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Per comprendere a fondo l’immaginario made in GY!BE serve vederli dal vivo. Disposti in (semi)circolo, le tre chitarre, i due bassi, le due batterie e il violino formano una specie di nucleo ristretto, rinchiuso in se stesso e al tempo stesso inclusivo. In quel circolo, terreno di incontro e scontro tra le forze dei vari strumenti, pronti sempre a prendere il sopravvento l’uno sull’altro – spesso è il violino elettrificato di Sophie Trudeau a guidare il tutto – così come a fondersi in un magma unico e unitario, vengono invitati a entrare gli ascoltatori disposti a superare steccati e divisioni per entrare in un mondo comunitario e libertario, abbandonandosi al flusso, recependo mai passivamente un messaggio forte e chiaro pur senza voci ad amplificarlo.

Una sorta di inner circle che per grandeur e impatto sensoriale, potenza di fuoco e immaginario fortemente definito, ha i suoi pari solo in limitate eccellenze: i Neurosis altezza Through Silver In Blood, ad esempio, in grado di trasporre on stage una astrazione sensoriale e insieme una chiamata alle armi fortemente ideologizzata e difficilmente rifiutabile. I Godspeed You! Black Emperor agiscono nello stesso, identico modo: avvolgendo l’ascoltatore nei loro soliti crescendo stratificati, trademark evidente ma mai stanca riproposizione di un cliché – si vedano le continue ricombinazioni di “segmenti” musicali liberamente collocabili ed estraibili dalle “composizioni” originarie – e catapultandolo in una esperienza insieme trascendentale e immanente, legata all’hic et nunc ma potenzialmente idealizzabile in chiave universale. Mai distruttivi o remissivi, sempre propositivi e visionari.

Notevolissimo in questo senso, poi, il lavoro del “nono” Godspeed, Karl Lemieux, alle prese con i live film loops che contrappuntano le musiche ascendenti degli otto colleghi sul palco. Dotato di ben quattro proiettori d’antan, Lemieux “suona” le pellicole, lavorando in presa diretta sulle immagini, fondendole, tagliandole, filtrandole, modificandole, rallentandole e/o accelerandole con interventi manuali che di fatto lo pongono sullo stesso piano “evocativo” dei compagni, contribuendo a rendere il live una sorta di rito di comunione memorabile.

Incentrato sull’ultimo, ottimo Asunder, Sweet And Other Distress, non disdegnando alcuni passaggi pronti a confluire in nuove composizioni, privo di fronzoli, orpelli e inutilità varie e in grado di ovviare con una semplicità unica al solito problema tecnico che spegne l’impianto sul più bello, quello messo in scena dai GY!BE è un live che si trasforma in rito difficilmente dimenticabile.

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