Recensioni

Su un drone statico, minaccioso, a palco vuoto, veniamo proiettati già nel mondo del collettivo canadese. Alla spicciolata entrano i membri della band e montano il contrabbasso, suonato con l’archetto, e il violino, a sfruculiare nell’anima imbastendo un bordone screziato di incandescenze free. Se su questo panorama ossuto e boreale fiorisse un sax ispido e free potrebbe essere l’attacco di un concerto avant-jazz ; su questo albero spoglio crescono invece fiori elettrici figli delle tre chitarre, mentre la scritta HOPE, scritta col gesso, pulsa sullo schermo come su binari che corrono a rotta di collo verso l’apocalisse.
Non li vedevo dal 1998, se la memoria non mi inganna, quando vennero in Italia per la prima volta, al Link; era uscito F♯ A♯ ∞, il loro primo disco. Allora ricordo un pubblico sparuto sebbene composto da iniziati (magici quegli anni bolognesi); stasera l’Estragon è stipato, a testimoniare il culto crescente di cui ha goduto negli anni il collettivo di Montréal. Da un’inquieta, fibrillante forma folk si rapprende l’innodica Sun Is A Hole Sun Is Vapors, dall’ultimo No Title As Of 13 February 2024 28.340 Dead, mentre delle meduse popolano lo schermo alle spalle degli otto (notevole davvero il lavoro dal mixer di Karl Lemieux alle proiezioni analogiche).

Cantori di un’epica fatta di cocci, cavi rotti, rottami e stracci, trasmettono un sentimento di folk dell’apocalisse e riescono nella difficile impresa di suonare epici e struggenti senza essere didascalici, perfetti per quest’epoca così reale da non sembrare vera. La loro musica, lo sappiamo, tende a muoversi per movimenti lunghi, fatti di crescendo e momenti di rilascio, di maelstrom, ombre di musica popolare e stasera nelle loro sinfonie infrante elettriche sembrano piovere le guerre, le ingiustizie, le lotte, gli scioperi di un’umanità che sebbene tutto congiuri in direzione opposta non perde la voglia di combattere.

Sono prolissi, imperfetti, suonano tracce che sono specchi dove riconosci con un sorriso amaro la gioventù che fu: sembra quasi sempre lo stesso pezzo, potrebbe essere una traccia unica, una protest song urlata al cielo da una fanfara di disertori che a tratti assesta schiaffi e pugni ad altissimo volume ma resta sempre attenta a bilanciare con maestria e sensibilità le dinamiche. La consueta formula di alta/bassa marea e successivo rilascio è ampiamente sperimentata, nota e oggetto di fin troppi esercizi di bella calligrafia, ma in questo caso a fare tutta la differenza del caso sono il feeling, l’urgenza e l’ispirazione che grondano da queste composizioni alluvionali.

Più vicini all’etica e all’estetica anarco-punk dei Crass o a certo folk visionario e volutamente povero, primitivo che alle derive estetizzanti fattesi accademia di certo post-rock, con le loro chitarre taglienti e sdentate, feroci e tenere, azionano minuscoli, fragili, monumentali carillon del dolore. “Esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epica in cui vivo”, declamava quello quando ancora aveva senso dargli retta, ed era davvero una vita fa.
Come fu una vita fa che, in una Bologna non ancora invasa dal food, vedemmo una banda di freak canadesi che portavano il fuoco. Oltre venticinque anni dopo, ancora non si è spento. Titoli di coda: le nostre canzoni sono città ancora in fiamme.
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