atmosfera – è un album da ascoltare tutto d’un fiato per dimenticarsi del qui e ora.
Sull’immaginario del verosimile e della ricostruzione storica, Jay Glass Dubs ci ha costruito un’intera, e brillante, carriera. Con Soma, il suo secondo album vero e proprio, l’artista greco esce definitivamente dagli iniziali confini del dub per sondare una terra di mezzo musicale in cui la Jamaica e il Regno Unito degli anni ’70,’80,’90 sono smembrati e riassemblati in forma onirica. Sorta di dejà-vu musicale, a metà fra un sogno lucido e il ricordo di qualcosa che non si è vissuto e che mai è esistito, Soma è un caleidoscopio di suoni e riferimenti musicali, punti di partenza che si snodano e si perdono lungo una rotta peculiare.
Infine, ultimo ma non di certo per importanza, un altro gioiello che non ha avuto sufficiente visibilità dalla stampa e dai best-of-2020 vari: Molero, che con il suo Ficciones Del Trópico si aggiudica il premio ‘geografie immaginarie’ dell’anno. Come lascia intuire il titolo, si tratta di un album in cui il musicista venezuelano e residente a Barcellona mette in atto un’esotizzazione autoriflessiva, prendendo spunto dai racconti e dalle immagini del Venezuela che nel XIX secolo eccitavano la fantasia degli europei. Tra escapismo e (meta) critica degli stereotipi esotici, Ficciones Del Trópico è un ammaliante viaggio fantastico a base di sintetizzatori che suonano familiari e misteriosi simultaneamente. A riprova che per andare altrove bastano musica, orecchie e immaginazione.
Album dell’anno
- Nicolas Jaar – Cenizas
- Ana Roxanne – Because Of a Flower
- Anna Von Hausswolf – All Thoughts Fly
- Bohren & Der Club of Gore – Patchouli Blue
- Idles – Ultra Mono
- Irreversible Entanglements – Who Sent You?
- Jay Glass Dubs – Soma
- Laila Sakini – Vivienne
- Molero – Ficciones Del Trópico
- Nicolas Jaar – Telas
- Nubya Garcia – Source
- Roly Porter – Kistvaen
- Run The Jewels – Run The Jewels 4
- Sault – Untitled (Rise)
- Shabaka & The Ancestors – We Are Sent Here By History
- Space Afrika – hybtwibt?
- The Soft Pink Truth – Shall We Go On Sinning So That Grace May Increase?
- Theo Parrish – Wuddaji
- Ulla – Tumbling Towards a Wall
- William Basinski – Lamentations