Recensioni

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C’è tutto il fascino dell’estemporaneo e del fugace in ogni opera firmata Africa Express. Il collettivo capitanato – ma neanche troppo – da Damon Albarn è, fin dall’alba dei tempi, una lunga carovana in cammino che, di tanto in tanto, si ferma in un posto (che sia il Mali, Johannesburg o, in questo caso, il Messico), monta studi portatili e incide nuova musica. Più che album, fotografie o retrospettive di un momento preciso: incroci, sperimentazioni, scoperte. Stavolta l’occasione buona è l’invito al Bahidorá Festival del 2024, nella giungla a un paio d’ore da Città del Messico, che si trasforma in una sosta di qualche giorno tra verde, lunghe nuotate e – ovviamente, visto che parliamo pur sempre di Damon – nuove session con vecchi compagni d’avventura e talenti locali.

Africa Express, che in fin dei conti cos’è se non l’estremizzazione dell’apertissimo schema gorillesco, è prima di tutto il coltello con cui l’ex dente d’oro di Leytonstone la fa finita con i panni da rockstar, mimetizzandosi il giusto nel mood di un’operazione che anche sul fronte live lo vuole defilato (eppure sempre a suo agio, se si tratta di piazzare qualche zampata, come una stramba Song 2 in versione narcos per i fan slovacchi), ma piuttosto divertito – dicevamo del recente concerto romano – anche grazie a un paio di bicchieri più del dovuto, nei panni del re di una festa di cui è silenzioso e rispettoso direttore d’orchestra.

Bahidorá, dicevamo: Messico come punto di partenza di un concept oggi sempre più trasversale, a dispetto del nome meno africa-oriented, e sempre pronto a scansare ogni proiettile volante nel nome dell’esotismo – sempre in agguato – è forse il lavoro più ricco e variegato della discografia. Confezionato piuttosto bene, con la solita girandola di nomi più o meno noti (Joan As Police Woman, Nick Zinner ormai padrone di casa), eroi del fronte afro (Fatoumata Diawara, una colonna del riot come Baba Sissoko) e una lunga pletora di semi-sconosciuti (e togliamo pure il “semi”) a maneggiare una pasta densa ma scorrevole, dove la pattuglia messicana – e non poteva essere altrimenti – conduce il gioco. Un gioco che forse sfora leggermente i tempi, ma si lascia ben ascoltare anche senza grosse sorprese.

Luisa Almaguer è pronta al botto vero: mescola mondi di dolore personali e universali tra Beach House e teatri latini, e firma alcuni dei momenti topici del disco (Hacernos Así), beccandosi anche il feat. di un Damon in ballad (Soledad), che canta uno spagnolo così-così. Ci sono i ritmi dembow del reggaeton (Mi Lado) e quelli dell’hip hop afrofuturista (Otim Hop), vellutate nuvole da Kingston (Defiant Ones), misticismi e incantesimi (Invocation), ghetto funk (Kuduro), note di perimetrata anarchia (Chucha) e house scintillante (Seya), profluvi di fiati da peggior bar di quel posto che conoscete (El Diablo y la Bruja), e perfino una bizzarra cover di Panic degli Smiths. Fa un certo effetto ritrovarsela in questo contesto, con l’aria non proprio leggerissima che immaginiamo intercorrere tra il leader dei Blur e il Moz.

Per certo, l’opera più laboriosa dell’Express, che in futuro potrebbe dirigersi verso il fronte medio-orientale. Vedremo. Per il momento, bene così.

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