Recensioni

7.3

Andiamo veloci. Proprio in zona cesarini The Moon Flower fa dietrofront, sveste i panni di villain, quel povero cristo di 2D si salva sull’orlo dell’abisso ma lei resta a terra accasciata. Forse è morta. Nel frattempo arriva la polizia di Los Angeles, Murdoc figurati se non se la scampa, i suoi compagni ahiloro no e vengono portati di forza in centrale e subito dopo in ospedale. Nel frattempo The Moon Flower si riprende, invecchia in un amen giusto il tempo di sbaciucchiarsi un po’ con Murdoc e viversi questa brevissima, bruciante love story di qualche giorno prima di tornare cenere per sempre. Il bassista resta con un pugno di mosche in mano, tranne l’urna che contiene i resti della sua amata con cui era anche riuscito a vedersi The Hills Are Hungry spaparanzato sul divano nella loro ultima, magica notte assieme. Più avanti, visto che i guai non finiscono mai, giunge un mandato di perquisizione alla Silver Lake Mansion, lasciando ai nostri prodi nessun’altra scelta se non fuggire a New York per recuperare passaporti falsi da un vecchio amico di Murdoc e volare a Mumbai. 

Si ferma qui, per ora, la storyline dei Gorillaz. Per saperne di più attendiamo il clip/cortometraggio di 8 minuti che, tra l’altro, segna il ritorno di Hewlett al disegno a mano dopo tutte le acrobazie tecnologiche possibili. Ma ci mettiamo la mano sul fuoco che Murdoc approdato in terra straniera si farà improvvisamente santone e cose del genere. The Mountain, nono album dei Gorillaz e primo sulla loro nuova label Kong, prende forma, purtroppo, da una spietata tripletta di morte che ha colpito a stretto giro i papà di Damon e Jamie, che ha perso anche la suocera. In effetti il fumettista, sul finire del 2022, si è ritrovato a correre di colpo in India dove la mamma di sua moglie si è sentita male e caduta in stato di coma, senza riuscire a trovare una soluzione per riportarla a Parigi restando bloccato per mesi sul posto. Avrebbe potuto odiarla Japuir, e invece no. Nello stesso anno, vengono a mancare suo padre e quello di Damon nel giro di appena dieci giorni, e la proposta di farsi un bel viaggio di purificazione in India sembra la migliore delle soluzioni. La coppia gira il paese in lungo e largo e tocca con mano cultura, stranezze, colori, visioni, paradossi del posto, momenti di assoluta e illuminante spiritualità e deprimenti inconti con guru di plastica.

Tornati a Londra, l’idea per il prossimo Gorillaz prende naturalmente piede: Hewlett si chiede se non fosse straordinario realizzare un disco che faccia sentire le persone meno spaventate dal concetto di morte. Eh, devono esserne passati di anni da quando Damon riceveva lettere da Graham che lo convincessero a tornare a metter paura alle persone. Morte, perdita dei propri cari, riflessioni sulla vita e l’aldilà con una prospettiva meno nostra, ma attraverso la lente più confortante della reincarnazione appresa dalle filosofie orientali. Questo è il concept di The Mountain, anche se proprio concept non è, perlomeno non nel suo significato – perdonateci – più classicamente ‘rock’, piuttosto incisione di nuovo materiale e recupero di session nascoste negli hard-disk polverosi (e si torna indietro anche a Plastic Beach) con in testa suppergiù quel mood lì. Insomma, roba grossa, ecco perché Hewlett centellina i suoi disegni e lascia catturare a musica e artwork questo delicato frangente nella vita dei nostri.

The Mountain, the mountain… ferma un attimo, ma in Demon Days a un certo punto «the mountain called Monkey» non distruggeva tutto e tutti? «There was only fire, and then, nothing…». Vabè, sulla montagna torniamo tra un attimo.

Ai tempi dell’ultima prova Cracker Island, eravamo più che felici di certificare un nuovo importante stato di forma del più famoso dei side project, con una band (Damon, lo sappiamo) tornata a brillare come un tempo, forse come non mai dai tempi del delizioso D-Sides. La nuova tangente di sfavillante sophisti-pop in effetti sembra andare a pennello, idem il quadrante elettro pop dove lasciar correre libera la bestia gorillesca e i millemila cameo di lusso che fanno più del solito compitino da jam divertita. The Mountain prosegue su identico sentiero ma con accenti globali che non fanno perdere grip al racconto, anzi. Non è (più) un supermarket di lusso, mancano le hit a pronta presa e francamente ci stupiremmo del contrario, ma la panoramica generale è più limpida e armoniosa. Un leggero mutamento di paradigma.

