Recensioni

7.2

Sin dai tempi di You’re So Great, difficile non avere un debole per Graham Coxon. Dentro i Blur, era stato principalmente lui ad imprimere la svolta indie rock dell’omonimo album del ‘97, senza contare il ruolo pivotale da sempre coperto in termini di suono, visione, lavoro di squadra e approccio alla chitarra in seno a una delle band inglesi più importanti del suo tempo (e oltre); fuori da essi, era stato anche il primo a sgomitare in cerca di aria (The Sky Is Too High risale al 1998), in una continua fuga da demoni che per un po’ la avrebbero anche avuta vinta (determinando la rottura coi compagni, ad altezza Think Tank), salvo poi riemergere gradualmente, disco dopo disco, fino ad approdare a quel The Spinning Top (2009) con cui sfiorò il capolavoro scoprendosi finalmente autore compiuto, in ossequio alla grande tradizione folk inglese.

Salvo poi reagire, un paio d’anni dopo, assoldando il produttore Ben Hillier per un A+E (2012) che rimetteva tutto in discussione tra spigoli post-punk, chitarre arrabbiatissime, riff nevrotici e atmosfere decisamente più oscure del solito (riascoltato oggi, un presagio del passato recente di The WAEVE con la compagna Rose Eleanor Dougall). Bisogna riannodare questi fili se vogliamo capire come mai oggi ci troviamo tra le mani Castle Park, il nuovo, vecchio album del chitarrista dei Blur: un lavoro completamente inedito inciso quindici anni fa, pubblicato nell’ambito di una campagna di ristampe che coprirà l’intero catalogo rilanciando, anche dal vivo, un percorso solista interrotto dai sopraggiunti impegni con la band madre lungo lo scorso decennio e oltre (eccezion fatta, oltre che per i summenzionati due album a nome WAEVE, delle fortunate colonne sonore legate alla serie Netflix The End Of The Fu***ng World).

Queste nove canzoni, ora presentate come opera a sé stante (titolo e copertina riportano a uno dei luoghi più amati dal chitarrista durante l’infanzia, uno splendido parco vittoriano di Colchester), in origine facevano parte della stessa messe da cui era venuto fuori il summenzionato A+E, per poi venirne separate per motivi di suono, ambientazione e feeling (il western tra Lee Hazlewood e Last Shadow Puppets di Dripping Soul, il noir bacharachiano di Isn’t It Funny, il soul di Forget Today o le orchestrazioni barocche à la She’s Leaving Home di Mélodie Pour Christine sarebbero state decisamente fuori posto) con l’idea di una pubblicazione immediatamente successiva; forti della produzione asciutta di Hillier e di precisi riferimenti stilistici volutamente fuori dal tempo (sixties in primis, laddove sulla maestria e originalità degli arrangiamenti chitarristici non occorre spendere alcun commento), non sembrano affatto messe su nastro nel 2011, anzi suonano come la naturale prosecuzione di un discorso lasciato in sospeso, trovando nel momento presente una collocazione persino più felice di quella che avrebbero avuto al tempo della loro incisione.

Nel riabbracciare le amate sonorità mod e new wave (l’iniziale Billy Says tra Jam, Elvis Costello e Kinks), nell’omaggiare il mai dimenticato power pop (la rilettura di When You Find Out dei Nerves) e gli adorati Beatles (There’s A Little House), nel reinventare in chiave squisitamente pop certe amabili storture cantautorali (le visioni Barrett / Television Personalities di Alright), nello svelarsi sempre autore maturo (Easy, tra folk di matrice dylaniana e melodie malinconiche alla Ballad Of Darren, potrebbe essere scritta dal Coxon di oggi), Castle Park ha per il suo autore il suono del ritorno a casa dopo esser approdato su altri lidi ed aver attraversato altre galassie. Bentornato.

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