Recensioni

In principio fu la Battle of Britpop. L’epico confronto tra Blur e Oasis, montato con astuzia e provocazioni lungo tutto il 1995, raggiunse il suo apice il 14 agosto, quando vennero pubblicati simultaneamente Country House e Roll With It. NME non esitò a titolare British Heavyweight Championship, consacrando quella che sarebbe diventata la rivalità simbolo del decennio.
I numeri furono chiari: Damon Albarn e co. vendettero 274.000 copie contro le 216.000 dei fratelli Gallagher nella prima settimana. Se Blur vinsero la battaglia, però, furono gli Oasis a vincere la guerra: What’s The Story Morning Glory? avrebbe infatti surclassato nel tempo The Great Escape, con oltre 25 milioni di copie vendute, mentre i londinesi vedevano il proprio quarto album relegato a una vittoria più simbolica che commerciale. Alex James, anni dopo, avrebbe ironicamente commentato: «I Blur hanno vinto la battaglia, gli Oasis hanno vinto la guerra, poi i Blur hanno vinto l’intera campagna». Dichiarazioni a cui fa eco lo stesso Albarn nel 2025, sereno del fatto che i Blur riuscirono in seguito a coniugare successo commerciale e libertà creativa.
Accolto come capolavoro del Britpop, The Great Escape venne presto oscurato dagli Oasis, ma oggi rivela una complessità spesso trascurata. Musicalmente, tutto è spinto all’inverosimile: coretti, tastiere, organetti, valzerini, vocine e archi orchestrali moltiplicano il circo Albarn, rischiando la caricatura. Dietro l’eccesso però, dettagli e sorprese: Globe Alone cita l’art-punk dei Cardiacs, Ernold Same include la voce di Ken Livingstone, futuro sindaco di Londra, riferimenti reali e bizzarri – vedi anche il gangster Ronnie Kray in Charmless Man – che conferiscono al disco una dimensione di romanzo sociale oltre la comicità.
I singoli più celebri riequilibrano il lavoro: Country House, dedicata al discografico David Balfe e al suo ritiro in campagna, resta un esempio perfetto di satira pop unita a melodia irresistibile; Charmless Man intreccia la chitarra di Coxon a riferimenti smithsiani senza scadere nel tributo pedissequo; The Universal, nata come esercizio ska, si trasforma in un anthem orchestrale che traghetta i fasti orchestrali di To The End verso l’anthem definitivo. Brani come Stereotypes portano la formula para-XTC alle estreme conseguenze, mentre piccole gemme nascoste come Best Days, la bowianissima He Thought Of Cars e la magnifica Entertain Me mostrano una cura compositiva e narrativa che spesso passa inosservata in favore dei singoli più immediati.
Il cuore dell’album pulsa nel songwriting. Albarn porta i suoi personaggi e le vignette sociali al parossismo, tracciando un ritratto ironico e disincantato dell’Inghilterra degli anni ’90. Il mondo cortese e pastellato di Parklife si sgretola: Tracy non ha più rivalsa, i due amanti di To The End hanno rotto definitivamente il vaso (Stereotypes), Yuko & Hiro vivono esclusivamente per il benessere aziendale, e il burocrate di Mr. Robinson’s Quango si confronta con la propria identità tra monotonia e assurdo. Anche i brani più scanzonati, come It Could Be You, nascondono osservazioni acute: la lotteria del successo o il sogno di cambiamento non modificano la realtà, e il flebile lamento di Albarn traspare in ogni verso, anche in mezzo ai cori e agli archi orchestrali più barocchi. Nonostante alcune critiche dell’epoca ne lamentassero una distanza emotiva dai testi, e lo stesso Albarn definisse il disco “messy”, basta ascoltare Charmless Man, Dan Abnormal o He Thought Of Cars per cogliere malinconia, solitudine e una profonda osservazione sociale dietro la parodia.
The Great Escape, disco ambizioso, barocco e talvolta eccessivo dunque, eppure fondamentale, anche per comprendere la maturazione della band. Pur non contenendo la potenza degli anthem gallagheriani, rappresenta l’ultima tappa di un racconto squisitamente kinksiano, intelligente e disilluso, della società inglese. Sarà infatti l’ultimo capitolo del Britpop canonico: l’omonimo Blur del 1997 segna infatti una radicale virata artistica. Damon Albarn e compagni scelgono di voltare pagina: ballate intime come Beetlebum, urgenza chitarristica più aggressiva e sperimentazione sonora con loop, synth e drum machine segneranno una netta presa di distanza. Mentre gli Oasis continuano a dominare il mercato inglese con anthem da stadio, i Blur guardano oltre, verso gli Stati Uniti, trovando immediatezza, libertà creativa e un pubblico transoceanico pronto ad accoglierne il verbo.
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