In effetti il tandem Gorillaz + India rischiava a ben donde di essere il più grosso degli inciampi esotici del suo deus ex machina, che tuttavia è da un po’ che sembra bello sul pezzo anche quando si mette in interazione con mondi altri (vedi l’ultimo, validissimo Africa Express), ma qui va ancora meglio. Dritto, al punto, ingaggia ovviamente una marea di musicisti del posto (inclusa una band per matrimoni) e scansa le superstar locali – che comunque un giro negli studi se lo sono fatto – ci mette tutto quello che c’è da infilare, dagli strumenti alle ambientazioni, ma è un prodotto centopercento Gorillaz.

Prendete la strumentale in apertura, fondamentalmente un’idea sviluppata da un frammento di registrazione rubato dal leader dei Blur a un tizio che si esibiva scalzo e in mezzo alla polvere ai piedi di un castello del Rajasthan (un’immagine radiosa, vero?) e poi riletta e riarrangiata coi collaboratori d’occasione: splendida, quasi commovente aggiungiamo. Basterebbe giusto questa e saremmo ben più che soddisfatti. In effetti il ragazzo dal dente d’oro (tra l’altro perduto e recuperato nella spazzatura di un ristorante a Miami, scopriamo in The Empty Dream Machine…) ha preso in prestito diverso materiale musicale del posto, vecchio anche di secoli, mutandolo a proprio piacimento per dare il suo contributo culturale al Paese.

Per il resto, è un disco che dall’India parte ma tocca svariati punti cardinali, il Devon, gli Usa, il Turkmenistan, a pennellare questo grosso affresco ora seppiato, ora technicolor, dove la morte funge da perno centrale (ma in effetti è un tema da sempre caro al progetto) per poi appiccicarsi, traboccante di ironia, giocosità e la scanzonata malinconia di sempre (Orange County), ad altre faccende, vedi The Happy Dictator dove le persone sono felici perchè il governo vieta che circolino brutte notizie. Sono i soliti, nomadi e apertissimi Gorillaz che tra le tante cose, ci mettono anche qualcosa d’India ma restando stabilissimi sul proprio baricentro. Ad aleggiare, spettrali presenze, l’assenza, l’abbandono che si fa desiderio estroverso (The Sad God) e l’inesorabile tempo che passa come ci ricorda l’ultimo documentario bluresco, a due passi dalla fine, to the end per l’appunto, ma con altro spirito, dove anche la siringa che mette il punto finale si fa per magia spada il cui colpo potente ti mette sul suo percorso prestabilito verso l’aldilà (My Sweet Prince).

Fin dai tempi dei Blur la prosa di Albarn è stata attraversata dal sentimento elegiaco della fine: di un amore, di un’epoca, di un’illusione collettiva. Con i Gorillaz il discorso si era già ampliato fino a farsi apocalittico – morale, ambientale, metafisico – ma sempre filtrato da ironia e distacco. Oggi, invece, la morte si fa esperienza tattile, ma la perdita diviene dialogo, la fine si configura in passaggio. Proprio il dialogo tra il qui, il lì, o l’altrove (ma non in senso fulciano), affiora anche e soprattutto nell’idea di coinvolgere vecchi amici andati via (Tony Allen, Trugoy, Bobby Womack, Proof, Dennis Hopper, Mark E. Smith) ripescando, dicevamo, frammenti di session nascoste (e ci sarebbe stato anche il vecchio Lou, se gli eredi non si fossero opposti), amplificando di senso quest’astrazione creativa, naturalmente con l’aiuto prezioso del buon Russel che da sempre ha tra le sue innumerevoli skills anche quella di invocare gli spiriti dei musicisti defunti per collaborare.

È un disco che chiude anche alcuni cerchi per Damon, che a Leytonstone aveva proprio una famiglia indiana come vicini di casa, e tanti dischi del subcontinente che erano soliti girare sul piatto di papà Keith, forse anche più dei Beatles. Poco prima dell’ultimo saluto, Albarn fece ascoltare al padre qualche minuto di Morning Raga di Ravi Shankar: sua figlia Anoushka, suona oggi nell’album. Che è, senza mezzi termini, una delle vette del progetto. 

Gli ospiti fanno tutti il loro, da Johnny Marr all’irrinunciabile Omar Souleyman con le telefonatissime serpentine giocattolose, bene gli Sparks su wave al neon e Joe Talbot degli Idles in trasfigurazione trip-hop, doveva esserci anche Peso Pluma ma qualcosa è andato storto, tutti remano perfettamente in queste acque (del Gange?), un’opera che nell’idea di chi lo ha pensato vuole farsi emblema di quella primitiva creatività umana (The Moon Cave) che prendeva vita nel buio pesto delle grotte, illuminate da luci fioche, dove giusto una persona poteva accedervi. L’intensa spinta dei primi esseri umani a creare ed esprimere i propri sogni, paure, speranze, amori. Scalare la montagna come metafora dell’esistenza: raggiungere la vetta per respirare, anche solo un attimo, sopra la follia della vita. E chissà, si chiedono curiosamente i nostri, che non sia l’unica vetta.

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