Recensioni

7.2

Quando uscì Earth, il suo esordio ufficiale a nome EOB, per la prima volta Ed O’ Brien si ritrovava ad affrontare la scena completamente da solo dopo più di un trentennio: la band di amici in cui era entrato poco più che adolescente nel 1986, i Radiohead, aveva da un paio d’anni deciso di prendersi una meritata pausa a tempo indeterminato. Era l’inizio del 2020. Con lo scoppiare della pandemia, quello che doveva essere l’inizio di una nuova avventura si è così trasformato in uno stop forzato tradottosi presto, per l’allora cinquantenne chitarrista, in una profonda crisi personale.

Nel presentare questo nuovo lavoro, O’ Brien non ha esitato a parlare apertamente di depressione, e del modo in cui ha saputo uscirne grazie a pratiche new age (il metodo Wim Hof, che prevede immersioni in acqua ghiacciata) e meditazione, trovando altresì conforto e rifugio tra i boschi e le vallate del Galles, sua nuova dimora dopo gli anni trascorsi in Brasile (soggiorno che aveva informato il disco precedente e, come vedremo, anche questo).

Si è dunque nutrito delle suggestioni di quella terra magica ed ancestrale, riversandole in alcuni frammenti di musica poi rielaborati insieme al produttore Paul Epworth e un pugno di preziosi collaboratori scelti con cura, dal compositore e direttore d’orchestra estone Tõnu Kõrvits a Shabaka Hutchings (quasi a rimarcare la fratellanza tra membri di Sons Of Kemet e Radiohead, se si pensa al coinvolgimento di Tom Skinner in The Smile); viene proprio dal sassofonista inglese l’idea di utilizzare strumenti intonati a 432 Hz, frequenza ritenuta maggiormente in armonia con i cicli naturali rispetto allo standard dei 440.

La musica contenuta in Blue Morpho (nome di una specie di farfalla tipica dell’America meridionale) rispecchia così in modo preciso le premesse – artistiche e, se vogliamo, filosofiche – da cui è scaturita, riuscendo ad andare oltre l’esigenza personale di (auto)terapia di un uomo che, ricordiamolo, è anche membro di una delle band più importanti degli ultimi trent’anni. Non può non venire in mente il caso analogo di George Harrison, di cui O’Brien sembra sempre più incarnare il corrispettivo radioheadiano nella ricerca sincera di una dimensione spirituale e altra, nonostante fama, denaro, tentazioni e follie del material world – o meglio in questo caso di un mondo impazzito sfuggito al controllo dell’uomo.

A differenza del quiet Beatle, nella musica del Nostro però non c’è nessuna intenzione pop. Partendo da atmosfere decisamente familiari (di primo acchito diremmo A Moon Shaped Pool e In Rainbows, dove le chitarre folk si intrecciano all’orchestra – anche se l’incedere indianeggiante della melodia di Incantations potrebbe persino portare indietro fino a un pezzo di archeologia come Lozenge Of Love dall’EP My Iron Lung…), le tracce si sviluppano filmicamente, in technicolor, sfuggendo alla forma canzone per dilatarsi in un caleidoscopio di immagini sempre cangianti come la natura, i suoni e i colori che vogliono evocare.

Il lavoro di O’Brien nei Radiohead, mai troppo riconosciuto né lodato, è stato sempre quello di creare sfondo e ambiente in un approccio minimalista di tessitura sonora in cui è maestro, senza apparenti epigoni. Un’arte che, applicata alla composizione, non può che tradursi in un gioiellino come la title track, sei minuti in cui arpeggi e melodie distanti si rincorrono con gli archi in aperture maestose, seguendo una progressione circolare discendente; Incantations procede analogamente, giocando su maggiori dinamiche di tensione e rilascio, trasformandosi da litania folk a battito motorik dopo minuti di costruzione e decostruzione; la voce non è mai al centro, fungendo per lo più da elemento del paesaggio anche nelle parti più tradizionalmente cantate.

Fatte salve un paio di brevi incursioni puramente ambient (Thin Places e Solfeggio), a scongiurare il rischio di una scaletta forse troppo meditativa arrivano il groove Madchester – filtrato dai Can – della psichedelica Teachers (una versione “dritta”, dilatata e trippy delle nevrosi contemporanee dei colleghi Yorke e Greenwood) e soprattutto le eteree suggestioni carioca della conclusiva Obrigado, che sul finale subiscono un’ulteriore metamorfosi ‘70s in una sorta dolente blues floydiano.

Con la band ritornata, per il momento, solo come auto-tributo dal vivo, la legacy artistica dei Radiohead sembra comunque proseguire, in modo sinora coerente, nei suoi elementi separati e scomposti: insieme al già corposo lascito discografico di The Smile, quello di O’Brien va a (ri)comporre un’equazione che, nonostante tutto, non smette di essere interessante.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette