Recensioni

7.3

In attesa che la dolina demoniaca che ha distrutto i Kong Studios venga sistemata dal London Sewage Department, i Gorillaz hanno fatto le valigie e preso stanza a Los Angeles. Murdoc, che proprio non ne vuole sapere di stare lontano dai guai, si è preso l’ennesima fissa delle sue: l’occulto. Una faccenda apprezzata e non poco dal compagno di band Russell, che pure non si era mai fatto sfiorare dall’idea di mettere in piedi una religione tutta sua. Murdoc invece non solo se la crea da zero in quattro e quattr’otto – The Last Cult – ma prende quel povero cristo di 2D e lo nomina The Chosen One manco fosse Lebron, con tanto di podcast per tenere aggiornati tutti sui compiti che gli spettano, tipo andare a scovare libri fantastici, scavare buche e dipingere obelischi dedicati a quel megalomane, che ovviamente si sente Messia tutto d’un colpo.

Nell’appartamento di fianco, intanto, c’è una tipa, The Main Lady (in realtá The Moon Flower), anch’essa impegnata con turbe di vario genere dal nome Forever Cult. A Murdoc vengono le farfalle nello stomaco… ma non è che ‘sto Last Cult era tutta una scusa per fare colpo? Sta di fatto che 2D viene coinvolto e raggirato dalla Signora, beve qualcosa che non va e diventa l’agnello sacrificale della setta, da dare in pasto a un mostro per un rituale magico. Per fortuna Noodle e Russell se ne accorgono dopo aver analizzato alcuni indizi da misteriose trasmissioni radiofoniche che presagivano una catastrofe imminente (Rupture), arrivano giusto in tempo per spezzare l’estremo sacrificio e Murdoc vivaddio ne combina mezza giusta, facendo cadere accidentalmente al suolo la sua dubbia eau de toilette che viene ingerita dal mostro, tutto va in deflagrazione e i cattivi diventano cenere. La Signora, che all’ultimo fa dietrofront e torna babyface, è morta, forse. Arrivano le guardie, tutta la combriccola finisce in manette tranne uno. Indovina chi?

Bene, finalmente Jamie Hewlett torna sul pezzo, le trame iniziano a prendere nuovamente ritmo e a divertire, e anche se le trovate tecnologiche del caso – gli show in realtà aumentata a Piccadilly e Times Square – francamente non stupiscono più nessuno è bello vedere le vicende animate e musicali del duo tornare a correre sulla stessa carreggiata, anche a discapito dei giornalisti invitati a Los Angeles e bendati dalla crew per non svelare il nuovo quartiere generale di Murdoc e compagnia cantante. E pazienza se Netflix ha definitivamente cestinato il film, che rischia di diventare un altro Sacro Graal: un modo, Damon Albarn, lo troverà di sicuro. Tanto, nel caso qualcuno avesse ancora dubbi, altro che side project, Gorillaz da anni è il suo pensiero principale, con i Blur da riesumare ogni dieci anni per farci fessi e contenti, le brillanti escursioni in solo per mettere le cose in chiaro su chi sia uno dei migliori songwriter d’Albione di sempre, l’Africa Express a cui dedicare attenzione ogni tanto, e vari ed eventuali da tenere sempre d’occhio perché non vorrai mica farti parlare dietro, vero?

Non solo: le cose con la bestia gorillesca sembrano farsi ancora più serie. Già ai tempi di The Now Now sottolineavamo soddisfatti come il biondo di Leytonstone dal dente d’oro e 2D ormai si soprapponessero perfettamente, stringendo una morsa (quasi) fatale sul progetto che andava trasformandosi alla stregua di una nuova prova solista, giusto il tempo di smentirci un disco dopo con quel Season Machine che tornava ancora e ancora sulla solita idea di jam con amici ed ospiti di lusso, accendere gli strumenti, dare un paio di strimpellate e scendere giù al pub. Le novità di questo Cracker Island, invece, spostano sensibilmente il baricentro del progetto, in primis il cambio in cabina di regina. Ok Remi Kabaka Jr., ormai in pianta stabile nella band, ma la chiamata alle armi di Greg Kurstin fa tutta la differenza del mondo. Parliamo del regista dietro Chandelier ed Hello, cecchino praticamente infallibile. Ce lo immaginiamo bene a cestinare tracce su tracce che giusto un paio di anni fa avrebbero allungato una scaletta di minimo 15 pezzi. Via, aria. Restiamo sul pezzo.

Oggi i brani grazie al cielo sono appena dieci, ed è un bel sentire. Gli ospiti, anche loro, sono belli e impomatati per l’occasione, ma stavolta si resta nel perimetro, l’All Star Game ha stancato da un pezzo, in tutti i sensi. Prendete Bad Bunny, inavvicinabile e innominabile per quanti streaming fa, che lascia perdere l’ovvio cameo del caso, si cala perfettamente nel concept della cartoon band e ne esce benissimo su un numero niente male di reggaeton tra le nuvole (Tormenta) che potrebbe essere firmato DJ Python. O Beck, che fa il perfetto sparring partner nei titoli di coda (Possession Island). Niente svarioni, ognuno fa il suo e con stile, non c’è per niente bisogno di prendere Lou Reed e fargli fare il robottino scemo di Plastic Beach.

A proposito, questa ottava prova doveva esserne ideologico successore, ma a parte qualche appello green sparato qua e là in qualche intervista, non è che ci azzecchi molto. Della nuova isola sappiamo molto poco, attendiamo sviluppi lato visual per capirci qualcosa, piuttosto il focus sui testi è più centrato su tecnologia e ovvia (noiosa) retorica del caso, mancano i sempiterni ambigui riferimenti drogherecci del caso, mentre lo spleen che da sempre accompagna il progetto anche ora si sente forte e chiaro. La variante hip hop ha perso grip da un tot immancabili però i De La Soul e il compianto Trugoy Humanz sembra lontano anni luce, Clint Eastwood neanche a parlarne.

La tangente presa è quella di un sophisti pop d’antan, il dub della primissima ora è trasfigurato in una rotonda elettro tagliata funk (la title track, New Gold) e wave (Oil). E quella intro folkeggiante di Skinny Ape? Celestiale, da farci un pezzo a parte. Aumenta esponenzialmente il saccarosio ’80s, appiccicoso ma raffinato il giusto, e la creatura oggi è più agile, si muove disinvolta e sicura nel quadrante. In chart non finirà praticamente nulla, ma questi sono i Gorillaz che attendevamo da un bel po’. Il disco migliore dai tempi di D-Sides.

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