Recensioni

7.5

Direi proprio, ecco, che mi sono rotto le palle. Può capitare, dopo vent’anni. Oltretutto abbondanti. Mi sono rotto le palle, dicevo, di scrivere sempre le stesse cose su un autore che fa più o meno la stessa cosa album dopo album, nel senso che la fa bene, cogliendo sempre nel segno però avendo cura di non fossilizzarsi sull’obiettivo, mettendo a fuoco ma sottraendosi alla compiutezza, lasciando margini di manovra che presuppongano sempre uno spazio di possibilità – oscuro e crepitante, lucido e grezzo, affilato e volatile. E proprio in quello spazio sai che continuerà a muoversi, rinnovando ogni volta il sortilegio di ripetizioni e differenze, quel sovrapporsi di sciamanico e algoritmico che sfugge alla presa nel momento stesso in cui inchioda al muro i cortocircuiti del pensare conforme (come tante nauseanti farfalle di plastica).   

E insomma, sì, porco cane, mi sono rotto. Ragion per cui, dovendo riassumere ciò che penso su Humpty Dumpty in occasione di questo nuovo lavoro, mi sono affidato a uno dei sempre più familiari LLM, imbeccandolo col seguente prompt: “basandoti soltanto sulle recensioni pubblicate sul sito www.sentireascoltare.com descrivi in circa duecento parole la musica di Humpty Dumpty, relativamente a stile musicale, riferimenti ad altri musicisti, temi affrontati nei testi”. Ed ecco cosa ne è uscito (da leggersi con la voce accogliente di un google assistant):

La musica di Humpty Dumpty, progetto solista di Alessandro Calzavara, si colloca in un’area stilistica sospesa tra new wave, post-punk, neopsichedelia e dark-pop. Le sonorità sono spesso caratterizzate da batterie elettroniche, synth taglienti e chitarre riverberate, che rimandano a certe atmosfere cupe degli anni Ottanta, ma con un’impronta personale e contemporanea. Gli album come We Are Lonely and Glowing in the Night e Lie/Ability rivelano un’estetica tragica e malinconica, adrenalinica ma al tempo stesso riflessiva, con strutture musicali ben definite e una scrittura consapevole. Et Cetera, pur con una produzione più acerba, conferma l’attenzione verso una dimensione intima e visionaria. Il più recente La vita odia la vita mostra una maggiore maturità testuale e concettuale, costruendo un immaginario narrativo in cui dominano il disincanto, la rabbia lucida, lo smarrimento esistenziale, filtrati da un sarcasmo amaro e da una tensione emotiva mai gratuita. I riferimenti culturali, letterari e musicali sono molteplici, ma sempre rielaborati con autenticità. In sintesi, Humpty Dumpty offre un cantautorato elettrico, cerebrale e fuori dagli schemi, che si muove tra il pop colto e l’underground più ispirato, mantenendo una voce originale nel panorama indipendente italiano. 

Bene, ma non benissimo. Ad esempio non ha indicato i riferimenti ad altri musicisti. Eh, santa pazienza. Ma non demordo, insisto e se ne esce con:

Robyn Hitchcock (in cima alle influenze), poi Julian Cope, Syd Barrett, Wire, Faust’O e altri come Beck, A Certain Ratio, Durutti Column, John Cale… 

Ok, così può andare. Insomma, questo è più o meno quello che non avevo voglia di ribadire. Se siete appena scesi dal torpedone che vi ha riconsegnati a questo Paese dopo un quarto di secolo, potete rileggervi le vecchie recensioni che trovate in abbondanza su questa webzine. Se non avete voglia, che posso farci? Bene. Non mi resta che dire qualcosa del nuovo Canti della merda.

Partirei da una domanda: di quale merda canta – e decanta – il buon Calzavara? È presto detto: del letamaio in cui siamo immersi, consapevolmente o meno (l’olfatto non aiuta a capirlo, essendo tutti affetti da anosmia per assuefazione progressiva). In ogni caso, fermi restando i parametri sonori e tematici di cui sopra, si assiste a un’inclinazione più tignosa del solito, a disamine più abrasive che sottili, il consueto mix di cinismo e lucidità intriso di un’asprezza che colpisce al petto, alla gola, in faccia.

I riff di chitarra si fanno taglienti e ruvidi fin dall’iniziale Amico Copywriter, allestiscono – assieme al gelido sfrigolare dei synth, al drumming basale e a quel basso (suonato da Giovanni Mastrangelo) che a tratti rimanda a certe linee evocative Japan – un bozzolo nevrotico che avvolge e carbura il canto, al solito laconico, venato di ironie beffarde. Pezzi come Le feci di Cattelan – col suo passo sincopato, il digrignare metallico delle corde e l’angolazione arty che spreme disagio con versi ad alzo zero (“Non ti sai annoiare neanche un po’/Ti immergi nel rumore bianco/Del tuo smartphone”) – oppure quella Florita dalle strofe marziali e appiccicose e il ritornello che s’inerpica ammorbante (“E siamo qui vivi/Ma solo per paura”), sembrano spettri del post punk venuti a radiografarci le patologie dell’anima.

Decerebrati poi è come una sfera rovente che rotola caustica, con gravità spietata ma pure una certa leggerezza indie, permettendosi invettiva senza sconti (“E vostra figlia/Se la sgrilletta/In cameretta/Per pagarvi la bolletta”). E che dire dell’up-tempo androide di Zalpo, amore mio schifoso, col suo miasma digitale che scivola tra perversioni vetrinizzate (“Se non mi posso ingannare/Cresce dentro il tumore”)? Oppure della sordidella C’è qualcosa in me (“Le parole/Sono come sassi o lame/E non mi sorprenderai/ Ad usarle male”)? 

Ebbene, qui – come già nei dischi passati però mai così fuori dai denti – il punto è come la canzone sia chiamata a scassinare il quieto vivere, evocandone la componente sovversiva, lasciando che resti un piccolo rituale di intrattenimento, certo, ma che proprio strappandoti alla (assuefazione della) consuetudine sappia diventare innesco di un processo critico, focolaio di ripensamento. E, quel che conta, senza la pelosità retorica auto-assolutoria e autoindulgente di troppa musica “militante”: perché non è questione di militare, di prendere parte, ma di far emergere quanto di tossico sta mimetizzato negli automatismi (anche, spesso, in quel “prendere parte”).       

Detto questo, e in ragione di ciò, dal crogiolo mediamente aspro e talora furibondo emergono passaggi dal lirismo denso, come nell’ipnosi accecante di Malpertuis (“E splende/Con quella luce intensa/Il buio”), oppure come nella conclusiva Le cose, col suo passo da ballad traslucida e il canto affidato alla voce assorta di Vanja GrinningSoul, altra meditazione su quanto ancora resti da negoziare tra noi e la realtà nella vertigine invisibile dei mutamenti (“E non fai in tempo a contemplarle/Che scompaiono/Come sogni che non possiedi”).

Resta doverosamente da ribadire che i testi – al solito un paio di tacche sopra la media – sono di Florita Campos e sottolineare che l’autore dell’immagine in copertina è Marcho Gronge dello storico gruppo anarco-punk romano Gronge (oggi Gronge X). 

Non aggiungo altro: mi ero rotto le palle, ricordate?

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